Post-adozione. Alcune riflessioni che condividiamo

da http://spazioadozioneticino.blogspot.com/2011/01/ad-alta-voce_27.html

Ho inserito questi stralci perchè ho vissuto in prima persona le contraddizioni e fastidi elencati in questa riflessione. Se all’inizio pensavo di essere anomala, nel proseguo,  ho capito che sono stati d’animo che si possono manifestare in qualsiasi genitore con una certa propensione a cercare soluzioni e trovare nuove risposte.

“(…) Le numerose situazioni di disagio, più o meno grave, in cui vivono molte famiglie adottive (la nostra è forzatamente una conoscenza parziale a causa dell’eccessivo pudore di molte famiglie a rendere pubblico il loro dolore) ci permette di segnalare quanto sia scarsa, ancora oggi, la consapevolezza dei problemi legati alla costruzione di un saldo legame di appartenenza con i propri figli adottivi.

Viviamo in una società che enfatizza la scelta adottiva (“come siete bravi…”) e pone l’accento quasi esclusivamente sulla gioia del bambino (“come sei fortunato…”). È un grande abbaglio considerare l’adozione un punto d’arrivo, la soluzione di tutti i problemi: della coppia che vuole diventare una famiglia e del bambino che cerca nuove figure di riferimento. Se le cose stanno così, è facile capire che una famiglia con gravi problemi (e che problemi!) verrà facilmente giudicata inadeguata, incapace ad assolvere il proprio ruolo (“siete troppo rigidi.”, oppure, “siete troppo permissivi”, “non mettetela giù dura: i vostri sono i problemi di tutti i genitori!”). Ancor più grave l’atteggiamento nei confronti dei figli adottivi ribelli, facilmente etichettati come “ingrati” o “irriconoscenti”, incapaci di apprezzare la fortuna di essere stati accolti in una famiglia e in una società che ha offerto loro una seconda occasione (“Invece di contestare i tuoi genitori dovresti amarli di più”). La sola ricetta, offerta in tutte le salse, rimane solo e unicamente l’amore. “Con l’amore risolverete tutto!”.

(…) L’amore è fondamentale ma da solo non basta, occorre la consapevolezza e la conoscenza dei problemi che si dovranno affrontare, primo tra tutti costruire un legame di appartenenza con dei bambini/ragazzi traumatizzati dalla rottura del primo e più importante legame: quello con la mamma naturale.
I figli adottati sono figli traumatizzati. Entrare in relazione con una persona traumatizzata non è facile soprattutto se lo si fa da ignoranti, nel senso letterale del termine: ignorando le modalità di approccio e le dinamiche comportamentali…

 (…) Quante volte abbiamo sentito dire :”se prendi un bambino piccolo non si ricorderà certo della sua mamma!” Non è vero che i bambini molto piccoli non hanno ricordi: non essere in grado di verbalizzare non vuol dire non avere ricordi. Questi sono ben presenti nella memoria implicita e influenzano la loro vita di bambini, ragazzi e adulti, soprattutto nelle relazioni interpersonali: con i genitori, con i compagni, con gli insegnanti, con l’innamorata…con il datore di lavoro.

 (…) Adottare un bambino ha cambiato a tutti noi la vita, ne siamo usciti rivoltati come un calzino: è un’esperienza esaltante, ma, va detto subito, molto ma molto difficile. Non vogliamo scoraggiare l’adozione, vogliamo solo dire che trasforma, arricchisce, permette di capire meglio se stessi. È un percorso che dura tutta la vita e che parte dall’elaborazione di tre grandi lutti: la perdita della madre, la sterilità, la perdita del figlio.

 (…) Spesso i nostri ragazzi hanno bisogno di un aiuto per dare un nome alle loro emozioni e per capire le conseguenze che le loro azioni hanno sugli altri. Il fatto di non essere riusciti da bimbi, con le loro urla e con i loro pianti disperati, a far riapparire la mamma, li ha convinti di non avere nessun effetto sugli altri, di essere invisibili.  Sarebbe estremamente utile che i genitori adottivi venissero seguiti anche nella fase post adottiva e venissero informati di tutti questi problemi È importante il lavoro di prevenzione; non bisogna pensare che si possa intervenire, altrettanto efficacemente, quando i problemi sono già esplosi.

