Storia familiare. Mamma Paola: “Darsi tempo all’inizio della storia di una nuova famiglia”

Testimonianza Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Al convegno di quest’anno mi è stata chiesta una testimonianza sull’età preadolescenziale. Cerco di focalizzare il concetto di ‘preadolescenza’ e rifletto  che in realtà, con mia figlia oggi tredicenne, ho invece la sensazione che non siano applicabili definizioni nette. Decido di testimoniare semplicemente i passaggi più significativi di questi primi cinque  anni  di post adozione, qualunque sia la loro definizione, forse perché penso che la preadolescenza possa avere radici lontane.

Circa cinque anni fa, a fine luglio, mio marito ed io rientrammo in Italia con nostra figlia, dopo una permanenza di quasi due mesi in Cile. A metà settembre, l’inizio della scuola. Ricordo la telefonata  di una signora della Fondazione – una mamma adottiva  – che mi consigliava di tenere a casa la bambina da scuola, per 6 mesi o un anno, di stare con lei, a casa dal lavoro, per poterla ‘sentire veramente mia’, per costruire il nostro ‘legame di madre e figlia’.

Io e mio marito ci pensammo un po’, consultammo un paio di coppie adottive, valutammo anche il ‘nulla osta’ della psicologa cilena. E pensammo che il mio part time fosse sufficiente. Eppure, l’aver deciso di mandare nostra figlia a scuola quel settembre (pur se iscritta alla 1° classe, quindi con un ‘vantaggio’ di due anni), e, ancor più, nell’unica formula disponibile del ‘tempo pieno’, è stata una decisione che, nel mondo dei ripensamenti, con la sensibilità di oggi, metterei in discussione.

Oggi, quando mi volto indietro, vedo quella miriade di capricci iniziali, di intemperanze e di opposizioni, come il suo grido di disagio. E vedo anche la nostra inadeguatezza iniziale. I nodi per nostra figlia erano la gestione delle frustrazioni e dell’esclusione sociale, le difficoltà cognitive, le relazioni con gli altri. Dopo quasi due anni di post adozione sembrava che quei nodi avessero quasi un crescendo di intensità.

Decidemmo di chiedere aiuto alla psicologa della Fondazione ed entrammo in un progetto di sostegno all’inserimento scolastico. Il primo feedback dei professionisti fu un giudizio di inadeguatezza del corpo insegnanti sotto il profilo relazionale con la bambina. Realizzammo che i veri Insegnanti sono quelli che si accertano di aver trovato le strade efficaci per insegnare, che si spendono per una relazione non superficiale con chi resta indietro e ha più bisogno. Cambiammo scuola e finalmente trovammo due insegnanti meravigliosi: gli ultimi due anni di scuola primaria sono stati un sogno; ho visto mia figlia andare a scuola volentieri poiché si sentiva accolta, soprattutto dagli insegnanti. Anche i quaderni hanno iniziato a parlare di un’altra bambina. Ricordo un commento di questi meravigliosi insegnanti: ‘..basta saperla prendere..’. In due anni non mi hanno mai chiamato una volta perché gestire ogni situazione in classe (e qualcuna un po’ spinosa c’è stata) faceva parte, come mi hanno riferito, ‘del loro lavoro’.

In questa relazione di aiuto, il secondo consiglio, per noi genitori, fu di migliorare il clima famigliare marginalizzando in qualche modo il tema ‘scuola’. Purtroppo la nostra società oggi offre un sistema scolastico che ha dei ritmi e degli obiettivi del tutto innaturali per i bambini. I ritmi sono quelli del lavoro degli adulti. Gli obiettivi spesso sono, nella sostanza, di uniformità e non di rispetto delle diversità, di nozionismo e non di valori. Per chi non resta al passo e non si inserisce la scuola può diventare un lungo disagiato parcheggio.  Seguendo il consiglio abbiamo iniziato a trasmettere il valore scuola semplicemente parlandone in casa in molti modi, senza insistere, disquisendone con un certo apparente distacco ed eliminando le estenuanti battaglie per fare i compiti. Accettando anche le decisioni ‘scolastiche’ a volte poco salubri di nostra figlia.

