Famiglie imperfette: “Essere padre… 3) Padre non si nasce, ma si diventa”

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

Educatori non si nasce, ma si diventa, poco alla volta. Dopo i primi tre mesi dell’esperienza di affido volevo abbandonare tutto. Mi sentivo soprattutto incapace di affrontare certi problemi e situazioni umane così difficili e delicate. L’incontro con un ragazzo che ha subito ogni forma di violenza e che si ritrova con una personalità distrutta, fa crollare ogni schema educativo prefissato e ti costringe ad “inventare” di volta in volta il “che cosa fare” senza falsi preconcetti e con la disponibilità a ricominciare sempre di nuovo. Di fronte ai continui fallimenti sei costretto a recuperare una buona dose di “capacità-autocritica” attraverso una continua verifica dei progetti e dei programmi. Bisogna imparare ad accettare con serenità il proprio limite, la propria debolezza, la propria parzialità, cercando di non lasciarsi sopraffare dall’emotività. La coscienza del tuo limite ti mette in convizione di percepire il mistero che ti circonda.

Qual è la condizione fondamentale che sta alla base di una vera relazione?

Bisogna partire – scrive Lévinas – dall’ascolto dell’altro”.

Il vero atteggiamento perché il soggetto possa scoprire l’altro come soggetto e non come oggetto, è una profonda capacità di “ascolto”.

E “ascoltare” l’appello di chi si trova in difficoltà, vuol dire saper cogliere la negatività della persona che ha subito violenza per cercare di eliminarla, investendovi volontà, intelligenza, cuore, affettività, tempo, soldi. La totalità del mio “io”.

Vuol dire imparare a guardare la realtà dal punto di vista degli “sconfitti”, degli emarginati.

Il volto dell’altro, scrive Lévinas, è la “differenza” che come visitazione, irrompe con la forza della sua nudità di bisogno, e mi convoca alla responsabilità“.

Ciò che mi obbliga eticamente, prima ancora che religiosamente, a fare qualcosa per l’altro, è l’appello che ogni vita gracile e indifesa rivolge a me che le sto accanto.

Quindi più che “conoscere” l’altro bisogna anzitutto rendersi conto delle “responsabilità” che si hanno di fronte all’altro.

I care” aveva scritto don Milani sulla porta della scuola di Barbiana. ” Me ne importa, mi prendo cura“.

L’altro non chiede di essere compreso, conosciuto, posseduto o compatito. Chiede essenzialmente una risposta di “giustizia”, una assunzione di responsabilità.

C’è una espressione di cortesia che spesso diciamo quando incontriamo qualcuno all’ingresso di una porta: “Prego dopo di lei“.

Secondo Lévinas questo “dopo” non è semplicemente una formalità ma esprime qualche cosa di “ontologico-metafisico”: “l’altro ha sempre la precedenza su di me“.

Perchè? Perchè io non ho alcun potere su di lui. Anzi sono chiamato ad occuparmi di lui, del suo benessere, della sua salute.

E me ne devo occupare senza esigere reciprocità, perché la relazione con l’altro non è simmetrica.

La solidarietà non è una conoscenza in più, ma una diversa qualità della relazione con l’altro. Una relazione all’insegna del “dono” della “gratuità”, dell’ “uscire da sé”.

Ed uscire da sé non vuol dire perdersi o rinnegarsi, ma un “crescere”, un aprirsi a possibilità nascoste, imprevedibili. Vuol dire concepire la propria esistenza non più basata sul “conosci te stesso”, sul “potenziamento” del proprio io, ma sulla “relazione”. Una relazione che è un “faccia a faccia”, un entrare in rapporto, un “comunicare”.

Se non viene rispettata questa correlazione, le conseguenze sono tragiche. Infatti se l’io non ammette l’altro come soggetto cercherà di ridurlo ad oggetto. E questo vale non solo per le persone, ma anche per le cose, per la natura, per Dio.

Famiglie imperfette: “Essere padre… 2) Per poter dare, bisogna essere”

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

 Le prime difficoltà mi hanno fatto prendere coscienza che “per poter dare veramente, bisogna prima essere”. Di fronte a certi problemi e a certe situazioni, non è sufficiente l’entusiasmo e la buona volontà. Occorrono preparazione, riflessione, maturità. L’incontro con la realtà dell’emarginazione ha infranto tutte le mie sicurezze, le mie certezze, ha messo in questione tutta la mia personalità. L’altro, in particolare l’altro-povero-emarginato, ti interpella, ti provoca, ti educa, ti cambia, ti costringe ad uscire dall’indifferenza, a cercare delle risposte, ad assumere delle responsabilità.

