Storia familiare. Guida del SENAME 3: “Rivelazione, il compito necessario”.

I bisogni del bambino

(schema elaborato dalla dott.ssa Giuditta Borghetti – psicologa e psicoterapeuta)

 –          CAPIRE più che SAPERE

 –          Avere accesso ad una “VERITA’ SOSTANZIALE” (Chistolini M.)

 –          Avere una chiave di lettura

 –          Trovare un senso a quanto accaduto

Realizzare il processo della Rivelazione, cioè raccontare al bambino/a la sua storia biologica, non è solamente trasmettergli l’informazione nella misura in cui è pronto per assimilarla, è anche aiutarlo a capire ed esprimere le emozioni che porta con se questo processo. Non dobbiamo auto ingannarci. Il parlare dell’adozione con i bambini, con le parole adeguate e nei momenti giusti non impedirà che sentano pena o rabbia verso la propria storia. La tristezza, la confusione, la rabbia e la ribellione, sono emozioni normali che dobbiamo accettare come cose naturali.

Non dobbiamo aver paura per il dolore di nostro figlio o figlia, perché è parte del loro processo di accettazione e crescita. Condividere i loro sentimenti non minaccia la nostra relazione con lui o lei, anzi, li rafforza. Aiutatelo a comprendere che quello che sta sentendo è normale e che voi capite le sue sofferenze. Frasi come “anche a me sarebbe piaciuto che le cose fossero andate diversamente”, gli fanno percepire che interpretate e capite quello che gli succede e che siete dalla sua parte.

Non prendete il suo dolore come un attacco personale. Nonostante quanto possa essere doloroso quando vostro figlio/a vi gridi “Tu non sei mio padre o mia madre” non è un’aggressione verso di voi, sta solamente cercando di metabolizzare le sue angosce ed i suoi timori. Non offendetevi, ha bisogno della vostra compagnia, e in quei difficili momenti riaffermiate, ancora una volta, che sarete i suoi genitori per sempre.

Dimostrategli il vostro affetto quando aprite temi relativi all’adozione.

Evita la parola abbandono

Molti bambini, bambine e giovani adottati, presentano un profondo sentimento d’abbandono, sentimento che molte volte si associa al perfezionismo, al timore, alla sconfitta, alla bassa autostima o a problemi nelle relazioni interpersonali.  Nel momento di fare la rivelazione, è molto importante tener presente il passato biologico del bambino, come e quando si racconta questa storia e le parole usate per narrarla. Per questo, spiegandogli la sua adozione, è necessario evitare la parola “abbandono” e cambiarla con una frase come “i tuoi genitori biologici non potevano curarti e per questo ti hanno lasciato nell’istituto dove noi ti abbiamo conosciuto”.

In questo modo assegniamo la responsabilità all’adulto, parlando dell’incapacità di curare un bambino, non incolperemo il bambino/a, poiché il “concetto” di essere abbandonato implica l’essere rifiutato, suggerendo l’idea che “in me ci deve essere qualcosa di cattivo, visto che la mia famiglia biologica mi ha rifiutato ed abbandonato”.

Questa sensazione di non sapere il perché dell’abbandono, accompagna il bambino/a anche nella sua vita adulta , ed in molti casi lo spinge a cercare la propria famiglia biologica per chiedere loro la vera ragione di averlo dato in adozione. Dobbiamo rafforzare l’idea dei valori positivi associati alla decisione del dare in adozione, dal momento che la madre biologica ha fatto una scelta per la vita ed ha preso una decisione responsabile e positiva nel lasciarlo nell’istituto per essere adottato.

Nell’adolescenza si produce la prima grande crisi nei bambini e bambine adottati, poiché per il livello di comprensione raggiunto, riescono ad associare l’adozione all’abbandono e vedono la loro storia in modo realistico e rigido. Dobbiamo essere preparati ad accettare il dolore che questo produce e che non possiamo evitargli, anche se possiamo comprendere la loro necessità di conoscere dettagli della loro storia e che il desiderio di conoscere i loro genitori biologici non mette in discussione la relazione che ha con voi. Potete accompagnarli ed appoggiarli perché escano rafforzati da questa esperienza

(fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare. Guida del SENAME 2: “I bambini che ricordano la loro vita passata”

“Nell’adozione è fondamentale il processo di ricostruzione della storia familiare, anche pre-adottiva” – dott.ssa Giuditta Borghetti – psicologa e psicoterapeuta

Una volta adottati, alcuni bambini e bambine, parlano della loro storia passata, dando dettagli della loro vita nell’istituto, degli amici e compagni, delle precettrici che li seguivano o dei pochi ricordi che conservano della loro famiglia biologica. A volte i loro racconti possono corrispondere a ricordi felici o divertenti, altre volte, possono commuovere per la loro crudezza, dando una dimensioni di ciò che il bambino/a possono aver sofferto nella loro vita passata.