Riconoscendo che stava crescendo e che aveva il diritto di decidere da sola– ecco forse un tratto della preadolescenza – pur prospettandole serenamente le conseguenze delle sue azioni. In breve tempo ci siamo accorti che rispondeva molto meglio dove non trovava costrizioni bensì possibilità vera di scelta. Per noi genitori esercitare questa disciplina amorevole alla scuola, ma anche alle regole in generale, ha significato un esercizio salomonico di pazienza, l’esercizio del rispetto per definizione delle scelte di nostra figlia compreso quella di sbagliare; ha significato  il saper controllare la naturale preoccupazione che hanno tutti i genitori per il futuro dei propri figli oltre a metabolizzare nell’intimo che il valore di una persona non dipende in ultima analisi dalla sua carriera scolastica.

La scuola non doveva essere così importante da rovinare la nostra quotidianità famigliare. Marginalizzandola, abbiamo riscoperto e posto al centro dell’attenzione con nostra figlia molti altri temi di dialogo, su cui non c’era dissidio, su cui c’era molto più spazio per stimolarla, premiarla, sostenerla, darle fiducia ma anche esaudirla, accettarla e accoglierla senza pretese. Il tutto con l’obiettivo di darle un po’ di quell’autostima che normalmente dovrebbe arrivare da una età precedente alla scuola. Un tempo di nostra figlia che tutti noi – ma soprattutto lei – ci siamo persi completamente e di cui non saremo mai in grado di valutare fino in fondo i danni.  Ecco allora in che termini poteva e doveva avere un senso il darsi un tempo più o meno lungo, fuori dalla giostra della vita, all’inizio della nostra storia di nuova famiglia.

Da poco nostra figlia ha iniziato la 1° media e ci sembra che l’approccio sia positivo. Oggi, pur già in presenza di alcune situazioni di frustrazione vediamo che ha trovato in sé delle risorse per superarle. E questo per il momento è già positivo.”

Storia familiare. L’esperto: “Se il figlio adottivo è in crisi”

di Marco Schiavi – psichiatra e psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza  – Membro di comitato della Società Ticinese di Psichiatria e Psicoterapia

Alcune riflessioni sul difficile compito dei genitori di fronte al problema dell’adozione in età adolescenziale.

C’è chi dice che i bambini sono tutti uguali ma ai genitori che vedo per la valutazione dell’idoneità psichica all’adozione spesso racconto che ce ne sono tanti diversi perchè, anche se ancora piccoli, hanno già una ferita psichica enorme, determinata dall’abbandono.

L’intento è di suscitare nei futuri genitori adottivi degli strumenti di comprensione di qualcosa che sarebbe altrimenti inspiegabile: le difficoltà di attaccamento di alcuni dei loro figli, che sembrano non accettare le cure e l’affetto dei nuovi genitori, nonostante sia opinione comune e condivisibile, che l’amore che si dona al figlio adottivo (e non) abbia anche una dimensione riparatrice di questa ferita e sia di grande importanza per il migliore sviluppo del bambino. Potremmo in altri termini dire che viene rifiutato ciò di cui si ha più bisogno e che è venuto meno al momento dell’abbandono: l’amore della mamma.

I futuri genitori solitamente non aspettano altro che un piccolino da amare e crescere, desiderio che origina spesso diversi anni prima, e la sua mancata realizzazione lo rende una vera fatica. Infatti alcune coppie hanno già figli biologici, più raramente è una futura madre “single” a formulare la richiesta di adozione, ma la maggior parte della coppie vi giunge perchè i figli tanto desiderati non arrivano. A questi ultimi ricordo, valorizzandola, che hanno una sofferenza in comune col figlio adottivo: un’altra ferita psichica, per loro legata alla sterilità (assoluta o relativa); sicuramente più gestibile di quella del bambino perchè verificatasi in età adulta, in un periodo di minore vulnerabilità, tuttavia facilmente sottovalutata perchè sopraffatta dalla gioia di diventare ugualmente genitori. Tanti tra loro si sono sottoposti ad esami medici, a trattamenti farmacologici, a fecondazioni assistite ed in vitro, e i colleghi che lavorano nei centri per la fertilità sanno che pesanti vissuti emotivi muove questo percorso, ma torniamo alle difficoltà cui accennavo prima.

