Sessualità/omosessualità. Papà Carlo: “L’amore non ha niente a che fare con la perversione”

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“Figura femminile” di Ciro D’Alessio

Questa è uno stralcio di lettera scritta da un padre. Parla del concetto di amore nei rapporti etero e omo. Lui l’ha capito attraverso la storia di sua figlia lesbica. Non tutti i genitori sono capaci di far emergere il lato sensibile di fronte alla dichiarazione esplicita del proprio figlio di essere omosessuale. Così, ancora una volta, i figli si trovano soli a gestire qualcosa ancora lontano dall’essere accettato dalla nostra società. Non sappiamo dare delle risposte. Crediamo che uno sforzo vada fatto nel capire perché sta accadendo ad uno dei nostri figli, con storie non del tutto chiare alle spalle. Mettiamoci, per lo meno, in ascolto.

(…) “Non ho mai scritto a giornali o associazioni o raccontato ad altri, se non agli amici, questi brevi e, mi auguro, non così eccezionali fatti, lo faccio oggi con lei perché mi è piaciuto molto, oltre alla posizione che condivido pienamente sull’importanza personale e sociale del coming-out, vedere finalmente puntualizzare un fatto di cui non si parla spesso, il contrasto cioè all’idea comune che lega troppo fortemente l’omosessualità al sesso.

Chi non sa, nel senso che non ha vissuto in prima persona, ha spesso in mente una tale raffigurazione che è incrostata da anni nella nostra cultura: quando sente parlare di omosessualità pensa in modo immediato a due corpi su un letto, come se sempre ci fosse il sottinteso di un altro termine antico nella nostra cultura: perversione.

Io che nel mio piccolo invece ho visto, so che si tratta di amore. Dai primi innamoramenti a quelli più maturi sono semplicemente legami d’amore che certamente, come dice anche lei contengono anche e per fortuna la sessualità ma che corrispondono in tutto allo stesso senso che il pensare comune attribuisce ai rapporti affettivi eterosessuali.

Mi piacerebbe che anche gli altri lo sapessero e che coloro che lo sanno lo dicessero più spesso e mi piacerebbe anche che in un mondo ideale persino il termine omosessualità venisse sostituito quando se ne parla con altri termini che contengano al posto della radice della parola sesso quella della parola amore.”

(fonte: huffingtonpost.it 01/2013)

Sessualità/pubertà precoce. “Le mamme dicono che…”

 

Mamma Flora: “R. si è sviluppata a 11 anni e mezzo. Non mi sono inquietata più di tanto. Il pediatra mi ha rassicurata che era in linea con la sua età e la sua etnia. Mi sono poi ricordata che una mia compagna di scuola delle elementari, italiana, ha avuto le prime mestruazioni in quinta elementare.”

Mamma Renata: “La mia bambina è seguita da un endocrinologo. Ogni 28 giorni fa un puntura per bloccare la pubertà precoce. Abbiamo prima fatto ecografia, lastre al polso e misurazione del cranio oltre agli esami del sangue per controllare gli ormoni. Ha 7 anni. Il tutto durerà per circa 2/3 anni dopodiché nel giro di un anno avverrà lo sviluppo. Finora non abbiamo avuto nessuna controindicazione.”

Mamma Lia: “Mia figlia è arrivata in Italia da un anno. Dai 9 ai 10 anni è cresciuta ben 15 cm e continua a crescere. Inoltre sta sviluppando curve femminili. La pediatra non ci ha messo in allarme. Da insegnante posso dire di aver visto bambine italiane svilupparsi in quarta elementare. Penso che un grande impulso sia dato dall’alimentazione più ricca e dalla serenità. Insomma, qui da noi possono permettersi di crescere!”

Mamma Carla: “La mia piccola A., di origine polacca, ha iniziato a sviluppare il bottoncino mammario a 7 anni e dopo 6 mesi l’endocrinologa ha ritenuto opportuno iniziare la cura ormonale per evitare i problemi connessi a questa “patologia”, soprattutto per un corretto sviluppo osseo. La cura da circa un anno e mezzo e spero che tra 6 mesi potremo smettere questa “tortura”. Secondo me a nove anni è del tutto normale che si inizino a vedere i primi segni dello sviluppo.”

Sessualità/adulti deviati. Mamma Roberta: “Le responsabilità della pubblicità nell’adultizzazione dei nostri figli”

E’ parere di chi scrive che l’emancipazione dei nostri figli vada di pari passo con l’emancipazione femminile (e maschile).

In questi giorni mi è capitato di leggere in contemporanea due articoli che avevo archiviato tempo fa, ma sempre attuali. Il primo riguarda la precocità dei nostri figli (“Aiuto ci stanno rubando l’infanzia” – NOI 07/2010) e il secondo parla dell’idea di liberazione delle donne (“Il falso femminismo della pubblicità” – Internazionale 2014). Entrambi puntano il dito sulla società dei consumi e la pubblicità.

“E’ in corso un attacco da più fronti volto all’erosione dell’infanzia, attraverso prodotti di vario genere che anticipano la crescita delle bambine, chiamate ad assumere pose e atteggiamenti adulti e con una spiccata valenza sessuale. (…) proposta di oggetti e accessori da adulti al pubblico delle cosiddette twinagers che comprende bambine dai sei ai dodici anni.“ Nell’articolo si fa l’esempio di reggiseni imbottiti per bambine di sette anni, sette anni!

C’è poi un passaggio che mi ha colpita: “Proteggendo loro, in realtà salviamo anche noi stesse perché promuoviamo un’immagine di donna più fedele alla realtà non rinchiusa in un’impossibile eterna giovinezza, ma dotata di un corpo che cambia lentamente nel tempo, mantenendo la sua bellezza. Per far questo abbiamo bisogno di madri che recuperino il buon senso e siano capaci di proibire ciò che a loro avviso non è adatto alle loro figlie”.

