Sessualità/adulti deviati: “La pedofilia secondo don Gallo”

 

Don Gallo ci inchioda davanti alle nostre responsabilità di adulti. Non basta riprovare una certa azione, bisogna combatterla. Uno dei modi, secondo noi, è quello di allargare le nostre braccia ad un bambino che è stato oggetto di attenzioni malsane da parte di un adulto.

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(…) La domanda è: chi è il pedofilo, come individuarlo, come difendersi. E chi sono le sue vittime, su quali basi vengono scelte. E infine, soprattutto, perché questa società, che è composta da noi, partorisce l’orco, lo alleva, lo foraggia? C’è almeno in noi questo desiderio di arginare, fermare l’atroce ripetersi dei fatti?

L’orrore della pedofilia ci riguarda tutti: ha a che fare con i recessi più oscuri dell’animo umano. E se vogliamo cancellarlo, distruggerlo, dobbiamo prima imparare a riconoscerlo, con tanta umiltà, senza pregiudizi, senza moralismi, senza crociate, sconfiggendo i luoghi comuni che sovrappongono l’omosessualità alla pedofilia.

Quante vittime abbiamo lasciato per la strada! E dove dobbiamo andare a guardare prima di tutto? Proprio là dove nasce l’oggetto del desiderio del pedofilo, proprio laddove il bambino muove i primi passi, nella famiglia. Gran parte delle violenze sessuali avviene all’interno delle mura domestiche, almeno il 65 per cento, proprio là dove il fanciullo si sente più protetto. Le persone intorno al pedofilo, anche quando non sanno verbalmente, comunque avvertono, capiscono distintamente. Ripongono il segreto e lo seppelliscono dentro per non venir contagiati, per non essere sporcati. Ci sono tante persone che non svelano neanche a se stessi il buco nero che hanno dentro.

Questo della famiglia è il punto di partenza, il tassello che per primo va a comporre la vittima e il predatore. Il male non è mai radicale, ma soltanto estremo e non possiede né profondità né una dimensione demoniaca. Esso però può invadere e devastare il mondo intero.

Più riflettiamo sul linguaggio con cui un adulto compone la propria narrazione di fatti così violenti, più si ha l’impressione che qualcosa si istalli nella nostra mente. Un’impressione perturbante di sconosciuto e di familiare insieme, che insinua il dubbio che qualcosa di estremamente vicino a noi s’annidi nel male.

I crimini commessi sui bambini mobilitano in noi le emozioni più profonde e arcaiche, e ci invitano a guardare dentro di noi e i nostri fantasmi in cui gli orrori dell’incesto, della violenza hanno spesso trovato una loro rappresentazione ed espressione (sia pure in forma di fantasia).

I milioni di bambini sterminati dei lager nazisti o uccisi nel corso delle pulizie etniche, nella ex Iugoslavia o in Algeria, dalle uccisioni rituali o delle infibulazioni sulle adolescenti commesse nei paesi del terzo mondo sono davanti a noi, ma le nostre coscienze spesso preferiscono tacere o non ricordare.

Quando la cronaca ci impone l’evidenza dell’abuso sessuale avvenuto su un bambino in una tranquilla provincia italiana o in una degradata periferia metropolitana, siamo subito spinti a ritenerci estranei a quei fatti come se non ci riguardassero, così da allontanare un demone che ci fa paura e ci inquieta, e che per quello vogliamo credere lontano da noi.

Fino a quando continueremo a pensare alla violenza sui minori come il frutto di un male senza accettare l’idea che il germe della violenza si annida invece nella società, cioè in tutti noi, e che le sue manifestazioni non sono mai radicali o definitive ma sono manifestazioni di una data cultura, non saremo in grado di sviluppare politiche sociali realmente efficaci, affannandoci invece nella sterile ricerca del mostro.

Ogni mostro in realtà non è altro che la nostra stessa ombra ovvero la proiezione oscura di una collettività alla continua ricerca di un’assoluzione dalle responsabilità personali.

(…) Ci sembra ingenuo immaginare che i pedofili siano agli angoli delle strade  davanti alle scuole, pronti ad adescare dei bambini inesperti di sesso. Occorrono corsi di educazione ai rapporti e alla relazione tra adulti e bambini, tra genitori e figli, che comprendano anche temi della sessualità, in particolare della sessualità e psicologia infantili, e che sarebbero senz’altro più utili agli adulti affinchè conoscano meglio l’individuo bambino, le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue passioni.