Non è una regola e non vi è neppure un’età o un tempo specifico per questa “crisi” del figlio adottivo, che a un certo punto rifiuta apertamente l’affetto dei genitori. La maggior parte delle famiglie si rivolge allo psichiatra quando un minore è preadolescente o adolescente, spesso dopo un periodo in cui “le hanno provate tutte”. Le manifestazioni sono le più varie, ma di fondo il tema è sempre lo stesso: tu non sei mia madre (o mio padre) e non puoi dirmi cosa fare, oppure quando il bambino è più piccolo, si oppone “semplicemente” a quanto richiesto dal genitore, “screditandolo” indirettamente. In verità questi comportamenti non sono specifici dei figli adottivi, sono frequenti in tutti i ragazzi, è però anche vero che l’intensità dell’emozione soggiacente ed il tempo piuttosto lungo del periodo che precede la crisi (durante il quale già si manifestano delle complicazioni) gli conferiscono un peso tale da poterlo collocare tra le difficoltà sulle quali riflettere prima di adottare un bambino.

Sottolineerei che anche il valore simbolico dell’atteggiamento di rifiuto del genitore, nella situazione d’adozione, ha un impatto importante sull’adulto che è consapevole di non avere la maternità o la paternità biologica del figlio. Se aggiungiamo a questo aspetto anche la dimensione della sofferenza che spesso i genitori adottivi hanno vissuto per non aver potuto avere figli biologici (particolarmente dolorosa per la donna), troviamo la classica piaga nella quale il figlio adottivo mette il dito, perchè quando provocatoriamente accusa il genitore di non essergli padre o madre, non solo gli rinfaccia una verità (parziale) ma cerca “uno spettro” ben celato nell’armadio.

Tante volte il compito educativo dei genitori richiede quella fermezza che origina dalla ragionevole consapevolezza di essere nel giusto; il genitore adottivo deve essere consapevole che il valore maggiore della genitorialità si trova nella continuità della relazione di tutti i giorni, ed è pertanto più padre e più madre dei genitori biologici del bambino adottivo, senza però negare che senza il loro contributo (generante) il minore stesso non ci sarebbe. L’impegno e la presenza quotidiana del genitore sono la via per aiutare il figlio a superare la crisi, non solo nella loro applicazione concreta (perchè solitamente i genitori già lo sanno), ma anche nella loro esplicitazione in termini di valore e di affetto. Quando una coppia mi racconta: “non ci dà retta, ci rifiuta nonostante tutto quello che abbiamo fatto per lui” li invito a condividere questo valore: “avete un storia in comune di gioie e di fatiche che avete scelto di vivere per lui e per voi” ricordando che la prima gratificazione della genitorialità è nella genitorialità stessa. Si può dunque riprendere il tema col figlio in questi termini: noi abbiamo scelto di essere la tua mamma e il tuo papà perché volerti bene ci dà una grande gioia, speriamo quindi che tu possa presto condividerla con noi anche se ora sei molto arrabbiato.

Non è tanto utile, a mio avviso, dare dei consigli generici in uno spazio stretto come questo articolo, tuttavia ci tengo a sottolineare questo aspetto importante: generalmente il bambino piccolo occupa la posizione centrale nel suo mondo. Quando viene abbandonato se ne attribuisce più o meno consapevolmente la responsabilità, come se dicesse: “se mi hanno abbandonato è perché io sono troppo cattivo (oppure non valgo niente)”, e non rinuncia facilmente a questa sua spiegazione perché ne trae un vantaggio importante: conferisce un senso ad un avvenimento altrimenti inspiegabile, e permette di “salvare” l’immagine positiva dei genitori biologici e quindi delle sue origini. Il figlio adottivo ha dunque bisogno di tanto tempo prima di cambiare la considerazione che ha di sè (esito del trauma dell’abbandono) ed agirà la sua supposta “cattiveria” per darsene costantemente conferma.

Un secondo aspetto importante è costituito dalla necessità di controllare gli avvenimenti quando hanno avuto una valenza traumatica; il minore preferisce dunque gestire il prossimo abbandono, accentuando al sua negatività, prima di subirlo passivamente e traumaticamente come è già stato il caso nella sua esperienza. Tanti genitori raccontano infatti: “…sembra che faccia di tutto per metterci alla prova, per vedere se anche noi lo abbandoniamo…”.

Ė però importante sottolineare come l’esperienza dell’adozione sia nella maggior parte delle situazioni molto gratificante. Diventare genitori è un’esperienza di crescita personale, anche per la fatica che comporta. Prendersi cura di una persona che sta diventando grande è impegnativo perché richiede attenzione e dedizione, ma è anche nella natura dell’essere umano. Se i nostri genitori non avessero avuto il desiderio di metterci al mondo e la pazienza di crescerci, l’umanità sarebbe probabilmente già estinta.