 La relazione con l’altro, dice Lévinas, è il punto di partenza per la ridefinizione di noi stessi. “E’ l’altro che fa scoprire te stesso”.

E il grande scrittore e poeta Pablo Neruda diceva: “Nascere non basta, è per rinascere che siamo nati”.

Ma per riuscire a mettere al primo posto l’altro, scrive Italo Mancini, “ci vuole un vero arrovesciamento di cultura e di mentalità”.

Bisogna passare dall’umanesimo del “soggetto”, dell’ “io”, all’umanesimo dell’altro uomo. Bisogna, dice ancora Ricoeur, deporre l’io dalla sua sovranità per far posto all’altro e ripensare la propria esistenza come “essere per l’altro, con l’altro e grazie all’altro“.

Occorre, come scrive Lévinas, vedere nell’altro “un volto da scoprire, contemplare, accarezzare”.

Ad Ulisse, ideale di uomo del mondo greco-classico, bisogna contrapporre la figura di Abramo, immagine dell’uomo che ha le sue radici nella tradizione ebraico-cristiana.

Ulisse è il simbolo dell’uomo che ricerca se stesso, che ha dei progetti ben delimitati e chiari, che pone la sua fiducia solo nelle sue forze.

Abramo invece è il simbolo dell’uomo che esce da sé, che si fida dell’Altro, che interpreta la vita come un continuo “esodo”.

Impostare la vita secondo gli schemi e i principi ben precisi di Ulisse dà molta sicurezza e tranquillità. Pur in mezzo a tante difficoltà e rischi, Ulisse sa dove va.

L’avventura di Abramo invece è molto più dura e piena di incertezze. Abramo non sa dove va, conosce soltanto quello che lascia. Ha il biglietto di sola andata e il suo domani è incerto. Il suo futuro non è “a casa”, ma “altrove”, non è in un ritorno, ma in una “uscita”. 

Ma il “rinascere” ad una nuova cultura, ripensare una nuova antropologia, non è frutto di una semplice decisione razionale. E’ necessario un lungo cammino di ricerca, di tentativi, di progetti, di fallimenti.

(continua…)

Famiglie imperfette: “Essere padre… 1) L’esperienza”

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

Dall’ottobre del ’78 ho scelto di vivere con un piccolo gruppo di ragazzi in affidamento dal Tribunale dei minorenni.

Ho iniziato quasi per caso. Con molto entusiasmo, ma anche con tanta ingenuità e incoscienza. Con motivazioni umane e di fede maturate da anni, ma senza alcuna preparazione specifica rispetto al problema dei minori in difficoltà e dell’emarginazione.

I ragazzi affidati, sempre di età compresa tra i 13 e i 18 anni, provenivano da situazioni famigliari molto difficili. Problemi di alcolismo, droga, prostituzione, carcere, stato di abbandono. Quindi ragazzi “violentati” fin dalla loro infanzia. Cresciuti fin dai primi anni senza figure “autorevoli” di riferimento, sia dal punto di vista affettivo sia da quello educativo.

La famiglia d’origine è sempre piuttosto “fragile”, con una madre che spesso scambia il bisogno di affetto con l’immediata soddisfazione di bisogni materiali, e con un padre per lo più assente e violento.

La scuola non è assolutamente preparata a rispondere adeguatamente a questi bisogni e di conseguenza li emargina e li rifiuta.

Il quartiere non offre né luoghi né momenti di incontro. Per il tempo libero mancano spazi e proposte e la strada diventa l’unica “scuola” dove imparare a vivere e a sopravvivere.

Raramente nella pastorale parrocchiale rientrano progetti e programmi seri a favore di questi ragazzi. Le uniche iniziative “ecclesiali” sono legate a qualche persona singola, a gruppi di volontariato o a forme tradizionali di assistenzialismo.

