L’adozione nel film Joker (USA 2019) di Todd Phillips

 

Joker è stato adottato o no?

Premetto che non avevo intenzione di andare a vedere questo film di Todd Phillips (USA 2019). Mio marito mi ha fatto vedere il trailer e l’impressione è stata di un film troppo violento per i miei standard. Poi una mamma, su un gruppo facebook, fa una domanda: “Avete visto “Joker”? Lui è stato adottato …” A questo punto mi incuriosisco e vado.

Cosa c’entra l’adozione

Il film si apre con la notizia di uno sciopero delle immondizie che dura da tanto, troppo tempo. Le strade sono invase dalla spazzatura e la gente sta diventando sempre più nervosa. Un mondo sporco. La solita contrapposizione caos esterno e tentativo di fare ordine dentro di sé. Ci prova Arthur (alias Joker) sebbene la sua vita sia già stata segnata da un internamento in un ospedale psichiatrico, non sa neppure lui perché. C’è poi la presenza di una mamma anziana che ha bisogno di essere accudita, ma con la quale ha un buon rapporto, e un lavoro da clown, ripiego del suo sogno di diventare un comico, che gli permette un minimo di sussistenza.

Ad un certo punto tutto comincia ad incepparsi. Anche quel poco di sicuro che c’è nella sua vita malandata e infelice, sfuma. Pestato da una gang giovanile, licenziato, tradito dal collega di lavoro, senza un affetto, con i sussidi tagliati, senza un obiettivo verso il quale andare …

“Non sono mai stato felice in nessun attimo della mia vita”. E’ una dichiarazione forte. Una richiesta di aiuto. Come quando, perso il lavoro e con la madre in ospedale, entra senza invito nella casa della vicina e afferma: “Ho avuto una brutta giornata”.

Non mi dilungo oltre nella trama. E nemmeno voglio fare una recensione. Ce ne sono già tante, molto profonde ed articolate. Il film ha di sicuro diverse chiavi interpretative. E’ un progredire di solitudine, angoscia, sfighe, violenze, disamore. Tutta la trama, tutte le scene sono attraversate da una implacabile denuncia sociale, dove gli invisibili non contano proprio niente e chi non è allineato viene soffocato.

Arthur, allora, è stato adottato o no? Perché si è deciso di inserire l’adozione nella trama? L’adozione dà spessore al personaggio?

Io non sono sicura che Joker sia stato adottato sul serio. E’ quello che gli vogliono far credere. Ho visto il film due volte. Si, proprio due volte! Ad un certo punto, quando legge la lettera della madre e scopre di assere figlio di un noto personaggio politico, la madre gli spiega che lei e suo papà erano giovani, che si dovevano salvare le apparenze, che allora le hanno fatto firmare un sacco di carte. La mamma di Joker e il noto politico non erano dei pari: lei era una delle tante serve di casa, anche piuttosto carina…

Altra scena: Joker si avvicina alla casa del suo presunto papà e fa giochi di prestigio con il suo presunto fratellino, ben più piccolo. Arriva la guardia del corpo, non certo simbolo di libertà di pensiero,  e alla scoperta dell’identità di Arthur gli ride in faccia dicendo che sua madre è una svitata e che si è inventata tutto. Lui in realtà è stato adottato.

Altra scena legata all’argomento adozione: Arthur chiede la documentazione della madre negli archivi dell’ospedale psichiatrico dove era stata ricoverata e sottrae all’impiegato l’incartamento in cui c’è la documentazione dell’adozione. Scopre così di essere stato oggetto di abusi e violenze da parte del convivente della madre.

Ultima scena attinente: nel bagno del teatro dove incontra il suo presunto padre, Thomas Wayne, questi lo schernisce e dà della psicopatica a sua madre che si è inventata tutto. Arthur, in realtà, è stato adottato. Ripete un po’ le parole della guardia del corpo, la verità ufficiale.