(…) Comunicazione virtuale al posto delle carezze, baci e abbracci: che ne sarà di un bimbo allevato così? Si rischia di perdere anche gli odori e i sapori della loro pelle. Il pedofobo, giocando con la loro innocenza, rappresenta nel modo più degradato la quintessenza dell’odio nei confronti del bambino, mentre la falsa riprovazione di non pochi adulti nasconde una sordida, malcelata complicità. (…)

Può sembrare paradossale, ma questa società non riesce ad amare i bambini, esattamente come diffida dei giovani. (…) Forse si vuole negare l’evidenza che molti pedofili sono stati a loro volta bambini violati? Questo è il punto! Non si nasce pedofili, ma lo si diventa e i brutti frutti di questa pianta orrenda a volte si nascondono nella “normale anormalità” delle relazioni affettive di molte famiglie.

(fonte: “Se non ora adesso” di don Andrea Gallo – Chiarelettere 2011)

Famiglie imperfette. “Le costellazioni familiari: i genitori danno, i figli prendono”

di Alberta Mantovani – “Le radici dell’anima” – ed tecniche nuove 2006

Dalla copertina del libro: “Le costellazioni familiari, metodo ideato da Bert Hellinger (psicoterapeuta tedesco conosciuto a livello internazionale), fanno chiarezza sulle dinamiche inconsce che stanno alla base dei rapporti tra i membri di una famiglia e aiutano a ritrovare l’armonia (…) Essere in armonia con il mondo significa accogliere consapevolmeete ciò che è, essere al centro di se stessi, in equilibrio. La sensazione che ne deriva è di pace, rilassatezza, disponibilità e leggerezza. Ci si sente in sintonia con il proprio destino e ci si accorge che è tutto più semplice.” Riporto di seguito un capitolo che riguarda i rapporti tra genitori e figli secondo l’autrice. 

(…) Dissi a mia figlia Monica: “Sai qual è uno degli ordini più importanti dell’amore? I genitori danno e i figli prendono.”

(…) A molti potrà sembrare banale, ma questa regola, se non rispettata, genera grandi squilibri. Quanti figli si sentono superiori ai loro genitori, quanti li giudicano e pretendono di insegnare loro a vivere? E’ capitato anche a me, soprattutto con mia madre che vedevo fragile e che mi permetteva di fare la grande fin da piccola. E sbagliavo.

Facendo così dimenticavo che insieme a mio padre mi aveva dato la vita. E con la vita mi avevano trasmesso  qualcosa che veniva da molto lontano.

Dopo un po’ ho capito che i miei genitori mi hanno dato ciò che hanno ricevuto dai loro genitori e ciò che hanno preso l’uno con l’altro come coppia. Niente di più perché non ne erano in grado.

Se, per esempio, tutta la vita una persona riceve da sua madre freddezza, come farà ad essere una madre dolce piena d’amore? E’ praticamente impossibile perché la tenerezza non l’ha mai conosciuta. Quindi nessuna colpa.

Il dare e il prendere tra genitori e figli si muove perciò in una sola direzione, come l’acqua di un fiume che dall’alto scorre in basso: chi arriva prima di là e chi dopo. Il legame tra genitori e figli sarà sempre, perciò, fra persone di diverso livello, come tra insegnanti e allievi.

“Voi siete i miei genitori, voi venite prima, io vengo dopo.” È una frase che detta col cuore mi ha dato forza.

Questo non significa che, come figlia, valgo di meno dei miei genitori ma semplicemente che riconosco il mio ruolo e in questo ruolo mi rilasso.

Avevo ragione quando intuitivamente non ritenevo auspicabile l’amicizia tra genitori e figli: una madre che vuol fare solo l’amica della figlia non farà il suo bene e un padre che vuole fare “il compagno” del figlio non verrà preso sul serio e perderà autorevolezza.

I figli cercano esempio, sicurezza, protezione e devono poter alzare lo sguardo verso i loro genitori.

I figli, quindi, prendono dai genitori e tra fratelli i maggiori danno ai minori. Il secondogenito, ad esempio, prenderà da mamma e papà e dal fratello maggiore e darà solo ai fratelli più piccoli. Nelle famiglie numerose l’ultimogenito è “il piccolino”, quello che prenderà da tutti e che da adulto si occuperà dei genitori anziani come per restituire tutto l’amore che ha avuto.