Davanti al passato non possiamo far molto, salvo insegnargli ad imparare da queste sperienze, ricordandogli che quei momenti sono passati e che non torneranno mai più, perché ora ha una famiglia che è con lui per proteggerlo/a.  Che dobbiamo fare? Ascoltare il bambino/a con un atteggiamento aperto e senza pregiudizi.

Permettergli di raccontare quello che vuole e prestargli l’attenzione necessaria. Indirizzate le vostre domande per ottenere dettagli che vi aiutino a valutare il livello di danno che quella storia può avergli procurato. Cercare di non dimostrare emozioni negative come pena, angoscia, compassione o la sorpresa. Se fosse necessario richiedere aiuto professionale.

 (fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare. Guida del SENAME 1: “L’incontro”

Riprendo un passaggio della dott.ssa Annamaria Marbiero di due post fa: “Preparare all’adozione significa offrire al bambino una possibilità di ri-lettura e di ri- significazione della storia passata e delle possibilità future. Questo processo richiede anni ed è possibile solo all’interno di relazioni rassicuranti. Pertanto i bambini possono essere preparati all’incontro raccontandogli cosa avverrà nei giorni successivi ma è difficile che per età ed esperienze possano essere pronti a diventare figli, questo sarà il punto di arrivo dell’adozione e del processo riparativo.”

Mi sembra che risulti abbastanza chiara da distinzione tra incontro e preparazione all’adozione. Il primo è un’esperienza molto speciale e imprevedibile con un bambino che però si estingue ora e qui; la preparazione all’adozione è un tragitto che non finisce mai, che ha un inizio nel momento in cui la coppia decide di adottare (per il bambino, quando verrà fatto l’abbinamento) e che si evolverà finchè avremo vita. L’elemento discriminante è dunque ”il tempo”.

I prossimi post sono tratti da un opuscolo intitolato “Adottare in Cile, un lungo cammino per diventare famiglia” realizzato dagli operatori del SENAME (Servizio Nazionale dei Minori) di Santiago del Cile. Abbiamo estrapolato le sezioni che riguardano l’incontro, la ricostruzione della vita passata del bambino, il momento della rivelazione quando il bambino è piccolo. Si tratta di linee guida che possono, a nostro avviso, essere utilizzate anche in altre realtà dell’adozione internazionale.

“E’ naturale e auspicabile creare nella nostra immaginazione immagini di come sarà il momento in cui conosceremo chi può diventare quel figlio tanto atteso. Queste aspettative sul momento dell’abbinamento o dell’incontro con il bambino possono essere poco realiste. Può darsi che un giorno sarà ricordato come il più felice delle vostre vite o come un momento frustrante e deludente.

Mentre voi avete destinato molto tempo nel prepararvi per questo momento e sentite questo bimbo come il vostro, il bambino ha avuto una preparazione di alcuni mesi, il che non è sufficiente ad incorporare in lui il concetto di famiglia, pur identificandovi e chiamandovi papà e mamma. Visto che è un bambino grande (probabilmente maggiore di cinque anni) ha memoria e ricordi del suo passato biologico, così come ha coscienza del suo abbandono e dell’istituzionalizzazione. La sua visione di famiglia, è senza dubbio condizionata da queste influenze precedenti e la fiducia verso il mondo degli adulti può essere spezzata.

E’ fondamentale stabilire un poco alla volta una relazione basata sulla fiducia perché il bambino possa “adottarvi come genitori”. E’ importante non perdere di vista che, come ogni relazione, quella tra genitori e figli adottivi è una costruzione d’amore che si genera per mezzo della condivisione di esperienze e giorno per giorno.

Durante l’incontro, allora, possiamo trovarci con un bambino che reagisce molto affettuosamente e che vuole solo andare a casa a vivere con voi, ma possiamo anche trovarci con un bambino che vi respinge apertamente, che piange o che ha espressioni di molta angoscia nel momento . Come reagisca il bambino alla vostra presenza non è un segnale di come sarà la relazione che avrà con voi nel tempo. Se vostro figlio reagisce in una maniera che non vi aspettavate, non lo prendete come un rifiuto verso di voi. Lui o lei deve imparare ad aver fiducia in voi per donarvi il suo affetto.

In base a ciò, è bene tener presente che non possiamo esigere dal bambino dimostrazioni di affetto o vicinanza fisica. Dobbiamo rispettare la distanza che lui imponga e costruire le strategie necessarie perché interagisca con noi, rispettando i suoi tempi”.  

(fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare: “La preparazione del bambino nel paese di origine

di AnnaMaria Barbiero – psicologa e psicoterapeuta

 (…) È possibile preparare un bambino all’adozione? Spesso si confonde tra la preparazione del bambino all’adozione e l’accompagnamento all’incontro. (…) Preparare un bambino all’adozione richiede che il bambino possa collocarsi in una dimensione temporale di passato, presente e futuro. Questa possibilità è collegata all’età del bambino e alle sue esperienze quotidiane.

