Sessualità/gravidanze precoci: “Genitori che accettano in casa la coppia adolescenziale sessuata”

 

L’educazione sessuale e il ruolo dei genitori nella crescita della coppia adolescenziale. Stiamo parlando di quei genitori che si definiscono moderni e aperti, e che pensano di esserlo garantendo la sessualità dei loro figli priva di colpa. Molto spesso dietro vi è l’intenzionalità protettiva che non aiuta a crescere. Leggiamo attentamente il paragrafo che segue. Che ne pensate?

“Tuttavia proprio tale intenzionalità protettiva da parte dei genitori rischia di esporre gli adolescenti ad un pericolo forse meno evidente ma certo più diffuso, quello di essere ostacolati nella propria nascita sociale, trattenuti in un’area familiare così accogliente e protettiva da poter accettare al proprio interno anche la coppia adolescenziale sessuata, purché tutto accada lì al sicuro, protetta dalle pareti domestiche, protetti da una coppia parentale assolutamente intenzionata a non dimettersi da tale, a mantenere ancora a lungo un controllo di quello che si riduce così ad un gioco sessuale infantile, che non fa crescere perché responsabilità e potere rimangono altrove.” – Gustavo Pietropoli Charmet, docente di psicologia dinamica, e Elena Riva, psicologa e psicoterapeuta.

(tratto da “Adolescenti in crisi e genitori in difficoltà” – Franco Angeli)

Sessualità/pubertà precoce: “Ipotesi fisiopatogenetiche della pubertà precoce”

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Dott.Giorgio Zavarise, pediatra – Ospedale di Negrar- VR

“Numerose sono le ipotesi che possiamo avanzare per spiegare questo fenomeno, escludendo in partenza che queste bambine fossero già destinate ad una precocità sessuale.

Un ruolo importante è svolto senza dubbio dalla dieta, direttamente e indirettamente tramite le variazioni metaboliche e somatiche che implica. Queste bambine solitamente passano da una alimentazione  povera, spesso vegetariana carente di proteine e calorie, ad una più ricca, bilanciata normo- o ipercalorica con conseguente stimolo alla produzione di sostanze endogene (ormoni, neurotrasmettitori, proteine citoplasmatiche ed extracellulari) e modificazioni corporee importanti per l’avvio dello sviluppo puberale. Il conseguente ingrassamento sottolinea il possibile ruolo del tessuto adiposo, specie nelle bambine adottate dopo i 5 anni, nelle quali si assiste ad un notevole incremento della massa adiposa in breve tempo, come avviene durante lo sviluppo puberale fisiologico. Gli adipociti sono, infatti, in grado di aromatizzare gli androgeni surrenali (già fisiologicamente presenti per l’età ed ulteriormente stimolati dal refeeding) in estrogeni con precoce sensibilizzazione (priming) dei centri ipotalamici. Le migliorate condizioni alimentari aumentano la produzione endogena di somatomedina (insulin-likegrowthfactor 1) (IGF-1) che favorisce la maturazione puberale stimolando direttamente la crescita ovarica, la maturazione follicolare e la produzione di estrogeni, e favorendo tutto il processo puberale tramite un aumentata secrezione di GnRH a livello ipotalamico. Un normale apporto nutritivo favorisce, inoltre, la secrezione di leptina importante regolatore dei processi puberali e regola il peptide Y inibitore degli stessi.

Anche fattori etnici e psicologici sembrano svolgere un certo ruolo nella determinazione di questo fenomeno. Numerose sono, infatti, le bambine indiane che se alimentate bene (come quelle delle classi sociali più ricche) hanno anche in patria un’età media del menarca fra le più basse al mondo (11.2-12.8 anni rispetto a 12.6 delle italiane, 13.0 delle europee del nord, >14 delle indiane povere e della maggior parte delle ragazze dei paesi in via di sviluppo). Inoltre il peso e la statura media presentata dalla popolazione indiana al momento dell’inizio puberale, indipendentemente dall’età e dalla classe sociale, sembrano essere minori di quelli delle bambine occidentali (peso 27 rispetto a 33 kg; statura 137 rispetto a 142 cm), con un peso simile a quello medio delle bambine adottate indiane osservate da noi (25.5 Kg).  L’importanza di fattori psicologici è sottolineato da dalla tempestività dell’inizio puberale subito dopo l’adozione, e dal caso emblematico di una bambina adottata a 2 anni ma  successivamente trascurata e maltrattata al punto da essere tolta alla famiglia adottiva e affidata a 6 anni ad altri genitori, con immediato avvio del processo puberale.”