Forse, se ci spendessimo di più nella nostra funzione di educare, avremmo molto meno bambini adultizzati.Ma per fare questo bisogna essere donne (e uomini) emancipati. A questo punto ben si inserisce l’articolo di Laurie Penny sul falso femminismo. Secondo l’autrice, giornalista britannica, noi donne pensiamo di essere emancipate perché fumiamo o usiamo prodotti che la pubblicità ci propina come “femministi”. In realtà è vero il contrario. “Quello della pubblicità è un settore in cui si combattono importanti battaglie culturali. Nella metropolitana di Londra i manifesti che pubblicizzano la chirurgia estetica sono diventati più rari da quando hanno cominciato a essere sfregiati e coperti di adesivi che ne denunciano il sessismo. (…) Anche la pubblicità più provocatoria di solito sfrutta le mode e le tendenze della sua epoca (…) La giustizia sociale in sé è più difficile da vendere  (…) significa permetterci di vivere una vita in cui siamo qualcosa di più del nostro corpo, di quello che compriamo e di quello che abbiamo da vendere. (…) Non c’è niente di male nel farsi propaganda né nell’usare idee femministe per vendere cioccolato o cosmetici. Ma ci sono idee che rimarranno provocatorie e inquietanti per quanto le si voglia camuffare. Non basta entrare in un negozio e comprare una torcia della libertà: devi accenderla tu stessa e passarla.”

Anche Loredana Lipperini nel suo noto libro “Ancora dalla parte delle bambine” – Feltrinelli 2007 – lanciava un SOS. Secondo l’autrice all’eccessiva attenzione degli adulti verso l’infanzia non c’è un’equilibrata difesa della stessa: “Ci si interroga su come sia possibile che i medesimi (bambini) vengano così precocemente sospinti alla pubertà, e perché i loro comportamenti emulino così smaccatamente quelli dei grandi. Colpa dei mass media, si deduce. Invece, almeno una delle risposte possibili dovrebbe suonare come “perché gli è stato chiesto”. Anche lei parla delle tweens a cui sono propinati cosmetici per l’infanzia, biancheria intima, lucidalabbra, paillete per il corpo, ombretti, smalti per unghie.

“Si chiama entry point. E’ il punto d’ingresso della marca, significa abbassare l’età del target. In sostanza significa che i temi, i prodotti , i programmi televisivi rivolti apparentemente ai quattordicenni vengono in realtà fruiti dai bambini di otto anni. (…) A metà degli anni novanta le bambine comprese tra i sei e dieci anni divennero improvvisamente più consapevoli delle etichette. (…) Anche gli stereotipi femminili passano da spot a spot. Lasciando a chi guarda (specie se giovanissima) il dubbio di come si concili la donna delle automobili con quella dei prodotti per la casa, dei cosmetici e del cibo. Perché mettendo in fila tutte queste femmine, viene fuori una storia che non tiene. (…) Nella confusa femmina pubblicitaria la bambina si specchia e a volte si riconosce. (…) Dunque le bambine si osservano allo specchio di una femminilità multipla, ma con due imperativi principali: piacere e accudire.

Storia familiare. Maribel, 28 anni: “Solo dopo aver conosciuto le mie origini sono riuscita a raccontarmi”

Testimonianza al Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Sono in Italia dall’età di sei anni. Ascoltando quello che diceva il Prof Maiolo mi sono resa conto che una caratteristica di noi ragazzi adottivi è la difficoltà di raccontarci. Oggi, però, quando i più piccoli mi hanno fatto domande dirette sulla mia vita sono riuscita ad aprire il mio cuore. Non nascondo che ho dovuto faticare per raggiungere questo equilibrio.

L’elemento fondamentale è stato il ritorno al mio paese. Prima avevo tante domande nella mia testa. In particolare volevo sapere a chi assomigliavo. Così nove anni fa sono tornata in Cile. Avevo l’indirizzo di mia nonna e sono andata a trovarla senza avvisarla. E’ stato molto duro. Questa povera donna viveva in una situazione di estrema indigenza che non ero pronta ad accettare anche se me lo ero immaginato mille volte nella mia mente. La realtà è molto più massacrante.

Poi sono andata da mio padre. Sono stata contenta di non averlo avvertito perché così l’ho trovato com’è veramente. In 15 anni dalla decisione degli assistenti sociali di darmi in adozione perchè vivevo in una famiglia che non era in grado di farsi carico di una bambina, trovavo le stesse condizioni, nessun miglioramento.

E’ stato in quel momento che mi sono resa conto di quanto sono stata fortunata a trovare una nuova famiglia. Se rimanevo là ero destinata ad una vita infelice e comunque non avrei avuto le occasioni che ho avuto qui in Italia.

Ora riesco a capire la prima parte della mia vita, il trasferimento in due hogar (istituti per minori) e la decisione di farmi adottare. Solo ora riesco a raccontarmi e trasmettere la mia serenità. E’ un invito che faccio ai ragazzi come me, quello di fare chiarezza nella propria storia perché solo così possiamo capire cosa vogliamo dal futuro. Ma non si può costruire qualcosa se non si colmano i grandi vuoti che portiamo dentro di noi. Così è successo a me. Ora sono serena e so quello che devo fare. Mi manca un ultimo tassello che intendo colmare: ritrovare mia madre biologica per completare il quadro.

Quindi, riallacciandomi al tema del Convegno, posso dire che solo con il tempo sono riuscita a raccontarmi, quando ho avuto delle risposte. E’ molto importante parlarne con gli altri altrimenti si rischia la chiusura e la solitudine. Ora riesco ad esprimermi anche con i miei genitori e per me è una grande conquista.”