Un bambino precocemente istituzionalizzato che ha pochi contatti con la realtà esterna farà fatica a comprendere il concetto di altrove e di cambiamento. Nella sua esperienza la successione degli eventi è circolare, la routine si ripete ogni giorno uguale, regolare con pochi segnali dello snodamento del tempo e dello spazio, prepararlo all’adozione, al cambio delle relazione diventa quindi difficile. Il vuoto e l’assenza caratterizzano l’esperienza del bambino che potrà riproporre con gli adulti con cui verrà in contatto una relazione basata sul non attaccamento e sulla distanza. 

Un bambino che invece vive in una situazione di casa famiglia a cui è arrivato a seguito di maltrattamenti e incurie nel nucleo familiare ha esperienze di traumi e fratture, di fili che si rompono, oltre che di legami e di relazioni significative. Il passaggio a nuove relazioni può essere immaginabile ma potrà suscitare ambivalenze e paura man mano che il bambino si avvicina con alternanze di comportamenti e di reazioni repentini nel corso della stessa giornata.

Preparare all’adozione significa offrire al bambino una possibilità di ri-lettura e di ri- significazione della storia passata e delle possibilità future. Questo processo richiede anni ed è possibile solo all’interno di relazioni rassicuranti. Pertanto i bambini possono essere preparati all’incontro raccontandogli cosa avverrà nei giorni successivi ma è difficile che per età ed esperienze possano essere pronti a diventare figli, questo sarà il punto di arrivo dell’adozione e del processo riparativo. (…)

Il bambino che nel Paese d’origine ha vissuto relazioni significative o ha potuto  rielaborare una parte delle sue storie passate è un bambino che si relaziona con i futuri genitori con una possibilità di fidarsi maggiore rispetto al bambino a cui è stato dato il messaggio: «verrai adottato se ti comporterai bene».

(…) Concludendo è importante differenziare tra preparazione all’incontro e preparazione all’adozione, tenere conto dell’età dei bambini ricordando che più il bambino è piccolo più è difficile e potenzialmente traumatico il momento della conoscenza con gli estranei e del distacco dalla propria quotidianità. È importante differenziare tra informazione data al bambino e possibilità di comprensione. Pertanto è difficile parlare di preparazione all’adozione per bambini al di sotto dei 7-8 anni, ed è importante ricordare che come avviene per i neonati sono i genitori a dover essere preparati ad accoglierli, utilizzando le capacità di significazione, speranza, pensiero e calore.

 (fonte: Istituto degli Innocenti “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010)

Storia familiare: “La preparazione della coppia al paese di origine del bambino”

di AnnaMaria Barbiero – psicologa psicoterapeuta 

Abbiamo trovato due interventi della stessa psicologa per quanto riguarda la formazione dei genitori alla cultura del paese di provenienza del bambino e un secondo intervento sulla preparazione del bambino prima di arrivare in Italia. Entrambi si collocano all’interno della ricerca fatta dall’Istituto degli Innocenti per la CAI  su “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010 scaricabile da internet: vedi www.commissioneadozioni.it/media/66911/qualitàattesa%20tutto.pdf

 (…) Le famiglie in attesa vanno accompagnate alla comprensione, intesa come prendere-insieme, alla conoscenza della cultura del Paese, per poter riconoscere dignità e significato a tradizioni altre, “straniere”, ad altri modi di intendere l’infanzia non per condividerli, ma per farsene carico in modo che il bambino che si incontra possa essere ri-conosciuto con la sua storia e le sue esperienze precedenti. 

(…) Prepararsi all’incontro significa prepararsi al viaggio, imparare a camminare e collegare prassi e culture presenti nel Paese in cui si adotta per dare significati che rendano possibile la genitorialità adottiva al di là di ideologie e facili critiche. Tra gli aspetti culturali più difficili da comprendere ce ne sono alcuni, quali le modalità di abbinamento, le cartelle sanitarie, i viaggi e la permanenza all’estero, per cui la coppia va supportata in fase di orientamento rispetto al Paese e di supporto specifico nel tempo dell’attesa.

La coppia va supportata nella scelta del Paese più significativo e affrontabile, ma va anche aiutata a comprendere e a metabolizzare alcuni aspetti difficili dell’iter perché la genitorialità è possibile solo all’interno di significati generativi e non distruttivi o vissuti “illegali”. Per una coppia che adotta nei Paesi dell’Est comprendere il senso delle cartelle sanitarie, imparare a proteggersi e a proteggere il bambino, capire come vengono fatti gli abbinamenti, e perché vengono fatti in un certo modo, significa non solo essere aiutati ad affrontare il primo e il secondo viaggio ma soprattutto essere supportati nelle proprie capacità e risorse genitoriali.