 

(fonte: giorgiozavarise.it)

Sull’argomento vedi anche:http://www.amicitrentini.it/images/stories/pdf/3_intervento.pdf

Sessualità/adulti deviati. L’esperto. “La mancanza di barriere generazionali è una trappola per gli adolescenti”

Tratto da “Adulti senza riserva” di Philippe Jeammet. Il noto psichiatra francese ci richiama al nostro ruolo di adulti e genitori. La nostra società è intrisa di messaggi e comportamenti ipersessualizzati che, invece di aiutare i nostri ragazzi a spiccare il volo, li schiacciano nell’angolo delle loro paure perché nessun adulto li prende per mano. Molto spesso sono i giovani a sanare le ferite degli adulti. Ciò non è giusto, non sta nell’ordine delle cose.

 

La volgarità non necessaria e manifesta non è tanto piacere quanto paura. Il compito di un adulto, per un adolescente, non è quello di essere un amico bensì di apportare la differenza. E’ l’aspettativa del più giovane nei confronti del più anziano – che si suppone possieda un sapere  e delle capacità che il ragazzo invidia – a fare di ogni adulto un potenziale educatore. Non voler tener conto di tali aspettative non significa farle scomparire, ma equivale ad abbandonare i più giovani alle loro risorse, rifiutando loro quel periodo di appoggio di cui hanno bisogno. (…) Che lo vogliamo o no, tutti i media sono portavoce dell’adulto e costituiscono un modello di ciò che gli adulti rappresentano per i più giovani. (…) C’è abuso sessuale in questa continua effrazione dell’intimità dello spazio psichico dei bambini e degli adolescenti (…) Oggi, tutto il nostro clima sociale è impregnato di una incestualità sempre più manifesta, come se gli adulti non avessero che un’ossessione, il sesso. Il sesso è l’argomento preferito dei pubblicitari (…)

Dietro ai ragazzi che vengono in terapia e si aprono all’intimità terapeutica stanno i  genitori. Dietro ad ogni adulto stanno i genitori. L’ossessione e l’iper rappresentazione dell’elemento sessuale costituiscono un’effrazione dell’intimità ormai già nell’infanzia, costringendo il bambino, ancor prima che ve lo induca la pubertà, a considerare  che ciò che gli adulti presentano continuamente riguarda anche i loro genitori. Non si lascia più ai giovani il tempo e lo spazio per immaginare, con il loro ritmo, secondo la loro convenienza, secondo la loro fantasia, tale relazione nell’ambito della coppia parentale, ma gliela si impone nella forma e nella frequenza che ha, senza che possano dire una parola, senza che possano scegliere. Ed è oggi una violenza quotidiana che viene loro fatta in tal modo. Ora come ho detto, la difficoltà non sta tanto nella sessualità in sé quanto nel suo eccesso. Con questa ipersessualizzazione i genitori perdono una parte della loro funzione tranquillizzante, rassicurante e di contenimento, e diventano a loro volta un fattore di eccitazione e di turbamento il che rende più conflittuale il rapporto con loro.

(…) La maggiore vicinanza tra genitori e figli e l’indebolimento delle barriere, e addirittura delle differenze generazionali, aumentano anche i rischi di una eccessiva deidealizzazione di un genitore o di entrambi, soprattutto se questi si ritengono obbligati, per amore di trasparenza, a dire tutto ai loro figli, a informarli di tutti gli incerti della loro vita di coppia, se non anche a farne gli spettatori e i giudici dei loro rispettivi comportamenti. (…) Non è più una cosa eccezionale che un genitore, per lo più il padre, presenti la sua nuova amica alla figlia adolescente di cui fa così la propria confidente, magari all’insaputa della madre, quando l’amica in questione ha solo qualche anno più della figlia. (…) Col suo esempio, il genitore non è più il vettore che li spinge a voler vivere una loro storia d’amore, bensì colui che li “ancora” maggiormente a sé avvicinandosi a loro e dando loro un posto privilegiato, suscitando eventualmente compassione, ma frenando la loro capacità di immaginare e desiderare una vita amorosa personale.