Ma a chi andrà tutto l’amore che i figli prendono dai genitori? Come lo possono ricambiare? Semplicemente trasmettendo a loro volta ai loro figli.

E se non hanno figli o non li possono avere? Questo amore, perché fluisca, dovrebbe essere trasmesso a qualcun altro occupandosi di un progetto a favore della vita.

Famiglie imperfette. L’esperto: “Figli “diversi” e la sfida insidiosa della convivenza”

di Maurizio Corte – Docente di Comunicazione interculturale e di Giornalismo Interculturale
Università degli Studi di Verona (www.csiunivr.eu)

La diversità? E’ una sfida difficile. Molto difficile. Lo studioso Milton Bennett, all’inizio del libro “Principi di comunicazione interculturale” (FrancoAngeli, 2005), ce ne dà un assaggio gustoso. Provate a immaginare i nostri antenati, quelli che abitavano nelle caverne, seduti una sera a mangiare attorno al fuoco. Provate a pensare a un estraneo che si avvicina loro e, con gesti e suoni incomprensibili, comunica qualcosa. Cosa pensate? Pensate che faranno largo e aggiungeranno un posto a tavola, attorno al fuoco, felici di accoglierlo? Oppure gli si avventeranno contro, scacciandolo e battendolo? O resteranno gelati e immobilizzati dalla paura?

Gli psicologi sociali ci insegnano – quale frutto delle loro ricerche – come ci metta a disagio e in imbarazzo, fino al fastidio, il parlare con una persona che male conosce la nostra lingua. Altre ricerche di psicologia sociale ci dicono che anche le persone contrarie al razzismo, e sensibili alla diversità, possono avere reazioni istintive di esclusione, quando si trovano d’improvviso a contatto con qualcuno o qualcosa che non conoscono. Il motivo è presto spiegato: la reazione istintiva, frutto di messaggi non verbali e visivi (o uditivi od olfattivi),  viene prima dell’intervento del pensiero.

Gli stereotipi e i pregiudizi, infine, che sono forme di economie di pensiero, minacciano anche i più illuminati, i progressisti e gli “aperti” all’alterità.
C’è allora da stupirsi se un nostro figlio (o una nostra figlia), dalla pelle più scura o dai tratti somatici differenti, viene “escluso” e trattato come un “diverso” inconciliabile?

La mia non vuole essere affatto una giustificazione. Voglio cercare di spiegare che non serve a nulla “demonizzare” gli stereotipi e i pregiudizi, che per altri aspetti svolgono una funzione importante nella nostra relazione con la realtà; così come è sciocco fingere che non esistano problemi di convivenza fra diversi ed esaltare la diversità fine a sé stessa.

Il problema è come superare quei pregiudizi, attrezzando nostro figlio e nostra figlia per affrontare il disagio, la violenza e l’umiliazione che certi gesti e atteggiamenti provocano in loro. Dall’altro lato, il problema è di trovare la via per “educare” chi ha pregiudizi ad andare oltre le apparenze e ad accettare la diversità.

Io credo che proprio l’educazione, la formazione, la cultura consentano di superare gli ostacoli al rispetto della diversità. L’educazione, la cultura e la formazione mettono in grado i nostri figli di rapportarsi “alla pari” con chi vorrebbe escluderli ponendoli in una condizione di inferiorità. L’apprendimento della lingua, la coscienza delle proprie origini e del proprio passato, la consapevolezza di poter essere oggetto di pregiudizio sono strumenti formidabili nelle mani dei nostri figli per fare in modo di non restarne vittime. Possono consentire loro di evitare – in un “sano evitamento” – le persone e le situazioni che li mettono a disagio; oppure possono consentire loro di ribattere in modo efficace a chi vorrebbe discriminarli, sopraffarli, escluderli.

Nessuno di noi ama essere escluso, in ragione di un qualche incomprensibile motivo, oppure per le caratteristiche fisiche, sociali, economiche e culturali che porta con sé. Ma l’esclusione perde il suo potere destabilizzante, trasformandosi tutt’al più in umana amarezza, nel momento in cui abbiamo modo di ribattere alla pari e di protestare la nostra dignità; e nel momento in cui siamo consapevoli che l’altra persona escludente non ci merita.