(fonte: spazioadozioneticino.blogspot.com)

Storia familiare. Papà Maurizio: “Con un adolescente è meglio prevenire il conflitto”

Testimonianza Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Abbiamo adottato nostra figlia, che ora ha 19 anni, nel 2003. Una (brutta) sera di due anni e mezzo fa ci chiede di andare in discoteca e rientrare tardi. E’ domenica sera e la prospettiva che il giorno dopo vada a scuola con pochissime ore di sonno o addirittura salti le lezioni, non ci piace. Ma propongo io a mia moglie di darle fiducia e lasciarla andare. Risultato? Un amico suo ci telefona che sta male e che dobbiamo andarla a prendere. Non so ancora se è stato colpa dell’aver bevuto troppo (fatto che non si è più ripetuto) o di un colpo di freddo. Il risultato comunque non cambia: la ragazza puntuale con cui si poteva comunicare, pur con conflitti e dissidi, si trasforma e fa quello che vuole lei.

Saltano tutte le regole. Non risponde alle telefonate. Non risponde ai messaggi. Se ne infischia dei richiami e delle punizioni. E’ una vera e propria rivolta, senza quartiere e senza controllo. Con il senno di poi ho capito che molto hanno influito le amicizie negative, le quali unendosi al desiderio mal gestito di indipendenza e di affrancamento dai genitori, producono una miscela esplosiva.

Si arriva allo scontro fisico, che peraltro sconsiglio vivamente. Alle litigate furibonde, dove mi abbandono ad attacchi verbali nei suoi confronti che oggi non ripeterei, ma che mi sono strappati a viva forza dal suo comportamento. Non sai, in quei casi, a che santo votarti: se sei accondiscendente, allora temi che ogni insegnamento sulle regole vada a quel paese; se sei troppo duro, non hai una risposta come vorresti sul piano del comportamento e inquini il rapporto, rischiando di rovinarlo in modo irrimediabile. Il dialogo? Interessante soluzione, ma spesso non approda a nulla e comunque viene minato dal sentirti preso in giro, dalla provocazione. Le punizioni? Vanno bene, ma attenzione a non esagerare che altrimenti diventano inefficaci e ti si ritorcono contro.

Ora quel tempo sembra passato e nostra figlia almeno rispetta gli orari e mantiene un comportamento corretto. Su alcune questioni – impegno nello studio e un minimo di ordine e pulizia in camera – vi sono lacune profonde da colmare, ma il clima è più sereno.

Quali insegnamento ho tratto da questa esperienza, come padre? Ecco quanto mi sento di elencare:

 – Da evitare, specie se non hai il “fisico adatto”, gli scontri fisici e le parole pesanti che pure ti strappano dal cuore. Rovinano il rapporto e non servono nulla, se non a far credere il figlio o la figlia ribelle di essere nel giusto. Meglio una punizione che non ferisce e non umilia, ma brucia: non posso dire quale punizione, va scelta sulla base del rapporto e della situazione e del figlio. Di sicuro, non ha senso esagerare nella durezza della punizione, perché l’escalation del conflitto non porta da nessuna parte.

 – E’ giusto seminare: con l’esempio (anche nella compostezza con cui si litiga e si tenta di imporre un minimo di autorità); con la parola; aprendo gli occhi al proprio figlio o figlia sulle sue cattive frequentazioni. Non si avrà subito ragione, ma si semina e si danno a un figlio gli strumenti per capire e rendersi conto – anche se non ce lo dirà mai – che il papà o la mamma avevano ragione su un certo punto o su un certo amico. Io ho dato ragione ai miei genitori, dentro di me, anni dopo le loro parole. Ricordiamoci quindi che noi prepariamo i nostri figli alla vita e che non possiamo sperare (non ha senso farlo, anche se sarebbe bello) di vedere i risultati in tempi ragionevoli. Il nostro obiettivo è che diventino adulti consapevoli, e possiamo essere certi che le nostre parole non saranno sprecate: un giorno torneranno loro utili.