Sessualità/adulti deviati. L’esperto: “Cultura dell’infanzia significa trattare i bambini come bambini”

da “Seduttività infantile e sfruttamento degli adulti” – di Anna Oliverio Ferraris

Per oltre un secolo l’immagine dell’infanzia tracciata da studiosi ed educatori insigni come Rousseau, Piaget, Maria Montessori e molti altri fu quella di un’età da vivere all’insegna della spontaneità, secondo i tempi della maturazione psicofisica, al di fuori di preoccupazioni relative al proprio aspetto, al possesso di abiti alla moda o gadget che fanno tendenza. Ai bambini veniva riconosciuto il diritto al gioco libero e spontaneo e ad una crescita lenta.

Sesso, seduzione, competitività erano considerate tematiche al di fuori dei loro interessi, tipiche delle età successive. Oggi non è più così. Pubblicità e spettacoli televisivi di ogni genere e per ogni età, possono raggiungere bambini grandi e piccoli e modellare i loro comportamenti. I bambini infatti, molto più degli adulti, imparano per imitazione e “immersione”. Che cosa significa? Significa che negli anni infantili si tende a riprodurre ciò che si vede senza riflettere o porsi dei problemi. Questo tipo di apprendimento consente di assimilare rapidamente molte e diverse informazioni proprio perché colui che impara si appropria di “copioni” di comportamento senza esercitare il senso critico. Si può essere molto intelligenti, come lo sono appunto i bambini che assimilano rapidamente, e al tempo stesso essere del tutto privi di riflessione e senso critico. Il senso critico si sviluppa lentamente in rapporto all’esperienze che si fanno e alla maturazione del sistema nervoso. Confondere intelligenza con maturità può esser pericoloso.

Non dobbiamo perciò stupirci se un bambino che vede scene di seduzione sugli schermi tenderà a ripeterle. I bambini che nei secoli scorsi assistevano alle esecuzioni capitali in piazza, tendevano poi a riprodurle con il gatto o qualche altro animale alla loro portata. Naturalmente, sia in un caso che nell’altro, i bambini non ne comprendono tutti i risvolti (alcuni si e altri no) e non immaginano, per mancanza di esperienza, tutte le possibili conseguenze; soprattutto non immaginano gli effetti che le loro azioni e comportamenti possono avere sugli altri. Poiché i bambini, per questioni anagrafiche, non hanno senso critico sono ovviamente gli adulti che devono selezionare il tipo di informazioni che li raggiungono e creare una sorta di filtro. Realizzare questo filtro però è diventato difficile, oggi, a causa dell’aggressività del mercato e della pervasività degli spettacoli televisivi. Il mercato considera l’infanzia alla stregua di un target e non ha preoccupazioni educative. Gli spettacoli televisivi entrano nell’intimità della casa e proprio per questa ragione possono essere inconsciamente associati alla sicurezza e al calore del nido domestico: una condizione psicologica che facilita l’assimilazione acritica dei messaggi.

I bambini di questi anni che vedono il Grande Fratello, invece di giocare ai cow-boy come facevano i loro genitori giocheranno ad appartarsi in coppia sotto un tavolo mimando una scena di sesso. Le bambine che vedono ogni sera uno show con ballerine in costumi molto succinti, vorranno giocare allo spogliarello invece che alle bambole. E ancora, i bambini che – dalla pubblicità, dai coetanei o dai loro genitori – vengono continuamente sollecitati al possesso di abiti all’ultima moda, scarpe firmate, oggetti status simbols entrano in competizione tra loro per l’acquisizione di questi prodotti, senza i quali si sentono infelici. Giorno dopo giorno essi fanno propria una visione del mondo che non apparterrebbe all’infanzia, modi di pensare e di atteggiarsi che possono avere dei risvolti non soltanto sullo stile di vita presente ma anche futuro. Ciò non significa, tuttavia, che crescendo, riflettendo, acquisendo senso critico e ricevendo stimoli culturali differenti non possano poi rivedere e modificare gli apprendimenti e i condizionamenti dell’infanzia. (…)