 (…) La condivisione aiuta a placare l’ansia, a ritrovare l’equilibrio. In questo modo siamo di aiuto non solo a noi, ma anche ai nostri figli. (…) In comune hanno una visione ostile del mondo, frutto delle loro prime esperienze e non avendo ricordi felici del passato non sanno che è possibile vivere senza le loro angosce e paure.

 (…) Non stimandosi sono convinti di poter raccogliere solo fallimenti: “ preferiscono fallire e riprendere la solita vita di merda, che affrontare cose che non conosco”, dice alla mamma adottiva un ragazzo apparentemente sicuro di sé. Il terrore del cambiamento immobilizza l’azione, vanifica ogni progetto e conferma nel ragazzo l’errata convinzione che ogni cambiamento, e dunque anche la possibile felicità, porti con sé un male maggiore. “Non sono i loro comportamenti ad essere anormali , è anormale la loro esperienza di figli feriti” (Nancy Newton Verrier, op. cit). È una ferita che ha effetti anche nel corpo e si manifesta con disturbi, talvolta cronici, in molti dei nostri figli: tachicardia, pressione alta, sonno disturbato, irritabilità, problemi gastro-intestinali e altro ancora.

 (…) L’adozione “è una sfida cui si può fare fronte nella misura in cui la famiglia è capace di aprirsi all’esterno, costruire legami e tessere, una rete che possa sostenerla negli inevitabili momenti di difficoltà e il sociale (enti autorizzati, associazioni familiari, scuola, servizi del pubblico e del privato sociale) è in grado di offrire quegli interventi che consentono di attingere pienamente e di mettere a frutto tutte le numerose e preziose risorse (individuali, relazionali e sociali) di cui, come abbiamo visto, le famiglie dispongono” – prof.ssa Rosa Rosnati.”

L’esperto: “Servizi post-adozione”

Dott.ssa Vera I. Fahlberg, pediatra ed esperta nella terapia dell’attaccamento familiare. I due suoi libri più importanti  sono: “A Child’s Journey through Placement” e “Residential Treatment”.

Di seguito riportiamo i passaggi più significativi di un suo articolo sul post-adozione. L’articolo completo si trova in http://www.perspectivespress.com/servizi-post-adozione.html

(…) I bambini che si uniscono alle famiglie adottive dopo aver subito abusi, sia fisici che sessuali, trascuratezza, separazione dai genitori e perdite, portano con sè un retaggio di rapporti familiari falliti. La nuova famiglia offre nuove speranze e una nuova possibilità di sperimentare con più successo le complessità e i benefici della vita familiare. (…) La rimarginazione avrà luogo nei contesti della quotidianità della vita familiare, giorno dopo giorno.

(…) Sia i bambini, sia i genitori adottivi arrivano all’adozione con alcuni fattori di rischio aggiuntivi rispetto ai bambini che raggiungono la loro famiglia permanente al momento della nascita. I fattori di rischio per i bambini comprendono:

  • comportamenti di sopravvivenza che hanno avuto origine quando vivevano in famiglie disfunzionali ed in un sistema disfunzionale
  • vulnerabilità personali
  • eventi traumatici pregressi
  • separazioni o perdite irrisolte

I fattori di rischio per i genitori possono comprendere:

  • assenza di un senso di empowerment [letteralmente: sentirsi investiti di pieni poteri; senso di controllo derivato dall’inclusione rispettosa nella pianificazione e nelle decisioni] e di entitlement [letteralmente: avere o acquisire il diritto; sentire di aver sviluppato un senso di appartenenza nei confronti del bambino adottato]
  • “echi” dal proprio passato
  • perdite non riconosciute o irrisolte
  • aspettative non realistiche nei confronti del bambino o di se stessi

Elbow individua tre fattori concernenti l’adozione di bambini più grandi che contribuiscono alla difficoltà di riuscita nel padroneggiare i compiti evolutivi della famiglia.

  1. l’alterazione del ciclo di vita familiare: le famiglie adottive incominciano con la distanza e ci si aspetta che si muovano verso la vicinanza; le famiglie di nascita incominciano con la simbiosi e ci si aspetta che si muovano verso l’individuazione.
  2. lo stress posto sui confini familiari a causa dell’invadenza dell’ente, dell’assenza dell’empowerment della famiglia da parte della società e dell’ente, e delle diverse lealtà in conflitto tra loro nel bambino.
  3. le problematiche personali del bambino e gli echi dal passato per i genitori.