Il peggio che possa capitare a un nostro figlio (o a una nostra figlia) è di non avere argomenti da ribattere, di dover rimanere in silenzio o di dover scappare piangente e avvilito. Lo scrittore Cesare Pavese insegnava che “bisogna studiare per fare a meno di quelli che studiano”. Possiamo parafrasarlo, dicendo che “bisogna avere coscienza dei pregiudizi, per fare a meno di chi ha pregiudizi” nei nostri confronti.

Quanto alla “conversione” di chi disprezza la diversità – o di chi, anche in modo inconsapevole, si dimostra escludente, discriminatorio ed affetto da pregiudizi negativi – è bene prima di tutto “studiare l’avversario”. Solo un esame attento di ogni singolo caso, solo un ascolto attento dell’altra persona, solo una visione lucida della situazione, possono permetterci di capire e quindi di intervenire.
Ci permettono soprattutto di scegliere: se evitare pure noi chi osteggia il diverso; o se provare a convincerlo che bisogna andare oltre le apparenze.

Quello che dobbiamo evitare nel modo più assoluto è di chiuderci in noi stessi. O, peggio, di discriminare e criminalizzare coloro che disprezzano la diversità di nostro figlio, trattandoli come un gruppo omogeneo, monolitico e inattaccabile. Saremmo anche noi in preda al pregiudizio e saremmo sciocchi nella nostra chiusura, così come si dimostra sciocco chi crede (anche in buona fede) che la diversità sia una “ricchezza a prescindere”, e che il problema non sussista.

Famiglie imperfette. Mamma Clara: “Non è sempre facile vivere in campagna”

“Vivere in campagna o vivere in città? Che cosa è meglio per i nostri figli. A mio avviso la campagna espone le vicende familiari al dominio pubblico con una certa facilità. In paese, tutti sanno di tutti. Ciò può creare tensione su una famiglia, come quella adottiva, che già presenta elementi di fragilità alle radici. Come nota positiva, però, il bambino viene accolto nella comunità come figlio di qualcuno che si conosce bene e forse potrebbe diventare più facile l’integrazione. In città le marachelle del figlio si confondono nella massa. I vicini possono sentire le urla e le tensioni in casa, ma difficilmente qualcuno ti viene a chiedere particolari se non sei tu a raccontarglieli. Come nota negativa si amplifica il senso di solitudine. Fare buon viso, sempre, non è salutare, anche se difende dalla curiosità. D’altro lato, però, in città c’è più possibilità di scelta: scelta del gruppo dei pari e di nuove amicizie. Il nucleo più ristretto della campagna porta ad adeguarti agli stili, altrimenti sei fuori e senza alternative.”

Famiglie imperfette: ”Avete provato ad essere una famiglia multietnica?”

Sostengo da sempre che il futuro è delle famiglie multietniche e che le famiglie adottive sono già futuro.

Non mi va, però, di nascondere la difficoltà di essere una famiglia “bicolore”. Le famiglie devono essere accoglienti e insegnare l’accoglienza: giusto! Questi sono discorsi da adulti. Ma come vivono i bambini il loro diverso colore della pelle? Da quello che so i guai grossi cominciano con l’adolescenza. Credo, inoltre che ci sia una diversità di reazione a seconda del temperamento del ragazzo. Mi viene da pensare che un carattere aperto e solare abbia più risorse per superare eventuali “apprezzamenti razzisti” di uno timido e insicuro.

Vi parla una mamma adottiva di una ragazza di 20 anni proveniente dall’America Latina, dalla pelle marroncina, confondibile con i tratti mediterranei delle nostre donne del sud. Eppure il colore della pelle è stato un tema ricorrente alle elementari e ancora di più alle medie. Mi sono sempre chiesta come si sentisse lei, mettendo in ultimo piano i miei credo e convinzioni, pur cercando di fornire tutti gli strumenti per una legittima difesa civile.

Mi rimane comunque il dubbio se sia giusto catapultare un bambino in un’area a rischio.  Possiamo parlarci addosso finchè ci pare ma la sensazione di diversità sono i bambini che la vivono, non noi, forti delle nostre radici.

Chi adotta bambini di altre etnie è giusto che sappia che non è una favola di zucchero filato….che le certezze iniziali lasciano spazio a parecchi dubbi…..che è meglio, secondo me, avere dubbi che certezze assolute.