La tentazione di accelerare lo sviluppo di un bambino, di trattarlo come se fosse un adulto in miniatura e di usarlo per il proprio piacere o vantaggio è molto forte in alcune persone, soprattutto quando sono prive di una cultura dell’infanzia o quando ci sono delle frustrazioni irrisolte. Costoro proiettano sui bambini i loro desideri, le loro aspirazioni, i loro obiettivi e trovandovi una materia plasmabile e recettiva vi si esercitano senza preoccuparsi del futuro dei loro figli, delle loro esigenze di crescita, della formazione della loro personalità. (…)

(fonte: annaoliverioferraris.it)

 

Della stessa autrice vedi il libro “La sindrome di Lolita. Perchè i nostri figli crescono troppo in fretta”.

Sessualità/abusi su minori: “Le conseguenze dell’abuso nei rapporti con l’altro sesso”

 

La costruzione di una propria identità delle ragazze adolescenti abusate passa attraverso la possibilità d’integrare le diverse immagine di sé: abusata, impotente, rabbiosa, piena di vergogna ancorandole a quelle più sane e mature. (…) Abbiamo notato che le inibizioni sessuali nelle ragazze sono tanto più forti quanto più forti sono i sentimenti di colpa e di vergogna per essersi sentite responsabili di quanto hanno subito. (…) Le ragazze possono così accettare e richiedere le coccole dei loro fidanzati, ma sono assolutamente chiuse ai rapporti intimi.

Ci sono ragazze che continuano ad essere attratte da persone seduttive che, similmente all’abusante, le ingannano e le fanno sentire importanti solo per soddisfare i propri bisogni narcisistici di conquista.

Numerose ragazze, fragili, accettano di accompagnarsi a qualsiasi ragazzo le corteggi, perché pensano di avere un valore solo se si sentono importanti per qualcuno.

Altre ragazze non riescono a dire di no di fronte alle proposte sessuali dei ragazzi se vengono a trovarsi nella condizione di gravissima solitudine perché la madre non crede alle loro rivelazioni.

Ci sono poi ragazze che cercano attraverso il piacere fisico di vendicarsi di quello che hanno subito e mettere a tacere sentimenti di colpa e di vergogna. Considerano il rapporto sessuale violento ma anche attraente per le sue caratteristiche di forza, confondendo proprio la forza con la violenza.

(tratto da “L’adolescenza ferita” – Franco Angeli 2009)

Storia familiare. Maribel, 28 anni: “Solo dopo aver conosciuto le mie origini sono riuscita a raccontarmi”

Testimonianza al Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Sono in Italia dall’età di sei anni. Ascoltando quello che diceva il Prof Maiolo mi sono resa conto che una caratteristica di noi ragazzi adottivi è la difficoltà di raccontarci. Oggi, però, quando i più piccoli mi hanno fatto domande dirette sulla mia vita sono riuscita ad aprire il mio cuore. Non nascondo che ho dovuto faticare per raggiungere questo equilibrio.

L’elemento fondamentale è stato il ritorno al mio paese. Prima avevo tante domande nella mia testa. In particolare volevo sapere a chi assomigliavo. Così nove anni fa sono tornata in Cile. Avevo l’indirizzo di mia nonna e sono andata a trovarla senza avvisarla. E’ stato molto duro. Questa povera donna viveva in una situazione di estrema indigenza che non ero pronta ad accettare anche se me lo ero immaginato mille volte nella mia mente. La realtà è molto più massacrante.

Poi sono andata da mio padre. Sono stata contenta di non averlo avvertito perché così l’ho trovato com’è veramente. In 15 anni dalla decisione degli assistenti sociali di darmi in adozione perchè vivevo in una famiglia che non era in grado di farsi carico di una bambina, trovavo le stesse condizioni, nessun miglioramento.