(…) I bambini adottati e le loro famiglie sono serviti nel modo migliore quando esiste una collaborazione tra la famiglia, gli enti di servizi sociali e le risorse di salute mentale. Ciascuno riconosce non solo il proprio potenziale contributo, ma anche quello altrui.

La famiglia

  • (…) il fatto che la famiglia abbia bisogno di aiuto nel soddisfare i bisogni del bambino, non significa che la famiglia non ci tenga o che non sia capace di partecipare al processo decisionale.
  • (…) i membri della famiglia possono essere partner più stabili se gli si riconosca che stanno facendo il meglio che possono in circostanze difficili e che hanno un ruolo importante in qualsiasi percorso di cambiamento.

I servizi post-adottivi possono assumere varie forme:

  • servizi di supporto (gruppi per genitori, per bambini, respite care, formazione e servizi educazionali) possono soddisfare i bisogni di molte famiglie adottive.
  • servizi mirati ad aiutare il bambino e la famiglia a congiungersi in breve tempo in seguito al collocamento
  • terapia preventiva intermittente, la quale viene istituita in concomitanza con il raggiungimento di certi livelli evolutivi ad alta probabilità di far riemergere problematiche del passato (cioè di abuso sessuale, perdita, identità, ecc.)
  • terapia intermittente a breve termine focalizzata sui problemi, mirata all’interruzione dei comportamenti problema
  • interventi di crisi con famiglie minacciate

L’attenzione è focalizzata principalmente sul presente. Il cliente non è né il bambino né i genitori, ma piuttosto il rapporto. (…) Vengono definite “famiglie minacciate”, quelle che di solito hanno uno stabile rapporto adottivo di lunga data, con presenza di ripetuti comportamenti autodistruttivi o violenti da parte del bambino. (…)  i genitori possono aver compiuto vari tentativi per ottenere aiuto ma senza riuscirci e sentono che la situazione è fuori controllo.

(…) Donley e Blechner sottolineano quanto sia importante che chi è chiamato ad intervenire in casi simili non scambi queste famiglie per famiglie con disturbi cronici e senza alcuna esperienza derivante da un periodo di adattamento relativamente calmo alle spalle. Molte volte si tratta di genitori molto competenti, i quali possono avere qualche difficoltà nel convincere gli altri della gravità del problema. Possono essere più qualificati delle persone a cui si stanno rivolgendo per aiuto, le quali possono, a loro volta, essere intimidite da questi genitori.

(…) APPROCCI BASATI ESCLUSIVAMENTE SU TERAPIE TRADIZIONALI NON SI SONO DIMOSTRATI PARTICOLARMENTE EFFICACI CON QUESTA POPOLAZIONE (…)

  • Molti bambini sentono l’impulso di ricostruire le loro precedenti esperienze di vita all’interno del nuovo ambiente familiare
  • Sebbene né il genitore adottivo né il terapeuta possano annullare i primissimi danni causati da trascuratezza o da abusi, entrambi possono minimizzare i segni di cicatrizzazione ed aiutare la persona adottata a compensare tramite l’apprendimento di nuove abilità
  • Qualsiasi intervento che mette a repentaglio il rapporto genitore-figlio mina l’obiettivo di preservare la famiglia come risorsa per il bambino.

(…) Il collocamento fuori casa non dovrebbe essere considerato un fallimento adottivo. Può essere, infatti, un forte indicatore di un’adozione riuscita qualora la famiglia riconosca che il loro giovane ha bisogno di un aiuto maggiore di quanto loro possano dare da soli e sia disponibile e capace di perorare la causa del figlio affinché lui possa ricevere questo aiuto.

I giovani che non godono di successo in nessuna delle principali arene della loro vita (ossia in famiglia, a scuola e nei rapporti con i coetani) sono frequentemente candidati per il collocamento fuori casa. (…) Alcuni giovani riescono a fare un uso migliore della propria famiglia quando non vivono con essa e, a loro volta, i membri della famiglia, essendo meno provati, possono riuscire ad offrire un maggior supporto emotivo anche in questa situazione.