Anche se è difficile delineare il ragazzo a rischio “tipo”, in quanto ognuno ha una sua particolare storia che lo rende “unico”, tuttavia c’è una caratteristica che li accomuna. Sono tutti ragazzi alla ricerca disperata di qualcuno disposto a volergli bene, con una personalità “debole”, cresciuti senza “spina dorsale”, che crollano alle prime difficoltà. Con una formula che esprime molto bene la realtà giovanile di oggi potremmo dire che sono “ragazzi senza padre”, cioè senza punti di riferimento, senza quel minimo di sicurezze che sono indispensabili per affrontare le difficoltà della vita.

Fin dall’inizio l’impatto con questa realtà è stato difficilissimo. Gli appoggi esterni (Enti pubblici e Chiesa) erano piuttosto latitanti. Bisognava arrangiarsi con l’aiuto e la solidarietà di qualche amico.

Anche se il problema “ragazzi” spesso mi coinvolgeva in modo stressante, tuttavia non ho mai voluto rinunciare né all’insegnamento, né allo studio e tanto meno agli “spazi personali”.

Credo che siano stati soprattutto questi momenti, accompagnati ad una esperienza di fede costretta a confrontarsi continuamente con la vita concreta, che mi hanno aiutato ad acquisire quell’equilibrio e quella serenità interiore indispensabili per non essere travolti dalle tensioni quotidiane.

Se da una parte la fede evangelica mi ha dato la forza di interpretare la vita come “condivisione” e come “gratuità”, dall’altra le critiche alla religione del Padre da parte di alcuni filosofi del sospetto, come Nietzsche e Freud, mi hanno aiutato a purificare la mia fede.

Inoltre le riflessioni di pensatori come Buber, Lévinas, Ricoeur, don Milani, Mancini, Balducci, mi hanno dato quello spunto per “inventare” di volta in volta il “che fare” di fronte ai tanti dubbi ed agli innumerevoli interrogativi.

Che cosa vuol dire “relazionarsi” con ragazzi con alle spalle esperienze traumatiche di violenza?

Che cosa vuol dire aiutare un adolescente a diventare adulto, quando nella sua infanzia non ha mai conosciuto l’affetto profondo di un padre e di una madre?

Che cosa vuol dire “educare”, “reinserire”, rendere “normale”?

Ma che cosa è la “normalità” in una società dove i valori sono ridotti al successo e al denaro?

Attraverso  dei brevi spunti di riflessione vorrei tentare di far vedere quanto sia importante cercare sempre di coniugare la teoria, cioè quello che si legge e si studia sui libri, con l’esperienza quotidiana.

(continua…)

Famiglie imperfette: “Essere padre per chi non ha padre”

Don Roberto ci ha inviato questo scritto, nato da un’esperienza diretta nel campo dell’affido, che ben si inserisce a questo punto del blog. Lo ringraziamo della sua testimonianza in cui, per dubbi e difficoltà quotidiane, ma anche per le soddisfazioni, buona parte di noi si può riconoscere.

Per facilitare la lettura il testo sarà diviso in cinque parti.

 

Riflessioni su una esperienza di affido

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario 

Infinite, si dice spesso ironicamente, sono le vie del Signore.

Mi ero preparato per anni al sacerdozio. Mi chiedevo continuamente che cosa volesse dire essere prete oggi. Non mi ero mai pensato come “padre”. Improvvisamente mi sono ritrovato a far da “padre” ad alcuni ragazzi dai 13 ai 18 anni.

Le domande che mi hanno accompagnato in questi venti anni di esperienza di “padre” in un “gruppo-famiglia” con adolescenti in difficoltà sono state innumerevoli. Che cosa vuol dire fare da padre ad un ragazzo che non è tuo figlio? Che cosa vuol dire fare da padre ad un adolescente che ha vissuto la sua infanzia con un genitore spesso violento ed assente? Come conciliare i propri impegni di prete, di insegnante e di “padre”? Come parlare di Dio-Padre a chi non ha mai conosciuto l’amore profondo di un padre?

Se è vero, come ha detto Freud, che per ogni uomo, l’idea di Dio si forma a partire dall’immagine del proprio padre e che quindi il rapporto con Dio dipende dal rapporto avuto con il padre, che idea può avere di Dio un ragazzo con alle spalle una esperienza di un padre alcolizzato o drogato e dal quale ha avuto soltanto botte?

 Gli stessi interrogativi che mi ponevo nei primi mesi della mia esperienza, sono gli stessi che mi hanno sempre accompagnato in tutti questi anni e che mi pongo ancora continuamente. Più che di “risposte” ho vissuto di tentativi, di dubbi, di errori, di crisi, ma anche di grandi soddisfazioni, con qualche piccolo successo e con una fede che mi ha dato la forza di guardare sempre avanti con una profonda serenità interiore. 