E’ stato in quel momento che mi sono resa conto di quanto sono stata fortunata a trovare una nuova famiglia. Se rimanevo là ero destinata ad una vita infelice e comunque non avrei avuto le occasioni che ho avuto qui in Italia.

Ora riesco a capire la prima parte della mia vita, il trasferimento in due hogar (istituti per minori) e la decisione di farmi adottare. Solo ora riesco a raccontarmi e trasmettere la mia serenità. E’ un invito che faccio ai ragazzi come me, quello di fare chiarezza nella propria storia perché solo così possiamo capire cosa vogliamo dal futuro. Ma non si può costruire qualcosa se non si colmano i grandi vuoti che portiamo dentro di noi. Così è successo a me. Ora sono serena e so quello che devo fare. Mi manca un ultimo tassello che intendo colmare: ritrovare mia madre biologica per completare il quadro.

Quindi, riallacciandomi al tema del Convegno, posso dire che solo con il tempo sono riuscita a raccontarmi, quando ho avuto delle risposte. E’ molto importante parlarne con gli altri altrimenti si rischia la chiusura e la solitudine. Ora riesco ad esprimermi anche con i miei genitori e per me è una grande conquista.”

Famiglie imperfette. Arun: “Cognome italiano con “involucro” cambogiano”.

“Sono cambogiano, anzi no, sono italiano, come tanti figli adottati in adozione internazionale, ho tratti somatici molto differenti da quelli dei miei genitori. Ho tratti somatici differenti anche da quelli dei miei zii, dei nonni, dei cugini, dei miei compagni di scuola, dei miei amici e conoscenti.

Mi sono ormai arreso all’evidenza di vivere sapendo di essere diverso, costantemente diverso, ma sarei diverso anche vivendo in Cambogia, perché ormai non conosco la lingua, le abitudini, le tradizioni, i gesti, ecc. Sono un perfetto italiano in un involucro da cambogiano! Il mio amico filippino, figlio di immigrati, ha un aspetto molto simile a me, tanto che spesso scambiano anche me per un filippino, ma lui ha i genitori che gli assomigliano, in casa mangia dei piatti che ricordano la cucina filippina, i suoi genitori parlano spesso in filippino tra di loro e raccontano storie filippine, la loro casa è come un piccolissimo pezzetto di filippine trapiantato in Italia. Il mio amico si sente un po’ filippino e un po’ italiano. Io forse non mi sento ne’ italiano, ne’ cambogiano.

Io sono stato adottato quando avevo due anni, i miei genitori e mia sorella hanno fatto un lungo viaggio per accogliermi nella loro famiglia, io ero stato abbandonato dalla nascita ed ero sopravvissuto negli stenti e nella povertà. Senza l’adozione forse non sarei vivo, sicuramente non avrei goduto dell’amore e delle possibilità che mi hanno offerto. Non parlerò in questa sede delle domande irrisolte relative al mio abbandono e che vorrei porre alla persona che mi ha generato e che poi mi ha abbandonato. Ma ora mi chiedo: “chi sono?” La mia cambogianità sopravvive in me nel colore della pelle, nel taglio degli occhi, nel profilo un po’ schiacciato del mio naso, nella mia statura, ma tutto il resto, il modo che ho di interagire con il mondo è da italiano, i gesti lo sono, non solo la lingua ma anche il modo di pronunciare i suoni della lingua è italiano, anzi lombardo, il modo di pensare, di agire e di reagire è italiano, probabilmente tutto il mio comportamento è diverso da come si comporta un mio coetaneo cambogiano di Cambogia.

Quando pian piano ho abbandonato i gesti abituali del mio mondo di provenienza per sostituirli con quelli attuali, ho imparato a parlare questa nuova lingua, ho cambiato le espressioni del viso, le posture, i modi di approccio alle persone e ho compiuto un percorso senza ritorno, potrò studiare e imparare perfettamente il cambogiano, potrò studiare gli usi, i costumi, la storia, la cultura, le espressioni, ecc. della Cambogia ma non saranno mai più mie come se le avessi ereditate crescendo.