 – E’ buona regola prevenire il conflitto, anziché doverlo curare quando è all’ennesima potenza. Per questo bisogna cogliere per tempo i segnali, e comunque accettare il fatto che la “rivolta” contro di noi è comunque un passaggio sano verso l’autonomia. Quello che va evitato è che un figlio o una figlia si compromettano con gli altri (o, peggio, violino la legge), col rischio di pagare prezzi altissimi per gli anni a venire.”

Storia familiare. Mamma Anna: “A te che adori Dragon Ball”

Sei arrivato da lontano,

ci hai deliziati e sconquassati,

riempiti e prosciugati,

Sei unico

capace di farti amare

capace di amore e vendetta

alla ricerca di te

bisognoso di aiuto

voglioso di arrangiarti da solo

in subbuglio costante,

qualche volta in pace.

In quei pochi momenti

allento le tensioni

credo possibile il sogno.

Sulle rotaie, in volo.

Storia familiare. Guida del SENAME 3: “Rivelazione, il compito necessario”.

I bisogni del bambino

(schema elaborato dalla dott.ssa Giuditta Borghetti – psicologa e psicoterapeuta)

 –          CAPIRE più che SAPERE

 –          Avere accesso ad una “VERITA’ SOSTANZIALE” (Chistolini M.)

 –          Avere una chiave di lettura

 –          Trovare un senso a quanto accaduto

Realizzare il processo della Rivelazione, cioè raccontare al bambino/a la sua storia biologica, non è solamente trasmettergli l’informazione nella misura in cui è pronto per assimilarla, è anche aiutarlo a capire ed esprimere le emozioni che porta con se questo processo. Non dobbiamo auto ingannarci. Il parlare dell’adozione con i bambini, con le parole adeguate e nei momenti giusti non impedirà che sentano pena o rabbia verso la propria storia. La tristezza, la confusione, la rabbia e la ribellione, sono emozioni normali che dobbiamo accettare come cose naturali.

Non dobbiamo aver paura per il dolore di nostro figlio o figlia, perché è parte del loro processo di accettazione e crescita. Condividere i loro sentimenti non minaccia la nostra relazione con lui o lei, anzi, li rafforza. Aiutatelo a comprendere che quello che sta sentendo è normale e che voi capite le sue sofferenze. Frasi come “anche a me sarebbe piaciuto che le cose fossero andate diversamente”, gli fanno percepire che interpretate e capite quello che gli succede e che siete dalla sua parte.

Non prendete il suo dolore come un attacco personale. Nonostante quanto possa essere doloroso quando vostro figlio/a vi gridi “Tu non sei mio padre o mia madre” non è un’aggressione verso di voi, sta solamente cercando di metabolizzare le sue angosce ed i suoi timori. Non offendetevi, ha bisogno della vostra compagnia, e in quei difficili momenti riaffermiate, ancora una volta, che sarete i suoi genitori per sempre.

Dimostrategli il vostro affetto quando aprite temi relativi all’adozione.

Evita la parola abbandono

Molti bambini, bambine e giovani adottati, presentano un profondo sentimento d’abbandono, sentimento che molte volte si associa al perfezionismo, al timore, alla sconfitta, alla bassa autostima o a problemi nelle relazioni interpersonali.  Nel momento di fare la rivelazione, è molto importante tener presente il passato biologico del bambino, come e quando si racconta questa storia e le parole usate per narrarla. Per questo, spiegandogli la sua adozione, è necessario evitare la parola “abbandono” e cambiarla con una frase come “i tuoi genitori biologici non potevano curarti e per questo ti hanno lasciato nell’istituto dove noi ti abbiamo conosciuto”.

In questo modo assegniamo la responsabilità all’adulto, parlando dell’incapacità di curare un bambino, non incolperemo il bambino/a, poiché il “concetto” di essere abbandonato implica l’essere rifiutato, suggerendo l’idea che “in me ci deve essere qualcosa di cattivo, visto che la mia famiglia biologica mi ha rifiutato ed abbandonato”.

Questa sensazione di non sapere il perché dell’abbandono, accompagna il bambino/a anche nella sua vita adulta , ed in molti casi lo spinge a cercare la propria famiglia biologica per chiedere loro la vera ragione di averlo dato in adozione. Dobbiamo rafforzare l’idea dei valori positivi associati alla decisione del dare in adozione, dal momento che la madre biologica ha fatto una scelta per la vita ed ha preso una decisione responsabile e positiva nel lasciarlo nell’istituto per essere adottato.