Prepararsi e allenarsi all’accoglienza comporta anche cercare di immaginare le storie per individuare risorse personali e di coppia che permettano l’integrazione delle storie del bambino con le storie familiari. Significa anche e soprattutto approfondire la conoscenza culturale e antropologica del Paese di origine del bambino per diventare famiglia interculturale promotrice di educazione ed esempio di integrazione di origini diverse.

L’adozione internazionale è un’occasione personale, familiare e sociale di ampliamento dei proprio confini all’interno dei propri necessari limiti. Rispetto alle esperienze precedenti all’adozione è significativa la storia dei bambini in particolare le modalità di accudimento dell’infanzia, l’idea di famiglia e di protezione, la percezione del corpo e delle relazioni, la lingua e le usanze. Una riflessione su come il corpo dei bambini viene maneggiato, nutrito, vestito a volte maltrattato è necessaria per le capacità riparative della coppia.

Rispetto all’idea di famiglia e di protezione è fondamentale poi ricordare come le famiglie adottive necessitino di poter immaginare che il bambino abbia vissuto e sia stato amato da altre persone e come nei nuclei d’origine il bambino possa aver fatto esperienza di famiglia, di confini generazionali, di spazi, vicinanze e ruoli diversi da quelli che vivrà nel nucleo di arrivo.

Il tempo dell’attesa viene vissuto dalle coppie come tempo vuoto, da superare il prima possibile, mentre le coppie andrebbero supportate per viverlo come cammino per conoscersi e conoscere il Paese di origine del bambino, per riuscire a entrare in confidenza con esso. (…)

 (fonte: Istituto degli Innocenti “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale”- 2010)

Storia familiare. L’esperto: “Riempire il tempo dell’attesa”

di Mariangela Corrias – psicologa

Dalla riflessione della dott.ssa Corrias abbiamo tratto solo le parti che ci sembravano più vicine al nostro tema della costruzione della storia di famiglia.

 

(…) Durante la gravidanza si verifica un cambiamento ormonale e psicologico che permette alla donna di “ripiegarsi” su di sé, vengono riportate alla coscienza fantasie onnipotenti infantili e le relazioni con la propria famiglia di origine: tutto ciò permette la crescita ed elaborazione del bambino immaginario, quell’immagine di figlio che ogni donna porta con sé. Questo aspetto va vissuto in un certo senso anche con l’attesa, anche se non è una spinta inevitabile, biologica, ma riflettuta e voluta. La spinta biologica che porta la donna a ripiegarsi su di sé manca completamente durante l’attesa di un bambino adottivo. (…) la coppia è chiamata a recuperare un vuoto attraverso un “supplemento di cultura”.

(…) E’ importante il dialogo all’interno della coppia, condividere fantasie e timori, la comunicazione di dubbi e verifica delle proprie risorse. Pensare il bambino che verrà permette di iniziare a entrare in sintonia con lui e aiuterà i genitori, un domani, a decodificare meglio le emozioni e i desideri del figlio. 

(…) E’ anche il momento di lavorare su se stessi, per avvicinarsi alle proprie debolezze e guardarle in faccia, per smussare gli spigoli, capire cosa fa paura, cosa si desidera, cosa non si sopporta proprio, cosa irrita. E’ necessario farsi delle domande: che fare, se lui o lei reagirà in un certo modo? Se non avrà voglia di studiare o se risponderà troppo sgarbatamente? Sono disposto ad accettarlo per quello che lui è o penso che riuscirò trasformarlo a mio piacimento? E’ bene fermarsi a riflettere su questo. L’adozione è l’incontro di più persone, due genitori e un bambino, che s’incontrano portandosi dietro alle spalle un’esperienza che le ha trasformate e, in ogni caso, formate. Compito dei genitori sarà di riparare le sue ferite, dare senso a ciò che è avvenuto, e ricostruire la sua vita, ma non potremo modificare la struttura del suo carattere.

(…) Cercare il più possibile di conoscere il contesto sociale  e culturale del paese dai quali i bambini provengono. Dalla formazione della famiglia alle situazioni che portano all’abbandono, simili ma differenti per ciascun paese, dalla situazione scolastica alla realtà degli istituti che accolgono i bambini, ma anche la differenza dei generi, i ruoli genitoriali che i bambini hanno introiettato, la famiglia estesa, la relazione tra coetanei, tutto quello che permette di conoscere le problematiche dei bambini che arrivano tramite l’adozione internazionale.

(…) sviluppare la capacità di tollerare ansia e sofferenza è estremamente importante. E’ solo così che si potrà accogliere il dolore e la sofferenza del figlio. Questa potrà assumere aspetti , talvolta difficili da riconoscere e tollerare: quello della rabbia, dell’ostilità, del silenzio. Sarà possibile così contenere dentro di sé questa sofferenza e restituire a lui la fiducia in se stesso e nella vostra relazione e speranza della vita e del futuro, che insieme vi attende.