Ora, l’interpretazione più semplice è accettare la versione dell’adozione. Ho letto in alcune recensioni che Arthur sarebbe il risultato di una mamma bipolare, di un’adozione dove il papà adottivo avrebbe abusato di lui. Ma è davvero così?

Sarebbe curioso spulciare tra le regole americane in vigore negli anni ’80, visto che la storia si svolge a quel tempo: i servizi sociali americani potevano essere così superficiali da destinare un bambino ad una donna con disturbi della personalità? O ad una coppia che faceva uso di alcol e droghe? Qualche dubbio emerge, in effetti.

L’adozione in mano ai potenti

Pure la lettera della mamma è scritta con una scrittura fluida ed equilibrata, ben lungi da essere quella di una malata mentale cronica. Non potrebbe essere piuttosto lei stessa vittima della sua debole posizione sociale? Una serva, quanto conta una serva? Meglio far cancellare le tracce. I potenti possono questo ed altro, anche far passare per adozione una nascita naturale, se scomoda.

E quella della madre non potrebbe essere una malattia legata alle violenze subite prima e dopo la gravidanza? Prima violenze psicologiche (negare, sempre anche l’evidenza!) e poi quelle determinate da droghe e stupefacenti per dimenticare? Magari crollata dopo l’abbandono in una depressione post-partum? Lasciata sola da chi non vuole prendersi cura di lei e del figlio da nascondere? Sembra la storia di tante mamme dei nostri figli.

E’ interessante, questo sì, osservare come secondo questa versione l’adozione sarebbe adoperata con intento manipolatorio , come copertura di una gravidanza indesiderata. Usandola al contrario: mio figlio non è mio figlio perché dalle carte risulta che tu l’hai adottato. Carta canta.

Qual è l’immagine dell’adozione nel film?

Che orrore! Si trasforma per l’ennesima volta un istituto splendido come l’adozione in uno strumento diabolico in mano ad adulti che pensano di avere diritto di vita e di morte sugli altri.

“Riguarda solo me o stanno tutti impazzendo?” – L’adozione dà spessore al personaggio o serve per sollevare il nostro spirito? A noi non può capitare perché non siamo stati adottati e non abbiamo subito certi traumi. E’ proprio vero? Io credo che l’adozione debba essere guardata con molto rispetto. Offre segnali anticipatori. Sa cogliere le contraddizioni del nostro tempo. Si ribella ad esse. Ma non può essere usata come attenuante delle nostre responsabilità di cittadini, uomini e donne. Se un bambino sta male io sono responsabile. Noi adulti lo siamo tutti. Bambino adottato o non adottato. Nessuno si senta in pace. E al sicuro.

Morale. L’adozione è stata usata nel film perché una bambino solo o una donna sola sono simbolo di fragilità. L’uso dell’adozione come strumento manipolatorio per nascondere la verità è un raffinato effetto moltiplicatore dell’accusa contro il potere perverso delle èlite di cui è intrisa tutta la trama. 

Sessualità/adulti deviati. Film: “Little Miss SunShine” di Jonathan Dayton e Valerie Faris– (USA 2006)

Una famiglia, con nonno drogato al seguito, organizza un viaggio verso la California per far partecipare la figlia minore ad un concorso di bellezza. Durante il viaggio succede di tutto. Al di là delle vicende di ciascun personaggio (padre scrittore fallito, madre al traino del marito, zio omosessuale che ha tentato il suicidio per un amore non ricambiato, figlio maggiore che ha fatto il voto del silenzio) spicca la rivalsa degli adulti attraverso la piccola Olive per mettere a tacere le loro frustrazioni.

Per fortuna, alla fine, capiscono di essere fuori contesto e tornano a casa con le idee più chiare su se stessi e le dinamiche familiari.

Dopo “Bellissima” (Visconti – 1951) c’è Little Miss Sunshine”, un’indagine nel costume americano per capire cosa c’è dietro i concorsi di bellezza per minori.

Adatto a chi vuole ridere delle debolezze dei genitori per agire in modo diverso.