Questa esperienza di “padre” mi ha insegnato soprattutto alcune cose essenziali:

–   che padri non si è, ma si diventa;

–   che diventare padri vuol dire essenzialmente diventare adulti;

–   che si cresce soltanto se si ha il coraggio di mettersi sempre in discussione. 

E’ stato l’impatto con il difficile mondo dei “minori in difficoltà”, con ragazzi che subiscono fin dalla loro infanzia diverse forme di violenza, che mi ha costretto a mettermi in discussione e a rivedere tutto me stesso, la mia mentalità, la mia formazione, le mie idee, il mio rapportarmi alla realtà dei “poveri”, degli “ultimi”, degli “emarginati”.

E’ sempre molto difficile parlare della propria esperienza personale. E’ impossibile tradurre in parole, in concetti, l’interiorità, la complessità e la ricchezza di certe esperienze. Più che un discorso articolato o una analisi di una esperienza, vorrei semplicemente offrire degli spunti di riflessione cercando di coniugare assieme tre elementi fondamentali del mio vissuto:

1) la vita quotidiana in famiglia con i ragazzi;

2) lo studio e l’insegnamento della filosofia;

3) la ricerca continua di una fede evangelica autentica.

 (continua..)

Famiglie imperfette: “Cosa significa essere genitori?”

di Alessandro Bruni – papà biologico e affidatario

Cosa significa oggi essere genitori? Esiste un solo modo per essere genitore? Dove sta la differenza tra essere o non essere genitore, tra situazioni di genitorialità differente?

Oggi non si diviene genitori per caso, ma per scelta. La scelta dipende legittimamente dalla libera etica di ciascuno. Questo è il fondamentale livello che tocca l’esistenza concreta. La vera scelta non è tra essere genitori e non esserlo, perché questa è posizione a prescindere, ma tra i diversi tipi di genitorialità oggi possibili.

Questa è una situazione nuova; situazione che in passato nemmeno era pensabile. Infatti, quando la relazione tra genitore e figlio era regolata dall’appartenenza al “sangue”, nemmeno esisteva il dubbio e quindi anche il concetto di genitore non accudente era inesistente. In passato il genitore non accudente era sempre e comunque “genitore” e non veniva lesa la sua autorità sul figlio. Solo nella società moderna le cose sono cambiate con il riconoscimento del diritto del bambino di avere una famiglia accudente.

Oggi vi sono differenti tipi di famiglie e differenti modi di essere genitori. Pur rimanendo forte l’omologazione con il passato o il vissuto familiare del genitore, è indubbio che la stessa liquidità familiare comporta una variabilità di funzione genitoriale, divenuta non più diritto dell’adulto sul bambino, ma diritto del bambino ad avere una persona di riferimento che lo cresca.

Come sappiamo sono venuti meno anche tutti i limiti biologici della genitorialità, ne è un esempio l’inseminazione artificiale eterologa che ha comportato un concetto di genitorialità non più biologica, ma di riferimento socio-psicologico, di relazione affettiva e non più “di sangue”.

Possiamo dire che vi sono modi differenti di essere genitori, ma vera differenza è tra chi pensa e chi non pensa, tra chi prende sul serio questo evento di scelta della propria vita e chi non lo prende sul serio. C’è il genitore che si accontenta di risposte facili e chi non si accontenta. Qui è la differenza, non di quantità, ma di qualità. Penso che la differenza sia tra chi, per dare senso alla propria vita, si pone con serietà ed impegno queste domande, e cerca la risposta, anche se non la trova, e colui cui non importa nulla, a cui basta ripetere ciò che ha vissuto da bambino.

Pensare equivale a cercare. E’ questa continua ricerca a distinguere la moderna genitorialità.

Vi sono coloro che ritengono di essere genitori a prescindere e non cercano più, e che, per valorizzare ciò che hanno, tentano di affermare la propria visione al di sopra di tutte le altre demolendo ogni diversità, e che per questo sono definibili come conservatori, siano essi devoti o laici, ideologici o razionali.

E vi sono coloro che invece continuano a cercare (gli sperimentali): o perché finora non hanno trovato, ma sentono che c’è ancora molto da scoprire, o perché quello che hanno trovato è solo un sentiero ben lungi dall’essere identificato con la meta definitiva del proprio esistere.