C’è un altro aspetto e concludo. Ho letto vari commenti sull’argomento e mi sono domandata: a parte i genitori adottivi che sanno di cosa stiamo parlando, pur vivendo esperienze diverse, gli altri si sono chiesti che cosa fanno per rendere l’integrazione di questi bambini più facile? Invitano il bambino scuro al compleanno del figlio? Telefonano alla neo mamma adottiva per sapere come sta? Fanno giocare i loro figli o nipoti con bambini che faticano ad esprimersi o che manifestano certi malesseri attraverso il comportamento?

Credo che il nodo centrale da sciogliere sia: che cosa faccio io, cittadino, per rendere migliore questo mondo?

La sentenza della Cassazione ha avuto il merito di tracciare le linee guida, noi tutti, non solo le famiglie adottive, dobbiamo contribuire al cambiamento.

Famiglie imperfette: “Un’opinione controcorrente sulla sentenza della Cassazione del 2010”

“La Cassazione lasci stare i bambini” di Alessandro Gilioli, giornalista.

Nel 2010 la Cassazione ha detto no alle coppie che chiedono uno o più bambini in adozione indicando, però, di non essere disponibili a ricevere bimbi di pelle nera o di etnia non europea. Sul web si sono scatenate discussioni evidenziando i pro e i contro sull’argomento. L’articolo di Gilioli, scritto prima della sentenza, esprime un altro punto di vista. E’ giusto parlarne.

« Gonfio di educazione politicamente corretta, di quella casellina, me ne sono quasi indignato. Ma come? Mica siamo al supermarket, che uno sceglie il prodotto. E’ un bambino, e come viene viene. Che brutalità, che schifezza, che idiozia queste caselline.

E invece, l’idiota ero io: ma l’ho scoperto solo con il tempo. Con i corsi al Ciai, con le lunghe chiacchiere insieme agli psicologi che avevano seguito centinaia di adozioni bene o mal riuscite, con i confronti con tante coppie che stavano facendo o avevano già fatto lo stesso percorso. Perché le dinamiche della genitorialità adottiva sono molto complesse, delicate e scivolose: non è una passeggiata, non è un gioco. E – soprattutto – non è in ballo il desiderio di un genitore di avere un figlio, ma il diritto di un bambino di avere una famiglia che l’ama.

Un bambino ha diritto a vivere in una famiglia che si sente pronta a farlo diventare davvero suo figlio. E tu, genitore, dovrai superare con il tuo amore totale il muro della biologia. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che si sentirà comunque diverso dai compagni di classe o dai cuginetti. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che un giorno si accorgerà di non avere il tuo colore degli occhi e ne proverà un dolore infinito. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che la genitorialità adottiva può diventare perfino – quando il figlio sarà adolescente – uno strumento per farti del male, e se tu gli dirai di tornare entro mezzanotte lui ti risponderà: che cazzo vuoi tu che non sei neanche mio padre? (è successo davvero a una coppia che ho conosciuto).

E il diritto del figlio a questo amore totale passa, prima di tutto, attraverso la sua completa accettazione, fin dal primo giorno. Che è un fatto profondamente intimo, privato, ed è il risultato di infinite e contrastanti spinte interiori. Non c’è scritto da nessuna parte che tutti i genitori si sentano pronti o siano capaci di crescere un bambino con una grave malattia. Allo stesso modo non sta scritto da nessuna parte che ogni genitore del mondo – specie una madre – nutra nel profondo del suo animo l’assoluta capacità di accettare e amare totalmente un bambino che, per la pelle di colore diverso, non gli assomiglia per niente.

Potete, se volete, condannare eticamente quel genitore, e probabilmente lo farei anch’io. Ma non potete imporre a un figlio di crescere con un genitore che abbia dentro di sé quelle riserve. Perché fareste davvero del male al bambino, i cui diritti devono invece prevalere su tutto il resto.

Spero proprio che la Cassazione respinga la proposta della procura, perché è una stronzata pazzesca.»

(fonte: gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/04/28/la-decisione-della-cassazione-e-una-stronzata/)

Famiglie imperfette. Un’esperienza americana: “La zona grigia”

di Debra Monroe – scrittrice statunitense

L’autrice decide di adottare una bambina di colore, ma sin dall’inizio le agenzie preposte a cui si è rivolta la sconsigliano di percorrere questa strada. Durante l’esperienza adottiva continuerà ad incontrare persone che vedono nel colore della pelle la differenza. 