Quando mi dicono che sono cambogiano, quando mi chiamavano ‘piccolo khmer’, facevano riferimento all’involucro, questo è naturale, contenuto e contenente generalmente coincidono. Ho pensato che potrebbe sentirsi come me anche un discendente di terza o quarta generazione di immigrati, quando il legame della famiglia con la terra d’origine è diventato molto labile (i dotti direbbero fantasmatico), ma non è così, perché sarebbe comunque un discendente e potrebbe sempre pensare di avere degli avi tangibili giunti qui in cerca di lavoro e di fortuna. Pur avendo perso i legami culturali avrebbe i genitori e i parenti presenti che sarebbero somaticamente come lui. Il fantasma cambogiano che è in me invece è solo in me e non nei miei parenti, mi consola che se avrò dei figli lo condividerò con loro come condividerò il cognome italianissimo che a volte spiazza gli interlocutori, e che mi diverte non poco.

Per fortuna non sono stato vittima di comportamenti razzisti particolarmente gravi, solo qualche idiota (le loro mamme sono sempre incinte come cita il proverbio) che ha tentato di prendermi in giro o di isolarmi, di emarginarmi. Ci vuole ben altro per crearmi dei problemi. Famiglia e cognome italiano in questi casi è molto importante, direi che per fortuna mia, ma non per gli immigrati, fa la differenza in molti aspetti della vita di tutti i giorni. Un certo fastidio soprattutto all’inizio è stata la fatica di dover spesso dimostrare che non ero straniero Perché appena uscivo dall’ambito familiare e dei conoscenti, trovavo subito qualcuno che si stupiva della mia capacità di esprimermi bene in italiano, oppure trovavo qualcuno che mi trattava da straniero. Poi ho fatto l’abitudine a queste piccole noie e, anzi, ho cominciato a divertirmi dello stupore provocato. Prima era una seccatura, ora è quasi una risorsa con cui convivo bene.

Rimane sempre quella domanda iniziale: “chi sono?”, anzi meglio “cosa sono?”. Viene risvegliata sempre dall’automatismo “tratti somatici = appartenenza etnica” che vorrebbe attribuirmi un’identità etnica che è assente, che vorrebbe affibbiarmi un’etichetta che in realtà è vuota, che è solo un involucro. Tutti gli insegnanti che ho incontrato prima o poi mi hanno parlato della grandezza dell’impero khmer, della cultura khmer, delle vicissitudini politiche cambogiane degli anni 70. Io apprezzo molto il fatto che abbiano studiato argomenti che altrimenti non avrebbero mai approfondito, e mi sembra anche indelicato dir loro che io con quella cultura e quella storia ho poco a che fare, ma è la verità: cosa può significare per me? Mi può interessare di più la storia dell’impero romano o la storia dell’impero khmer? Forse nessuna delle due.

Quando a scuola mi chiamano straniero e qualche idiota aggiunge di tornarmene a casa mia, cosa posso rispondere? straniero non mi sento proprio, anche se non sono nato qui, ci vivo da così tanto tempo che non mi ricordo altro luogo, e quindi non posso tornare in nessun luogo che non sia questo. Immagino che se andassi (e uso il verbo ‘andare’ al posto del verbo ‘tornare’ volutamente) in Cambogia mi scoprirei molto simile alle persone che si incontrano per strada ma sarei anche molto diverso da loro, non avrei la stessa lingua, non avrei gli stessi gesti, essendo ormai un occidentale, anche se mascherato da indocinese. Mi sento italiano in tutto tranne che nei tratti somatici.

I miei genitori (adottivi) mi dicono che la Cambogia è un paese bello, che i cambogiani sono accoglienti, sorridenti, gentili e che sono un popolo di cui posso andare fiero, che non devo vergognarmi delle mie origini, anzi che provengo da un popolo con una storia importante, che ha avuto recenti vicissitudini drammatiche che lo hanno reso povero ma mai domo, e che anche per questo devo esserne orgoglioso… ma come faccio a essere fiero di qualcosa che non conosco e che in fondo non mi appartiene. Le mie origini sono perse per sempre, rimane solo l’indirizzo dell’istituto dove sono stato per una manciata di mesi. Altre notizie certe della mia provenienza non ce ne sono, c’è il caldo, la polvere o la pioggia, le palme e le acacie, i profumi dei fiori e delle spezie che ho conosciuto quando ero molto piccolo e di cui non ho ricordo.