La vera differenza tra i genitori moderni è, quindi, tra chi cerca, e cercando apprezza le ricerche altrui, e chi non cerca, e non cercando disprezza le ricerche altrui.

L’essere oggi genitori in tutte le forme possibili è avere la percezione di essere immersi nel mistero a prescindere dalla proprie idee razionali, ma in relazione ad un senso della vita che comunque va pensato, cercato, e non supinamente accettato, sia nella scelta di crescere figli propri o altrui, sia nella scelta di non farlo.

(fonte: crescerefiglialtrui.typepad.com)

 

Famiglie imperfette. Mamma Blog: “Perfezione letale”

Dedicato a te

mamma perfetta

con i  capelli perfetti

la faccia perfetta

il trucco perfetto

la macchina perfetta

che la mattina parcheggi in doppia fila perfetta

per accompagnare a scuola

il tuo figlio perfetto

con la faccia perfetta

i vestiti perfetti

il sorriso perfetto

e il bacio perfetto

e il saluto educato perfetto

i voti perfetti

ed il comportamento adeguato e perfetto

Da me

che di perfetto non ho nulla,

sono sempre stracciata

con la macchina con i bozzi

e le fiancate rigate dalle chiavi dei ragazzi imperfetti di periferia urbana

che il trucco non me lo faccio mai

neanche quando ho le occhiaie da zombi

e il colore giallo-verde come il filo di terra

i capelli sempre arruffati

e sono sempre di corsa perché sempre in ritardo

e dal mio pequeño

che è perfetto nella sua immensa imperfezione

di faccia che la mattina è cilapposa e ingrugnita

di denti che sono storti e con l’apparecchio storto pure lui

di cartella trascinata a terra che si rompe tutta sotto

che mai mi saluta perché ha paura anche a dirmi ciao per un giorno

che non mi bacia più perché vuole essere grande

perché i grandi sono forti e nessuno può far loro del male

che è perennemente inkazzato

perché la vita fino a poco tempo fa

non faceva un cazzo ridere ma proprio per niente

dal mio pequeño, che si comporta come un raudo

lanciato nella classe silenziosa e composta

e grida ai suoi professori perfetti che lui c’è

e vuole che loro se ne accorgano e lo aiutino a non esplodere

da lui e da me

proprio a voi

un sentito, profondo, affettuoso

vaffanc….

 (fonte: postadozione.bloog.it)

Famiglie imperfette. Papà Paolo: “Stimoli di famiglia”

“Sempre più spesso, quando mi fermo a pensare all’esperienza genitoriale che stiamo vivendo io e mia moglie, mi rendo conto che il “grazie” dobbiamo proprio farlo risuonare forte. L’adozione è una esperienza straordinaria di genitorialità.

Ultimamente poi, sono arrivato ad una riflessione per certi versi paradossale: meglio sentirsi messi in discussione come famiglia, meglio lottare e coinvolgersi ogni giorno sulla propria credibilità, rispetto al credersi definitivamente e assolutamente a posto, con il patentino giusto di famiglia. Mi spiego: quando capita che mia figlia mi pone di fronte alla sua origine, quando sbotta, quando tanta gente, in maniera a volte assurda, cerca di rendermi evidente la mia, la nostra “diversità” intesa come “un di meno” rispetto al “naturale” al “biologico”, al percorso giusto, in quei momenti, in quelle “crisi”, in quei “conflitti” si cresce, si fanno passi avanti, ci si muove nel percorso della propria vita familiare.

Oggi questo percorso viene dato per scontato. La famiglia sembra avere nel suo DNA, nel suo atto costitutivo, tutti gli ingredienti, tutte le capacità per essere autosufficiente, autoimmune, assolutamente inattaccabile dal vento delle difficoltà, del dubbio, della fatica. Sembra così perchè si comporta così, ma in realtà non è così, e lo sappiamo tutti, la famiglia in primis. Ma, ripeto, sembra come aver anestetizzato tutte le sue capacità di “rimettersi in discussione”, di “guardarsi dentro”, di “commuoversi e indignarsi”, di “fermarsi a riflettere”. No, oggi la famiglia sembra sempre più decerebrata, priva di stimoli. 