(fonte: italiaadozioni.it – 16/06/2012)

Storia familiare. L’esperto: “L’integrazione della storia nella storia familiare dell’adozione”

di Ester di Rienzo – psicologa psicoterapeuta

Vedi articolo completo 

http://www.sviluppointelligenzaemotiva.it/Editore/Collane/Dispense/DownloadDispense/Adozione.pdf

 1. La doppia nascita

Figlio biologico e figlio adottivo ‘nascono’ da porte diverse: il parto e l’adozione. Tutti i figli hanno bisogno di essere ‘adottati’ nel senso di essere scelti e di partecipare ad un processo di affiliazione, di avere cioè uno spazio interno nella mente e nel cuore dei genitori. Possiamo dire che alcuni bambini nascono prima del concepimento nel pensiero, nel desiderio, altri durante la gravidanza, altri alla nascita, altri dopo molto tempo….La differenza tra filiazione e affiliazione consiste proprio in questo processo di maturazione del sentimento di genitorialità da parte dei genitori adottivi e di affiliazione da parte dei figli. Un processo di reciprocità ‘circolare ‘che attraversa diverse fasi. (…) Il bambino però, anche se piccolo, può avere una sua storia in cui ha vissuto stili di attaccamento disfunzionali, poco rassicuranti, che avendolo reso diffidente ed evitante, non gli permettono di corrispondere in modo immediato alle manifestazioni di affetto e cura. (…)

 

2. Aspettative e figlio “ideale”

Quali aspetti meritano più attenzione e tempi di ‘riorganizzazione’ in questa doppia attesa, dei genitori e del bambino?

(…) Il genitore deve essersi legittimato come ‘vero genitore’, ossia aver superato le paure di essersi appropriato di un bambino di altri, aver elaborato il sentimento di invidia verso i genitori in grado di generare figlio, aver bonificato il fantasma persecutorio del genitore biologico, aver superato il lutto per la sterilità e la naturale depressione. Aver dedicato un tempo ed uno spazio a sé ed alla coppia per consolarsi e coccolarsi. E il bambino? Nel caso di bambini molto piccoli, entro il primo anno di vita, il presupposto è che il bambino mantiene una memoria emozionale degli eventi precedenti la sua adozione. (…) Il bisogno di entrambi è quello di riconoscersi in un ruolo, il ruolo di genitore e il ruolo di figlio. L’affiliazione si costruisce attraverso la costruzione di una storia comune. (…) Il bambino ha mantenuto una memoria emozionale e gli va narrata una verità narrabile, che non produca fantasmi persecutori inutili, con parole che parlino al mondo emotivo e in cui possano ritrovarsi genitori e figlio.

 

3. Come parlare

Prima che col bambino il dialogo è con sé stessi ed all’interno della propria coppia. Permettersi di ascoltarsi e ascoltare il compagno, di darsi una vicinanza, di esprimere la propria ansia… Se ci si accoglie, si condivide, nella coppia nasce una ‘forza’ ed è più facile affrontare le difficoltà e accogliere il bambino. Le parole per narrare a sé stessi e al figlio sono quelle che parlano al mondo emozionale proprio e del bambino. (…)

Il bambino piccolo, di 2-3 anni, ha bisogno di considerare ‘vera’ la madre, vuol essere rassicurato che non è magico, ma nato in una pancia, sentita come una custodia che lo ha portato al mondo. (…) Il bisogno primario di genitori e figli è assegnare il ruolo ai personaggi della loro storia: il bambino ha bisogno sapere quale ruolo ha la persona che lo ha portato nella pancia, il genitore d’altra parte può provare rabbia, dolore, dispiacere di non aver avuto sempre vicino il figlio, di non averlo partorito. Dal racconto delle storie può nascere una vicinanza, possono essere raccontate come simili per la ricerca e l’ attesa reciproca, trovando così una possibilità di espressione per i sentimenti provati.

Col bambino non va usata la parola “abbandonato”, che connota negativamente il bambino come un oggetto rifiutato, proveniente da un contesto deprivato. Va evitata la svalorizzazione dei genitori biologici che farebbe sembrare i genitori adottivi pietosi più che desiderosi. (…) Un delicato spazio di cura emotiva va dedicato verso sé e verso il figlio nel periodo dell’adolescenza. Le domande del figlio adolescente rappresentano un’invasione emozionale importante per il genitore. Di seguito si evidenziano i passaggi più significativi del processo di affiliazione..

 

4. L’integrazione delle storie

Con il figlio adottivo si accoglie anche il suo passato, il suo specifico livello di sviluppo, frutto delle esperienze vissute negli ambienti precedenti all’adozione, la sua storia. Allo stesso modo il sistema familiare adottivo ha bisogno di integrare la sua storia con quella del bambino. Come affrontano i genitori adottivi la gestione della storia precedente del bambino, legata alla sua famiglia biologica, alle sue esperienze passate, alla sua condizione di adottato?  