Famiglie imperfette. Film:”La famiglia” di E.Scola (1986)

Dieci anni dopo il ritratto della famiglia degradata, ecco la versione patinata sulla famiglia girata da Scola, che però non si sottrae al ritratto dei vari personaggi con le loro piccinerie e generosità. Mi ha colpita l’immensa casa, sempre uguale, mentre il tempo passa e gli spazi ora si riempiono, si svuotano, si riempiono di nuovo. Questa è la vita di Carlo, membro di una famiglia borghese romana tra il 1906 al 1986, data di nascita e di compimento dell’ottantesimo compleanno. I due momenti sono immortalati da due foto di gruppo mentre nel mezzo di questi anni si avvicendano battesimi, nozze, lutti, bisticci, conflitti, pranzi, compromessi. Tra gli attori Vittorio Gassmam, Stefania Sandrelli e Fannie Ardant.

Il tempo passa e le persone diventano più morbide, si levigano i conflitti, rimangono i sentimenti, si allontanano le passioni…

Famiglie imperfette. Film:”Festen-Festa di famiglia” di Thomas Vinterberg (1998)

Proposto da Enrico – papà adottivo

Una grande famiglia dell’alta borghesia danese si riunisce in una lussuosa residenza di campagna per festeggiare il 60° compleanno del patriarca (Moritzen). Durante il pranzo Christian (Thomsen), il primogenito, pronuncia un discorso in cui denuncia il comportamento pedofilo e incestuoso del padre, accusandolo di essere responsabile del recente suicidio della sua gemella Linda.

Con questa feroce demolizione della figura paterna, è forse il film antiborghese più feroce degli anni ’90. Premio della giuria a Cannes e quello dell’Avvenire del cinema europeo a Strasburgo. Proclamato il miglior film nordico del 1998 (il regista è danese).

 (fonte: mymovies.it)

 Consigliato a chi non sopporta le ipocrisie. E’ un film stu-pen-do!

Famiglie imperfette. Film:”Brutti, sporchi e cattivi” di E.Scola (1976)

C’è famiglia imperfetta e famiglia imperfetta. Mamma Carla non si riferiva a questa tipologia. Quella che ci presenta Scola in questo film è lo spaccato di una famiglia allargata che vive al limite della sopravvivenza, tra immondizia e degrado. Patriarca è Nino Manfredi che coordina una tribù di caratteristi in situazioni grottesche. La trama si svolge attorno al tentativo di far entrare in famiglia “puttanona dal cuore di miele” da parte del padre padrone, ma c’è una forte avversità da parte degli altri componenti. Con vari espedienti cercano di avvelenarlo nella speranza di mettere le mani su un milione che lui ha ottenuto come indennizzo per un occhio perso.

 

 

Da vedere perché mostra la vita ai margini, tanto per renderci conto di un mondo che molti di noi non conoscono.

Gravidanze precoci. Un film che ha fatto discutere: “17 ragazze”

Non ho visto questo film. Riporto un articolo apparso sul web che fornisce degli spunti interessanti sull’ambivalenza del messaggio.

“Essere incinte insieme: saremo libere, felici, autonome. E tutti ci rispetterebbero” in una cittadina della provincia francese 17 liceali tra i 16 e 17 anni rimangono incinte una dopo l’altra. Per la prima di loro, Camille, è stato un incidente, ma nonostante l’incredulità delle amiche decide di tenere il bambino, e non solo, riesce a convincere le altre a fare come lei e insieme, contagiandosi, vanno verso le loro maternità precoci e fuori codice con una certa aria di fiera superiorità, con l’utopia di dar vita anche a un mondo migliore nella loro comune dove andranno a vivere insieme ai nuovi nati.

Succede nel film “17 ragazze”, registe le sorelle Delphine e Muriel Coulin, ispirato da un fatto di cronaca incredibilmente accaduto sul serio, in Massachusets, arrivato nelle sale italiane con divieto a minori di 14, provvedimento motivato per pericolo di emulazione di comportamenti trasgressivi. Provvedimento che fa parlare: “In altri Paesi dall’India agli Stati uniti” sostiene incredula Mouriel Coulin “non abbiamo mai avuto problemi: gli adolescenti ne hanno discusso e avuto reazioni costruttive ovunque”.