Nell’adolescenza si produce la prima grande crisi nei bambini e bambine adottati, poiché per il livello di comprensione raggiunto, riescono ad associare l’adozione all’abbandono e vedono la loro storia in modo realistico e rigido. Dobbiamo essere preparati ad accettare il dolore che questo produce e che non possiamo evitargli, anche se possiamo comprendere la loro necessità di conoscere dettagli della loro storia e che il desiderio di conoscere i loro genitori biologici non mette in discussione la relazione che ha con voi. Potete accompagnarli ed appoggiarli perché escano rafforzati da questa esperienza

(fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare. Guida del SENAME 2: “I bambini che ricordano la loro vita passata”

“Nell’adozione è fondamentale il processo di ricostruzione della storia familiare, anche pre-adottiva” – dott.ssa Giuditta Borghetti – psicologa e psicoterapeuta

Una volta adottati, alcuni bambini e bambine, parlano della loro storia passata, dando dettagli della loro vita nell’istituto, degli amici e compagni, delle precettrici che li seguivano o dei pochi ricordi che conservano della loro famiglia biologica. A volte i loro racconti possono corrispondere a ricordi felici o divertenti, altre volte, possono commuovere per la loro crudezza, dando una dimensioni di ciò che il bambino/a possono aver sofferto nella loro vita passata.

Davanti al passato non possiamo far molto, salvo insegnargli ad imparare da queste sperienze, ricordandogli che quei momenti sono passati e che non torneranno mai più, perché ora ha una famiglia che è con lui per proteggerlo/a.  Che dobbiamo fare? Ascoltare il bambino/a con un atteggiamento aperto e senza pregiudizi.

Permettergli di raccontare quello che vuole e prestargli l’attenzione necessaria. Indirizzate le vostre domande per ottenere dettagli che vi aiutino a valutare il livello di danno che quella storia può avergli procurato. Cercare di non dimostrare emozioni negative come pena, angoscia, compassione o la sorpresa. Se fosse necessario richiedere aiuto professionale.

 (fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare. Guida del SENAME 1: “L’incontro”

Riprendo un passaggio della dott.ssa Annamaria Marbiero di due post fa: “Preparare all’adozione significa offrire al bambino una possibilità di ri-lettura e di ri- significazione della storia passata e delle possibilità future. Questo processo richiede anni ed è possibile solo all’interno di relazioni rassicuranti. Pertanto i bambini possono essere preparati all’incontro raccontandogli cosa avverrà nei giorni successivi ma è difficile che per età ed esperienze possano essere pronti a diventare figli, questo sarà il punto di arrivo dell’adozione e del processo riparativo.”

Mi sembra che risulti abbastanza chiara da distinzione tra incontro e preparazione all’adozione. Il primo è un’esperienza molto speciale e imprevedibile con un bambino che però si estingue ora e qui; la preparazione all’adozione è un tragitto che non finisce mai, che ha un inizio nel momento in cui la coppia decide di adottare (per il bambino, quando verrà fatto l’abbinamento) e che si evolverà finchè avremo vita. L’elemento discriminante è dunque ”il tempo”.

I prossimi post sono tratti da un opuscolo intitolato “Adottare in Cile, un lungo cammino per diventare famiglia” realizzato dagli operatori del SENAME (Servizio Nazionale dei Minori) di Santiago del Cile. Abbiamo estrapolato le sezioni che riguardano l’incontro, la ricostruzione della vita passata del bambino, il momento della rivelazione quando il bambino è piccolo. Si tratta di linee guida che possono, a nostro avviso, essere utilizzate anche in altre realtà dell’adozione internazionale.

“E’ naturale e auspicabile creare nella nostra immaginazione immagini di come sarà il momento in cui conosceremo chi può diventare quel figlio tanto atteso. Queste aspettative sul momento dell’abbinamento o dell’incontro con il bambino possono essere poco realiste. Può darsi che un giorno sarà ricordato come il più felice delle vostre vite o come un momento frustrante e deludente.

Mentre voi avete destinato molto tempo nel prepararvi per questo momento e sentite questo bimbo come il vostro, il bambino ha avuto una preparazione di alcuni mesi, il che non è sufficiente ad incorporare in lui il concetto di famiglia, pur identificandovi e chiamandovi papà e mamma. Visto che è un bambino grande (probabilmente maggiore di cinque anni) ha memoria e ricordi del suo passato biologico, così come ha coscienza del suo abbandono e dell’istituzionalizzazione. La sua visione di famiglia, è senza dubbio condizionata da queste influenze precedenti e la fiducia verso il mondo degli adulti può essere spezzata.