Il genitore può avere difficoltà ad accostarsi al suo passato se sente che ciò fa riemergere nel bambino vissuti difficili. Gli adulti possono faticare a parlare del dolore coi bambini e di loro deprivazioni affettive e tendere ad evitare l’argomento o attribuire la ‘colpa’ del dolore ad un soggetto specifico che appartiene alla vicenda storica del bambino, manifestando ostilità e aggressività verso questa figura. Quali gli scenari prevedibili? C’è reciprocità nelle due attese…La ricerca delle appartenenze passa anche dal riconoscimento delle conflittualità, delle differenze.  

Accogliere la propria storia, essersi pacificato con le parti dolorose, raccontarsi e raccontare di sé al figlio. Nell’interezza della propria esperienza, nel riconoscimento di sbagli… Se un genitore ha sperimentato il conflitto con i propri genitori, se a volte si è sentito incompreso, rifiutato, se ha fatto esperienza di differenze tra le aspirazioni dei suoi genitori su di sé, rispetto alla scelta degli studi, del lavoro, della fidanzata… se a volte ha sentito poca fiducia verso sé, trova nella sua esperienza una ‘memoria’ che lo può aiutare a vivere le difficoltà senza spaventarsi. Chi non ha nessuna esperienza dei conflitti che possono nascere tra genitori e figli, chi ha vissuto nell’idillio, nella coincidenza di idee e scelte non ha maturato esperienza di sé nella differenza… Il rischio è che nel confronto tra figlio Ideale e figlio reale, l’adulto non abbia memoria della propria esperienza di debolezza, sofferenza sperimentata da bambino.

 La grande risorsa è la possibilità di fare i conti col bambino che si è stati, con la propria competenza autobiografica, di attingere alla capacità di sintonizzarsi col passato, sia quello goduto che quello sofferto. Nella costruzione di una storia comune, largo spazio interno può avere la propria storia, il ricordarsi chi si è e come lo si è diventati.  Se ci si chiede ‘chi sono?’ si accoglierà il bambino che si chiede ‘chi sono?’.

Difficilmente il bambino sarà il bambino dei sogni,  facilmente sarà poco prevedibile. Attenzione se il bambino cerca di diventare il Figlio Sognato, se cerca di adeguarsi presto alle richieste…Il naturale bisogno reciproco di dare e ricevere affetto, il giusto desiderio di essere ricambiati trovano più facilmente risposta se viene mantenuto il contatto con la propria infanzia, con i limiti sperimentati, se ci si prende cura di sé prima che del figlio. Se il genitore accetta i punti deboli della propria infanzia, non la idealizza… sarà più facile accogliere l’imprevedibile. Genitore e bambino non sanno chi incontreranno.  Il genitore si identifica col bambino sognato, il bambino vuole diventare il figlio sognato. Può essere difficile accettare l’alterità, sintonizzarsi con le differenze intellettuali,  fisiche, psichiche, con la spiacevolezza.

Nell’integrazione delle storie non si tratta di scegliere, ma di accogliere con ritmi e tempi del genitore e del bambino.

 

Il bambino che viene da lontano

Bambini che appartengono ad altre etnie hanno difficoltà con la lingua, a volte mancano loro gli strumenti di comunicazione, che sono invece comuni nel paese dei genitori adottivi. L’ identità etnica può rappresentare una risorsa, ma anche un ostacolo, soprattutto inizialmente.  Nel caso di adozione internazionale si aggiungono infatti differenze di tipo razziale e culturali e lo stile comunicativo precedentemente conosciuto ed utilizzato. Ad esempio in culture dove si pratica una stretta vicinanza tra madre e figlio piccolo, l’allontanamento dell’adulto può essere vissuto come perdita o può generare sensi di colpa e fantasie di punizione. (…) Lasciare il proprio paese, una cultura familiare, può provocare sentimenti di perdita e non l’apprezzamento di nuove abitudini (…) L’integrazione nella nuova cultura viene facilitata se la nuova famiglia considera positiva l’etnia di provenienza, ne accetta i valori, l’identità multietnica, il patrimonio culturale… (…) Il contesto intorno alla famiglia può farla sentire accolta o emarginata. Gli insegnanti si possono sentire impreparati ad accogliere un bambino ‘diverso’.  Il confronto col mondo esterno può rappresentare una risorsa o essere fonte di difficoltà. Ci si può sentire dotati di risorse all’interno della famiglia e sprovvisti all’esterno. Emozioni ricorrenti possono essere l’impotenza, l’incertezza, la frustrazione, la sorpresa, la rabbia per la delusione verso altri…

Nell’adolescenza può essere forte il desiderio di tornare nei luoghi di origine per la ripresa di contatto con la realtà della propria nascita. Quando il figlio deve dimostrare prima di tutto a sé stesso, di essere diverso, di non avere un bisogno assoluto di loro, di potersi dare altri modelli di identificazione, può desiderare di ricercare la sua storia, le sue origini. Possono esserci crisi quando il figlio sa che da qualche parte ci possono essere i suoi genitori biologici infelici. Si tratta di un periodo ‘critico’ in generale,  in cui la ricerca delle origini può attivare nei genitori insicurezza ed ansia. In realtà se le informazioni sulla storia delle proprie origini sono integrate con normalità nella trama storica narrativa familiare, se figlio e genitori hanno stabilito un buon legame, la conoscenza che deriva dalla ricerca dei genitori biologici, servirà per rinforzarne l’identità, chiarire, completare. 

