Pasqua ai tempi del Coronavirus

L’orchidea fiorita in casa in questa strana Pasqua: anche lei ha voglia di vita.

Pubblico volentieri l’omelia della Parrocchia di San Nicolò in questa Pasqua strana, lontana dagli affetti di sempre, ma in un raccoglimento che ci fa sentire ancora più famiglia e gruppo. L’intimità non è data solo dal contatto fisico. Il contatto spirituale, a volte, ci fa capire che cosa è davvero importante.

di don Angelo e don Roberto

Quello che è accaduto esattamente la mattina di Pasqua di duemila anni fa non lo sapremo mai. I Vangeli non si preoccupano di portarci prove per dimostrare che veramente Gesù è risorto. Perché?

Perché la risurrezione non si dimostra. Nessun reporter ha mai fotografato la risurrezione. Nessuno ha mai portato prove oggettive e scientifiche.

Pasqua è un evento da vivere, da contemplare, non da spiegare.

Ma che cosa vuol dire allora “credere” che Cristo è risorto?

Giovanni nel suo Vangelo ci propone come esempio di fede una donna.

La Maddalena, una emarginata, forse una prostituta. Ha incontrato il Cristo e la sua vita è cambiata. E’ ri-nata.

E’ lei che per prima al mattino di Pasqua, quando era ancora buio, corre al sepolcro.

La Maddalena crede, non perché vede, ma perché era una innamorata. Credeva nella vita. Credeva nell’impossibile. La sua fede nel risorto nasce dall’amore.

E’ proprio a lei che Gesù dice quella frase oggi di grande attualità:

«Noli me tangere. Non mi toccare ».

Non significa che Gesù non voleva essere toccato. In vita si era perfino lasciato baciare i piedi. Gesù vuol far capire alla Maddalena che ora la sua relazione con il risorto non è più fisica, ma interiore, spirituale. Ora il Cristo lo devi incontrare nell’altro, nell’amico, nella sorella, nel povero, nel malato.

E’ nel gesto della condivisione che appare l’invisibile. Solo chi ama profondamente l’altro può fare esperienza di “toccare” con mani il divino, ciò che è invisibile, ciò che non si può spiegare, ma si può sentire, si può vivere.

Stiamo vivendo un tempo di fatica, di crisi. Ma forse è proprio nei momenti più difficili che sappiamo tirar fuori il meglio di ognuno di noi stessi.

Eravamo malati ci ha ricordato papa Francesco,. Eravamo tutti sempre di corsa. Avevamo perso il senso del tempo, della natura, della vita.

Un piccolo virus ci ha costretti a fermarci.

Forse anche per noi vale la parola del profeta Osea: “Ti condurrò nel deserto e là parlerò al tuo cuore”.

Da settimane siamo tutti in esilio nelle nostre case.

I libri più belli e profetici della Bibbia sono nati nel tempo dell’esilio in Babilonia. Dante ha iniziato a scrivere la sua Divina Commedia mentre era in esilio.

Forse l’aver vissuto la quaresima in tempo di quarantena, l’aver chiuso le chiese, l’aver vissuto un lungo digiuno eucaristico, l’aver sperimentato la famiglia come piccola chiesa, potrà aiutarci a capire quanto è prezioso e sacro il tempo della vita.

E’ nella vita che possiamo incontrare Dio. E’ nella vita che possiamo celebrare le nostre vere eucarestie, la nostra vera Pasqua di resurrezione.

Come Comunità cristiana siamo chiamati a vivere questo momento di crisi come una nuova opportunità per riscoprire nuove forme di sacramentalità laica. Ripensare un nuovo modo di essere chiesa, comunità, parrocchia. Un nuovo modo di vivere il rapporto tra il prete e la comunità.

L’eucarestia domenicale è importante, ma è nella vita che possiamo riscoprire il senso vero e profondo del vivere da risorti.

Non abbiamo bisogno di riti e nemmeno di surrogati. Abbiamo bisogno di liturgie “vissute” che profumino di umanità.