“Vi spiego cos’è una giornataccia. Quando ancora vivevamo in provincia, mia figlia aveva quattro anni e un giorno va all’asilo e due bambine le dissero che gli altri bambini la trovavano brutta. Mia figlia s’inquietò e io le spiegai che esistono le persone cattive, alle quali non bisogna darla vinta, ma che è meglio circondarci di amici che ci trattano con amore e rispetto.

(…) Ci sono momenti in cui il razzismo è sottinteso, tacito. (…) quando penso che mia figlia non è stata invitata a una festa perché i genitori di turno non vedono di buon occhio le amicizie interrazziali sono troppo sospettosa? Paranoica? Ma se invece non prendo la cosa in considerazione e non vigilo sull’amicizia con quel bambino, questo fa di me una di quelle persone che vedono il bicchiere mezzo pieno per sottrarsi alle verità sgradevoli? (…)

Prima di diventare madre, la mia reazione al razzismo era di indignazione mista a sconcerto. Ora la mia indignazione è mitigata dall’istinto di protezione e dal senso pratico: punto al miglior risultato possibile con il minor dispendio di energie. Sto anche cercando di mostrare a mia figlia come difendersi con meno contraccolpi possibili. E siccome mi capita di affrontare o aggirare lo spinoso argomento “razza” una decina di volte all’anno , i miei sentimenti meno filtrati tracimano quando leggo il giornale.

(…) Mentre leggo e guardo giornali e telegiornali per cui la razza fa ancora notizia, non riesco a sottrarmi a minuscoli distorsioni del mio profilo demografico: una donna bianca che reagisce con distaccata perplessità ma anche con feroce istinto di protezione, perché il benessere di sua figlia sta sospeso nel mezzo. Non mi esprimo sull’argomento razza a meno che non sia strettamente necessario: questione di priorità. Ho sottoscritto il patto sociale per cui una discussione approfondita sui residui di razzismo è troppo rischiosa o scortese.

Le mie reazioni alle notizie sono doppiamente segregate. Reagisco come donna bianca e come madre di mia figlia. E le mie reazioni sono anche distinte ma diseguali, nel senso che se in privato ho opinioni nette, pubblicamente – salvo quella volta che ho scorticato viva una che conoscevo a malapena – tengo a freno le mie opinioni, perché è meglio così per entrambe.

Poi però penso al resto della razza (umana) e mi chiedo se sia giusto non dire nulla, o se sia un errore e un gesto di complicità.”

(fonte: Internazionale – 22/06/2012)

Famiglie imperfette: “Il minore di altra etnia: uguale o diverso?”

di Alessandro Bruni – papà biologico e affidatario

Questi brani sono riferiti all’affido di un minore straniero, ma, a mio parere, possiamo trarne spunti di riflessione anche per l’adozione. Nel nostro caso il bambino/ragazzo non è direttamente influenzato dalla famiglia biologica, ma, certe volte, competere con fantasmi e fantasie del passato può essere più complesso.

“Le nuvole sono diverse, ma tutte formate dalla stessa sostanza. E’ questa la loro bellezza.”

“Alcune sere fa ad una riunione di mutuo aiuto di famiglie accoglienti è nata una discussione su cosa è bene fare quando si accoglie un minore di altra etnia e di altra religione. La discussione è partita dall’alimentazione ed è proseguita sull’educazione religiosa. I toni, dapprima pacati e basati su cosa fare nella pratica, si sono successivamente alzati verso teorizzazioni e luoghi comuni più ideologici che concreti. Si è così giunti alla formazione di due gruppi di tendenza, gli uni ribadenti l’importanza degli aspetti spirituali nella accezione di osservanza tradizionale-religiosa della famiglia e gli altri affermanti l’impostazione laica nella accezione di esercizio della libertà di coscienza. La discussione ha così preso, in termini assolutamente civili e dialettici, un connotato più radicale e uno sviluppo più ideologico nel tentativo di comprendere quale fosse il percorso migliore verso l’integrazione culturale del minore accolto. Tutti i convenuti concordavano su questi punti:

1. L’integrazione culturale di un minore di altra etnia è un processo complesso che deve essere agito in modo differente rispetto all’adulto. L’adulto ha l’autonomia di poter scegliere come e quando procedere verso l’integrazione culturale. Egli ha anche la possibilità di scegliere la non integrazione culturale, mantenendo per quanto gli è possibile la cultura propria del suo paese. Il minore nato biologicamente in una cultura e trapiantano in una cultura differente propria della famiglia accogliente, ha alcuni condizionamenti dovuti alla pressione della famiglia d’origine, che cerca di conservare l’identità culturale del proprio figlio, e la cultura della famiglia accogliente che vorrebbe far procedere il processo integrativo rapidamente, pena un ritardo nel processo identitario del minore nella relazione tra pari, nelle istituzioni, nel vivere civile.