La famiglia con altri figli … (…)  Si può dire che la presenza di fratelli facilita l’adeguamento del bambino a stili educativi nuovi e l’integrazione del passato nel presente.

 

5. Il bambino che porta un grande dolore dentro di sè

Credo che spesso i bambini adottati siano in questa condizione…

La minimizzazione o negazione di esperienze dolorose possono ostacolarne la conoscenza: un bambino difficilmente parla della sua sofferenza se sente che l’adulto non è disponibile, ma anzi ne è spaventato. (…)Il silenzio del bambino anziché sfiducia può rappresentare un movimento protettivo nei confronti del genitore (“Non parlo per non far soffrire papà e mamma”). Un tale movimento protettivo comporta però la mancata espressione di sentimenti profondi. (…) il bambino che ‘evita di ricordare’ ha poi difficoltà a pensare e ad elaborare le esperienze spiacevoli.  Il problema si pone nell’adolescenza se la famiglia non ha fatto un confronto con passato. Il bambino può avere ferite invisibili che i genitori hanno bisogno di imparare a riconoscere. Il minimo sfioramento con la ferita farà scattare il bambino con reazioni anche difficili da gestire o riattiva comportamenti disfunzionali.

Le reazioni possono essere le più varie:  un bambino può non sopportare l’eco di atteggiamenti che gli richiamano il rifiuto o minacce di abbandono, un altro bambino chiede o rifiuta,  in entrambi i casi in modo estremo, il contatto fisico… (…) Quello che segue è un esempio pratico di come con un bambino, anche molto piccolo,  si può costruire nel tempo il sentimento di reciproca appartenenza e l’integrazione delle storie. (…)

 

6. Libro – album sulla storia del bambino

Questo strumento, utilizzato spontaneamente da diversi genitori adottivi in vari modi,  è stato illustrato da P.Bardaji Suarez (P.Bardaji Suarez, in Ecologia della mente, n.2, 2002).

1) Com’era la mia famiglia di origine o il luogo dov’ero accolto:

chi c’era,  i loro nomi,  foto,  disegni,  ricordi,  oggetti conservati,  indumenti, giochi,  abitudini alimentari,  usanze o foto di persone che accudivano il bambino.

2) Il legame con la famiglia adottiva:

  • il viaggio dei genitori verso di lui
  • il saluto dei parenti che aspettano
  • l’incontro
  • la permanenza nel paese di origine
  • il viaggio verso casa
  • il giorno dell’arrivo
  • la festa
  • ricordi
  • foto,  oggetti,  disegni…

3) Com’è la mia famiglia adottiva:

  • chi la forma?
  • i loro nomi
  • compleanni
  • com’è il mio quartiere,  la mia città,  il paese in cui vivo…
  • com’è la mia scuola:  foto, quaderni, pagelle…
  • le cose che mi piacciono di più e di meno…
  • cosa piace di più a me di mamma e di papà…
  • cosa piace di me a mamma e a papà…

Il libro-album si costruisce insieme e si arricchisce nel tempo, divenendo un legame tra i tempi: il passato, il presente, il futuro.

Storia familiare. L’esperto: “Dal trauma all’esperienza adottiva”

di Ivana De Bono – psicologa, psicoterapeuta, docente SPIGA di Roma

Per l’articolo integrale vedi http://www.spigahorney.it/italiano/Articolo_De%20Bono.pdf

Il neonato alla nascita possiede già un suo bagaglio che è sia biologico, sia mentale. Se prima si riteneva che il feto non avesse alcun tipo di percezione, oggi le ricerche in neurobiologia, supportate da tecnologie sempre più sofisticate, ci permettono di affermare che non solo recepisce gli stimoli trasmessi dalla madre, ma che questi stimoli assumono una funzione importante per il corretto sviluppo del cervello e lasciano una memoria corporea di esperienza prenatale che può modificare il comportamento nella vita postnatale. (…)

Ognuno di noi è dunque il frutto di un proprio patrimonio genetico e di una specifica ed irripetibile esperienza ambientale, che inizia dalla vita fetale e prosegue per tutta la vita in una interazione continua e complessa. 

(…) quanto finora affermato entra inevitabilmente in contrasto con la diffusa convinzione che adottare un bambino molto piccolo, magari neonato, annulli o riduca al minimo la storia antecedente. Questa, al contrario, ha inizio dal momento del concepimento; è una storia che lascia una memoria inscritta nel corpo e che partecipa alla costruzione dell’identità del bambino.  