Mah, questo mi spaventa un po’, e mi fa ribadire che l’esperienza adottiva ha invece nel suo DNA alcune caratteristiche strutturali dell’essere famiglia.” 

(fonte: it.sociale.adozione)

Famiglie imperfette: “La molteplice sfida educativa delle famiglie adottive”

Prendiamoci un po’ in giro nel nostro ruolo di genitori. Noi genitori adottivi ci sentiamo un po’ impacciati di fronte a tanta responsabilità e a volte invidiamo la facilità con cui certe famiglie affrontano l’avventura educativa dei loro figli.

Nella sezione che segue, tra il serio e il faceto, metteremo in evidenza ciò che ci preoccupa e ciò che ci fa sorridere.

Capiremo, così, che le famiglie che si definiscono perfette hanno sempre qualche imperfezione sotto la superficie patinata.

Il nostro obiettivo è quello di rilassarci ed essere sereni nella nostra mancata perfettibilità.

Nel proseguo ci saranno riflessioni sul concetto di famiglia moderna, sul significato di educazione, sulla sfida nell’essere famiglie multietniche.

Non mancheranno, come sempre, testimonianze di vita vera.

Gravidanze precoci: “Esiste un nesso tra la condizione della donna nel loro paese e il comportamento sessuale dei nostri figli?”

Dalle testimonianze riportate nel blog, che, sia chiaro, non hanno una valenza statistica, sembrerebbe che nei ragazzi arrivati grandi in Italia la connessione tra condizione della donna del paese d’origine e comportamento sessuale non sia poi un’idea tanto balzana. Un ragazzino che ha visto maltrattare la mamma o usare le sorelle come mero oggetto sessuale potrebbe considerare normale fare altrettanto con la sua compagna solo perché è questo il modello che ha introiettato. Così una ragazzina che ha avuto zie, sorelle o cugine madri molto giovani può pensare che sia normale mettere al mondo un figlio nell’adolescenza. Spezzare la catena non è facile, soprattutto quando questo desiderio di maternità è un’evidente richiesta di riempire un vuoto interiore.

Sembrerebbe il caso delle ragazzine straniere che venivano intervistate sul canale Babel la domenica sera (il programma è andato in onda a giugno e luglio). Dai racconti emergono storie di separazione dalla madre nei primi anni di vita, sradicamento dal paese natale per il ricongiungimento familiare in Italia, un grande senso di solitudine e difficoltà d’integrazione a cui si sopperisce con il primo ragazzo che si interessa a loro. Separazione, sradicamento e solitudine…non è forse anche il mix dei nostri ragazzi?

Non facilita il compito la moltitudine di messaggi devianti e deviati che ci propongono dall’esterno. Comunque sia, è questo il mondo che ci siamo costruiti, è questo il mondo in cui viviamo e con cui dobbiamo fare i conti.

In qualsiasi situazione, anche la più dolorosa, il nostro dovere di genitori è di “esserci” proprio per dimostrare che un’altra strada è possibile. Se in passato una madre non ha avuto l’aiuto per crescere i suoi figli, ora la storia non si ripeterà. Anche il rapporto di coppia che traspare nella relazione con il partner può fornire una nuova chiave di lettura e un diverso comportamento nei riguardi dell’altro sesso. E’ anche questo un modo per proporre una positiva interpretazione della vita ai nostri ragazzi che speriamo possano assorbire. Nessun cammino è stato tracciato, che non si possa cambiare, se noi lo vogliamo.

Gravidanze precoci. Mamma Lella: “Colmare un vuoto esistenziale”

(…) “Piuttosto condivido la tristezza nel constatare che si debba cercare in una gravidanza quello che la famiglia e la società non danno ai giovani. Detto questo, apprezzo comunque che un bambino non sia letto come “un guaio”. Preferirei non fosse neanche visto come un mezzo. Ho una figlia e potrei non fare salti di gioia se mi annunciasse di essere incinta a sedici anni; ma in fondo credo che il suo stato d’animo sarebbe ciò che mi importerebbe di più, quindi non vorrei certo essere io a demolirlo. Siamo una famiglia e un suo eventuale bambino sarebbe un “nostro” bambino. E poi quello che mia figlia è non cambierà (sicuramente non in peggio) se diventerà madre “troppo presto”. Ho amiche a cui è successo e, col sostegno di chi le ama, non sono certo cambiate in peggio.”

(fonte: la 27a Ora-corriere.it)