2. Vivere con un minore di altra etnia in una stretta relazione con i genitori biologici (come avviene nell’affido) implica una apertura mentale davvero ampia. La motivazione all’accoglienza ha una forte base utopica, etica e spirituale, mentre il vivere l’accoglienza nel quotidiano determina tanti piccoli confronti, che se non sono vissuti con empatia, determinano via via micro fratture di pensiero, collosi distinguo impropri che mettono il minore in grande difficoltà dovendo spesso fare distinzione tra l’appartenenza ai suoi genitori biologici e quella alla famiglia affidataria. (…)

3. Il perdurare di stereotipi di massa, con affermazioni che nascono più dal sentito dire e dalle cronache distorte di certo giornalismo, finisce col definire erroneamente un differente stile di vita. Certi flussi informativi manipolati o semplicemente stupidamente superficiali determinano innalzamenti di steccati che nel vivere comune sono molto meno rilevanti. Paradossalmente basta ascoltare un mediatore culturale per comprendere quanto tra etnie culturali esistano barriere preformate di pregiudizio che possono essere abbattute con semplici azioni concrete quali preparare assieme il cibo, lavorare assieme ad un progetto, ecc. L’aver accolto un minore di altra etnia pone problemi non solo pratici, ma anche di natura etica e quindi spirituale, che devono essere affrontati in modo aperto proprio come impone l’atto di accoglienza: una azione che supera e vuole superare le barriere.

4. Considerato quanto detto nei punti precedenti, la famiglia accogliente deve avere ben chiaro che l’unico vero fine è operare per il bene del minore, anche a costo di fare passi indietro rispetto alle proprie convinzioni. (…)

Queste considerazioni dovrebbero indurre la famiglia accogliente ad una alta flessibilità, a meno teorizzazioni e luoghi comuni, e a considerazioni di alto ascolto della famiglia d’origine. Questo presuppone una chiarezza etico spirituale, ovvero un viaggio, un percorso, per fondare i presupposti dell’azione quotidiana. Bis ogna almeno aver cercato di comprendere quali sono le fondamenta su cui si regge l’accoglienza di un minore straniero (ma si noti, il problema è il medesimo per i minori italiani che provengano da strati sociali lontani culturalmente da quelli della famiglia accogliente). (…)

Per l’uomo laico, dunque, l’integrazione non può essere un processo unidirezionale, ma bidirezionale. Per la persona laica accogliere un minore significa accoglierne le differenze, siano esse proprie del minore, siano del suo tessuto culturale perché egli è non sono in funzione di quello che egli diverrà, ma anche in relazione a quello che culturalmente è stato. La natura sacrale della persona accomuna i rami più fioriti alle radici: ogni persona è tutt’uno e come tale deve essere accettata senza cedere alla tentazione di potarne i rami che meno somigliano a noi.”

(fonte: crescerefiglialtrui.typepad.com – 25 marzo 2012)

 

Famiglie imperfette. Mamma Ticino: “Imparare ad educare”

 “Ho iniziato il mio percorso adottivo completamente ignara delle problematiche che avrei incontrato, rassicurata dall’assistente sociale di turno che me la sarei cavata senza problemi. Questa era, e purtroppo  è ancora oggi, la convinzione di chi opera in Ticino: con l’amore si superano tutte le difficoltà. 

Conoscere come i bambini vivono l’abbandono (come reagiscono alla perdita, quali comportamenti mettono in atto per non sentirsi vulnerabili, perché non riescono a liberarsi del profondo senso di colpa, perché restano ostaggio del trauma e hanno difficoltà a costruire nuovi legami, ecc.) è stato determinante per iniziare a capire e a comprendere. 

La conoscenza, invece, è qualcosa che si costruisce giorno per giorno: pensi di avercela fatta e poi ti accorgi che le cose non quadrano ancora. D’altra parte è difficile conoscere qualcuno che ha bisogno di “mimetizzarsi”, di nascondersi dietro una “maschera”, che ti chiede: “ma io chi sono veramente?” 