Ma forse la faccenda è più delicata e complessa e non è così facile liquidarla con una bella discussione collettiva, perché il film è condito con frasi parecchio ad effetto tipo:  “A 17 anni non si può essere seri, e nessuno può farci niente”, “Perché voi adulti ne avete avuto di idee, che esempi ci avete dato?”,  “Noi non faremo come i nostri genitori” che sembrano costruite apposta per creare una forte identificazione generazionale e risuonare a lungo nelle menti adolescenti.  Per di più il film è stato lanciato con slogan del tipo “soffia un vento meraviglioso di libertà”, “una prova di ribellione e di utopia collettiva”.

Ecco, sulle spalle di queste 17 ragazze che concepiscono il loro piano per sfuggire a una vita noiosa e a famiglie per lo più anonime si carica poi il peso di una scelta rivoluzionaria ed è questo forse l’aspetto delicato di tutta l’operazione, intorno a cui circola un senso di onnipotenza amplificato dal piccolo branco, che si autoesalta fino a coltivare una insidiosa autostima di gruppo.

Una sottesa esaltazione delle piccole madri, proprio come succedeva, ricordate?, nella serie  di Mtv “Sedici anni e incinta e a proposito della quale ci eravamo chiesti se non tendesse a giocare un po’ disinvoltamente con l’effetto emulazione e a riproporre nelle storie delle ragazzine “una sicurezza a tratti superficiale e quasi insolente” . Nel dibattito molto articolato che poi si era sviluppato sul tema avevano scritto parecchie mamme che non nascondevano le perplessità, ma che dicevano di aver tentato di superarle vedendo gli episodi insieme alle figlie e discutendone con loro.

Niente da dire di fronte alla scelta di tenere un bambino se questo bambino ha bussato alla vita in tempi non canonici, ma farne una bandiera di libertà e di affermazione (per quanto ammantata di poesia e di professionalità cinematografica) è rischioso e non rappresenta un progetto educativo strategico per le nuove generazioni. E’ triste se la maternità diventa surrogato di quello che le famiglie e la società non riescono a dare. E forse alle nostre adolescenti potremmo suggerire qualcosa di più.

(fonte: la27a Ora – corriere.it – 28/03/2012)

Gravidanze precoci. Film: “Juno” di Jason Reitman (2007)

Juno è una ragazzina di 16 anni che rimane incinta di un compagno di scuola, suo ammiratore da sempre. Dopo lunga riflessione e confronto con i suoi, decide che è troppo presto per tenere un figlio, ma neppure vuole abortire. Attraverso un’inserzione sul giornale trova una coppia a cui affidare il suo bambino (negli USA l’adozione ha una regolamentazione diversa dalla nostra). In questo percorso emergono le contraddizioni del mondo degli adulti e la profondità della ragazzina.

Curiosità. Dopo l’uscita del film una catena di abbigliamento ha lanciato una linea per mamme teenager ispirandosi alla protagonista. La linea è stata distribuita in Texas, Arizona e California, stati che presentano alte percentuali di gravidanze adolescenziali negli USA. L’azione commerciale ha suscitato dure polemiche perché poteva essere interpretato come un tacito avallo della baby maternità.

(fonte: margherita.net)

La fuga da casa. Film: “I quattrocento colpi” di François Truffaut (1959)

L’immagine che mi è rimasta dentro è questo ragazzino che scappa e corre verso il mare. E’ stato il primo film che ho visto sui preadolescenti difficili e mi ha lasciato una grande poesia con retrogusto di amarezza. Merita di essere preso in considerazione.

Il piccolo Antoine, quasi ignorato da genitori distratti, risponde a un’evidente mancanza di affetto con atti di ordinario rifiuto delle consuetudini civili e finisce in riformatorio.

Per chi ama i bambini e l’arte di raccontare il loro mondo di Truffaut