Fortunatamente il mio carattere è sufficientemente positivo da accettare questi aspetti potenzialmente traumatici dell’esperienza adottiva. Non sono solo, i miei genitori e mia sorella (lei è nata in Italia) mi vogliono bene, non sono solo, conosco altri ragazzi nati in Cambogia e adottati in Italia, non sono solo, ho tanti amici che sono affascinati dai miei tratti somatici esotici. Siamo tutti cittadini del mondo e il resto conta poco.”

(fonte: italiaadozioni.it 11/04/2011)

Gravidanze precoci. Elena, 20 anni: “Sospenderei ogni giudizio e vorrei vedere l’evolversi della storia”

“Penso che queste ragazze siano coraggiose e non vadano giudicate, il problema è che si giudica troppo, tutto. Se un’adolescente rimane incinta ha sbagliato, questo è ovvio, ma tanto si avrà da dire se tiene il bambino, se abortisce, se lo dà in adozione, in ogni caso ognuno avrà un commento da fare, quasi sempre negativo! Sono ragazze che si prendono le loro responsabilità, conseguenza dell’errore commesso, non tutti lo fanno, di qualsiasi errore si parli. E’ vero che più si è giovani e meno esperienza si ha, quindi magari sarà più difficile per loro, ma non penso conti solo l’età. Avranno modo e tempo per imparare e possono insegnare ai loro figli molto e crescerli meglio di alcune madri 40enni! Quando si sentono i casi di cronaca sui bambini (casi estremi s’intende) quante volte quelle madri sono adolescenti? Mi sembra mai o quasi! Quando senti tuo figlio dentro di te e quando poi lo guardi negli occhi per la prima volta diventi madre, al di là dell’età! Cerchiamo di giudicare meno e di capire di più.”

(fonte:  it.answers.yahoo.com)

Gravidanze precoci. Sofia, 15 anni: “Dopo nove mesi ho raggiunto una certa serenità”

“Io di anni ne ho 15 e anch’io come Flap sono alla fine della mia gravidanza. Come ci si sente? Beh diciamo che all’inizio c’è troppa confusione e terrore. Non volevo che si sapesse, me ne volevo andare per tutta la gravidanza da qualche parte oppure volevo abortire, anzi diciamo che abortire è stato il mio chiodo fisso perchè avevo troppa paura… paura non tanto dei giudizi, ma della mia vita, di come sarebbe cambiata e di cosa avrei lasciato. Per mesi non mi volevo alzare dal letto e vedevo tutto nero. La situazione in casa era pesante e non vedevo vie d’uscita, volevo morire non più abortire, tutto mi sembrava senza senso, dubbi su dubbi, incertezze che come benzina su fuoco facevano ardere questo desiderio di sparire per sempre!!!!!! E’ stato un periodo bruttissimo, a scuola non volevo che si sapesse non tanto per le malelingue ma per me, non volevo accettare quello che succedeva e non volevo essere etichettata. C’è sempre stato il mio ragazzo che amo e mi è sempre stato vicino, anche se per giorni e giorni l’ho maledetto e gli ho scaricato addosso le mie ansie. Penso che l’amore sia questo, sopportarsi e supportarsi, amarsi e odiarsi, provare sempre qualcosa di imprecisato, ma cmq provare sempre qualcosa. Adesso, dopo 9 mesi e un pancione che pesa e che mi fa girare gli ormoni come sull’autostrada per Firenze, posso dire che sono tranquilla e che non vedo l’ora! Abbiamo atteso la nascita della mia bambina tra lacrime e sorrisi, fughe, litigi, scleri e quante altre cose che non so elencare adesso, però si va avanti, sempre!!!!!!”

(fonte: it.answers.yahoo.com)