E’ fondamentale stabilire un poco alla volta una relazione basata sulla fiducia perché il bambino possa “adottarvi come genitori”. E’ importante non perdere di vista che, come ogni relazione, quella tra genitori e figli adottivi è una costruzione d’amore che si genera per mezzo della condivisione di esperienze e giorno per giorno.

Durante l’incontro, allora, possiamo trovarci con un bambino che reagisce molto affettuosamente e che vuole solo andare a casa a vivere con voi, ma possiamo anche trovarci con un bambino che vi respinge apertamente, che piange o che ha espressioni di molta angoscia nel momento . Come reagisca il bambino alla vostra presenza non è un segnale di come sarà la relazione che avrà con voi nel tempo. Se vostro figlio reagisce in una maniera che non vi aspettavate, non lo prendete come un rifiuto verso di voi. Lui o lei deve imparare ad aver fiducia in voi per donarvi il suo affetto.

In base a ciò, è bene tener presente che non possiamo esigere dal bambino dimostrazioni di affetto o vicinanza fisica. Dobbiamo rispettare la distanza che lui imponga e costruire le strategie necessarie perché interagisca con noi, rispettando i suoi tempi”.  

(fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare. Col senno di poi…

 “…è necessario passare da una logica ‘sostitutiva’ dell’adozione, nella quale i genitori adottivi sostituiscono ed ‘estinguono’ i genitori biologici, ad una visione ‘sommativa’, dove i genitori adottivi si ‘aggiungono’ alla storia del bambino, in una prospettiva di continuità nella discontinuità” – Marco Chistolini, psicologo e psicoterapeuta familiare

Storia familiare: “La preparazione del bambino nel paese di origine

di AnnaMaria Barbiero – psicologa e psicoterapeuta

 (…) È possibile preparare un bambino all’adozione? Spesso si confonde tra la preparazione del bambino all’adozione e l’accompagnamento all’incontro. (…) Preparare un bambino all’adozione richiede che il bambino possa collocarsi in una dimensione temporale di passato, presente e futuro. Questa possibilità è collegata all’età del bambino e alle sue esperienze quotidiane.

Un bambino precocemente istituzionalizzato che ha pochi contatti con la realtà esterna farà fatica a comprendere il concetto di altrove e di cambiamento. Nella sua esperienza la successione degli eventi è circolare, la routine si ripete ogni giorno uguale, regolare con pochi segnali dello snodamento del tempo e dello spazio, prepararlo all’adozione, al cambio delle relazione diventa quindi difficile. Il vuoto e l’assenza caratterizzano l’esperienza del bambino che potrà riproporre con gli adulti con cui verrà in contatto una relazione basata sul non attaccamento e sulla distanza. 

Un bambino che invece vive in una situazione di casa famiglia a cui è arrivato a seguito di maltrattamenti e incurie nel nucleo familiare ha esperienze di traumi e fratture, di fili che si rompono, oltre che di legami e di relazioni significative. Il passaggio a nuove relazioni può essere immaginabile ma potrà suscitare ambivalenze e paura man mano che il bambino si avvicina con alternanze di comportamenti e di reazioni repentini nel corso della stessa giornata.

Preparare all’adozione significa offrire al bambino una possibilità di ri-lettura e di ri- significazione della storia passata e delle possibilità future. Questo processo richiede anni ed è possibile solo all’interno di relazioni rassicuranti. Pertanto i bambini possono essere preparati all’incontro raccontandogli cosa avverrà nei giorni successivi ma è difficile che per età ed esperienze possano essere pronti a diventare figli, questo sarà il punto di arrivo dell’adozione e del processo riparativo. (…)

Il bambino che nel Paese d’origine ha vissuto relazioni significative o ha potuto  rielaborare una parte delle sue storie passate è un bambino che si relaziona con i futuri genitori con una possibilità di fidarsi maggiore rispetto al bambino a cui è stato dato il messaggio: «verrai adottato se ti comporterai bene».