Sono convinta che far conoscere la realtà dell’adozione debba essere il nostro obiettivo primario. “Prima lo educhi e poi lo conosci”, è vero, ma abbiamo bisogno di imparare ad educare per poi condividere la nostra esperienza con gli insegnanti delle scuole, che hanno il difficile compito di accompagnare i nostri figli ad esplorare il mondo.” 

(fonte: spazioadozioneticino.blogspot.com)

Famiglie imperfette: “Essere padre… 4) La gratuità

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

L’esperienza dell’ affido è caratterizzata soprattutto dalla “provvisorietà” e dalla “gratuità”.  L’affido di un minore è sempre a tempo determinato. Il periodo non lo decidi tu, ma un altro. Lo decide il Giudice del Tribunale. Talvolta proprio nel momento in cui il rapporto e il dialogo incomincia a crescere, un provvedimento del Tribunale o un intervento della famiglia di origine rischiano di interrompere tutto bruscamente, compromettendo il lavoro di mesi, di anni.  Inevitabilmente con i ragazzi si crea un profondo legame umano, che se non è vissuto con maturità e all’insegna della gratuità, non è facile poi affrontarlo con serenità ed equilibrio nel momento del distacco.

 Ciò che mi ha aiutato a crescere nella dimensione della “gratuità” è stato soprattutto il confronto quotidiano con la Parola di Dio.

Una delle pagine evangeliche più significative che mettono in risalto come la struttura portante della relazione è la gratuità e non la reciprocità è la parabola del “buon samaritano”.  Il buon samaritano è l’uomo che trova la propria identità soccorrendo l’altro.  Il Samaritano non si ferma a raccogliere l’altro perché l’altro è il suo prossimo. Infatti, non sa neanche chi sia quel povero malcapitato pestato dai briganti. Non vede neppure il suo volto. Per lui è un anonimo, l’ignoto. Eppure si ferma. Il suo gesto è pura gratuità.

In un bellissimo commento a questa pagina di Luca il filosofo e teologo Armido Rizzi vede nella parabola del buon samaritano un concentrato della teologia biblica dell’alterità.  La domanda iniziale che il dottore della legge fa a Gesù “ Che cosa devo fare per avere la vita eterna?” è una formula biblica per indicare il desiderio di trovare e realizzare la propria identità, scoprire e compiere il senso del proprio esistere.  Che cosa risponde Gesù? “ Va’ e anche tu fa lo stesso” In altre parole, come ha fatto il buon samaritano.  Perciò fare come il samaritano è la condizione per poter capire il senso del proprio esistere, il senso della propria vita.

Ma che cosa ha fatto il samaritano?  La parabola non ci dice “che ha amato il suo prossimo”, ma che “si è fatto prossimo”.

La novità sta proprio in questo. Infatti alla domanda del dottore della legge “ Chi è il mio prossimo?” Gesù contrappone un’altra domanda “ Chi si è fatto prossimo?”.  Questi due verbi: “essere” e “farsi” delineano due modi di essere molto diversi tra loro. L’ ”essere prossimo” indica un dato di fatto e definisce la collocazione dell’altro rispetto a te. Invece il “farsi prossimo” delinea una tua libera scelta, una tua spontanea iniziativa.

Per Gesù la dimensione dell’amore non è la reciprocità, ma la “gratuità”.  Io devo amare l’altro in ragione del suo bisogno, così come Dio-Padre ama ognuno di noi nella nostra radicale povertà.

Lo stesso insegnamento lo ritroviamo anche nell’altra meravigliosa parabola definita, a detta di molti a torto, la parabola del “figliol prodigo”.

Chi è, infatti, il vero protagonista del racconto? Il padre o i figli?  Ciò che scandalizza non è il comportamento dei figli. E’ abbastanza facile identificarsi nel comportamento di uno dei due figli. Chi non ha rifiutato qualche volta la casa del Padre? Chi di noi non si è sentito qualche volta invidioso?

Lo scandalo di questa parabola è l’atteggiamento del padre.

Di fronte alle richieste del figlio, non oppone resistenza. Lo lascia libero di andarsene. Non rompe le sue relazioni, ma continua ad attenderlo. Proprio la parabola sottolinea: “lo vide…,gli andò incontro…, lo baciò…”. Al ritorno non gli rinfaccia le sue colpe, non lo rimprovera, non lo punisce, ma gioisce e fa festa.  E’ un padre che perdona e ama di un amore gratuito.