(…) Concludendo è importante differenziare tra preparazione all’incontro e preparazione all’adozione, tenere conto dell’età dei bambini ricordando che più il bambino è piccolo più è difficile e potenzialmente traumatico il momento della conoscenza con gli estranei e del distacco dalla propria quotidianità. È importante differenziare tra informazione data al bambino e possibilità di comprensione. Pertanto è difficile parlare di preparazione all’adozione per bambini al di sotto dei 7-8 anni, ed è importante ricordare che come avviene per i neonati sono i genitori a dover essere preparati ad accoglierli, utilizzando le capacità di significazione, speranza, pensiero e calore.

 (fonte: Istituto degli Innocenti “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010)

Storia familiare: “La preparazione della coppia al paese di origine del bambino”

di AnnaMaria Barbiero – psicologa psicoterapeuta 

Abbiamo trovato due interventi della stessa psicologa per quanto riguarda la formazione dei genitori alla cultura del paese di provenienza del bambino e un secondo intervento sulla preparazione del bambino prima di arrivare in Italia. Entrambi si collocano all’interno della ricerca fatta dall’Istituto degli Innocenti per la CAI  su “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010 scaricabile da internet: vedi www.commissioneadozioni.it/media/66911/qualitàattesa%20tutto.pdf

 (…) Le famiglie in attesa vanno accompagnate alla comprensione, intesa come prendere-insieme, alla conoscenza della cultura del Paese, per poter riconoscere dignità e significato a tradizioni altre, “straniere”, ad altri modi di intendere l’infanzia non per condividerli, ma per farsene carico in modo che il bambino che si incontra possa essere ri-conosciuto con la sua storia e le sue esperienze precedenti. 

(…) Prepararsi all’incontro significa prepararsi al viaggio, imparare a camminare e collegare prassi e culture presenti nel Paese in cui si adotta per dare significati che rendano possibile la genitorialità adottiva al di là di ideologie e facili critiche. Tra gli aspetti culturali più difficili da comprendere ce ne sono alcuni, quali le modalità di abbinamento, le cartelle sanitarie, i viaggi e la permanenza all’estero, per cui la coppia va supportata in fase di orientamento rispetto al Paese e di supporto specifico nel tempo dell’attesa.

La coppia va supportata nella scelta del Paese più significativo e affrontabile, ma va anche aiutata a comprendere e a metabolizzare alcuni aspetti difficili dell’iter perché la genitorialità è possibile solo all’interno di significati generativi e non distruttivi o vissuti “illegali”. Per una coppia che adotta nei Paesi dell’Est comprendere il senso delle cartelle sanitarie, imparare a proteggersi e a proteggere il bambino, capire come vengono fatti gli abbinamenti, e perché vengono fatti in un certo modo, significa non solo essere aiutati ad affrontare il primo e il secondo viaggio ma soprattutto essere supportati nelle proprie capacità e risorse genitoriali.

Prepararsi e allenarsi all’accoglienza comporta anche cercare di immaginare le storie per individuare risorse personali e di coppia che permettano l’integrazione delle storie del bambino con le storie familiari. Significa anche e soprattutto approfondire la conoscenza culturale e antropologica del Paese di origine del bambino per diventare famiglia interculturale promotrice di educazione ed esempio di integrazione di origini diverse.

L’adozione internazionale è un’occasione personale, familiare e sociale di ampliamento dei proprio confini all’interno dei propri necessari limiti. Rispetto alle esperienze precedenti all’adozione è significativa la storia dei bambini in particolare le modalità di accudimento dell’infanzia, l’idea di famiglia e di protezione, la percezione del corpo e delle relazioni, la lingua e le usanze. Una riflessione su come il corpo dei bambini viene maneggiato, nutrito, vestito a volte maltrattato è necessaria per le capacità riparative della coppia.

Rispetto all’idea di famiglia e di protezione è fondamentale poi ricordare come le famiglie adottive necessitino di poter immaginare che il bambino abbia vissuto e sia stato amato da altre persone e come nei nuclei d’origine il bambino possa aver fatto esperienza di famiglia, di confini generazionali, di spazi, vicinanze e ruoli diversi da quelli che vivrà nel nucleo di arrivo.

Il tempo dell’attesa viene vissuto dalle coppie come tempo vuoto, da superare il prima possibile, mentre le coppie andrebbero supportate per viverlo come cammino per conoscersi e conoscere il Paese di origine del bambino, per riuscire a entrare in confidenza con esso. (…)

 (fonte: Istituto degli Innocenti “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale”- 2010)