(…) Non possiamo ritenere che l’influenza delle prime esperienze di vita debba tradursi in fissità per il costituirsi dell’identità adulta. Jerome Kagan, utilizzando proprio la letteratura sui bambini adottati, afferma che la prima infanzia non costringe in un solo senso il futuro dell’individuo. (…) Infatti, se il cervello ha una sua capacità plastica di modificare struttura e funzioni al mutare delle esperienze interpersonali, ciò significa che il bambino, anche gravemente deprivato, può beneficiare di figure alternative capaci di riattivare il suo sano processo di crescita.

(…) La madre non trasmette solo nutrimento ed ossigeno, ma anche elementi attinenti al suo stato mentale ed emotivo che indirizzano fin dalle prime fasi di vita il comportamento del neonato in una complessa interazione con la sua dotazione genica. (…)La madre deve però saper cogliere i segnali del bambino: per riuscirci è fondamentale che mantenga un equilibrio fra la propria empatia verso quelli che ritiene siano i bisogni del bambino e la propria obiettività nel considerarlo come una unità indipendente dai propri pensieri, sentimenti e fantasie. Se ciò non accadesse, rischierebbe di rispondere di più ai propri sentimenti e pensieri interni, erroneamente scambiati per quelli del bambino (cfr. Zetzel e Meissner, 1973, p.230).

La madre, inoltre, per funzionare da buon contenitore, necessita a sua volta di sentirsi contenuta non solo da un partner e da un ambiente esterno favorevole, ma anche da un mondo interno capace di sostenerla, in grado cioè di “tenere insieme sia la riattivazione regressiva del suo essere figlia, sia il nuovo ruolo e l’immagine di una madre interna da cui recuperare un modello” (D’Arrigo e Testa, 1992, p.76).

Il risultato di questa prima interazione è il costituirsi nel bambino di un primitivo senso di integrità e sicurezza interiore che è la base della fiducia, che si riflette nella regolarità dell’alimentazione, dell’evacuazione e del ritmo sonno-veglia. Il benessere del bambino permette alla madre di ridurre la sua ansia, di rinforzare la fiducia nelle proprie capacità personali e di contribuire ulteriormente all’instaurarsi nel bambino di una risposta di fiducia collegata alla sensazione della madre di essere degna di fiducia.

 La capacità di avere fiducia è fondamentale per ogni tipo di relazione umana e il grado in cui viene menomata avrà un’influenza determinante sugli eventuali futuri eventi psicopatologici e nei rapporti interpersonali. Se ci sono stati privazione sensoriale, eccessiva stimolazione o cure incostanti, il bambino potrà avere difficoltà o anche gravi conseguenze in futuro (cfr. Zetzel e Meissner, 1973, p.232).

Ogni essere umano porta dentro di sé un residuo di sfiducia che riflette il parziale insuccesso della mutua regolazione tra madre e bambino. (…)

Per crescere, infatti, è necessario separarsi da persone, livelli di funzionamento, stili di pensiero e di relazione per stabilire nuovi attaccamenti e per orientarsi o riorientarsi sulla via dell’autorealizzazione. Karen Horney sostiene che l’essere umano ha un impulso innato a sviluppare le proprie potenziali capacità, ma necessita di condizioni favorevoli affinché queste possano realizzarsi (1950, p.35). Se il bambino, nell’interagire con l’ambiente cha ha cura di lui, si sente accolto nell’espressione dei suoi desideri, se il suo affermarsi nella differenza dall’altro non incontra ostacoli ma attenzioni, è possibile che “interiorizzi il piacere della crescita, il piacere di sentirsi se stesso, dove il sentirsi separato dall’altro può essere vissuto come una conquista positiva e non come esclusione di sé o dell’altro” (Kuciukian, 1995, p.21).  

(…) Anche le difficoltà di attenzione e di apprendimento che spesso insorgono in età scolare sono da ricondursi alla prima relazione madre-bambino, all’interno della quale possiamo rintracciare i precursori del desiderio di conoscenza. Nella storia pregressa del bambino adottato il cammino dalla dipendenza all’indipendenza “non si è probabilmente realizzato in modo adeguato e integrato; la difficile elaborazione della perdita dell’oggetto d’amore materno ostacola la possibilità di nuovi investimenti affettivi e intellettivi, riattivando nell’inconscio antiche angosce persecutorie che dilagano e occupano in modo massiccio la mente. Viene così impedita la formazione di uno spazio interno in cui introiettare la conoscenza e  l’apprendimento.  

(…) Nel bambino adottivo la memoria del passato suscita l’angoscia dell’antica perdita che, se non viene accettata ed elaborata dentro di sé e nella relazione parentale, tende a paralizzare la mente non predisponendola al cambiamento verso la conoscenza. Infatti sono spesso presenti disturbi della memoria, che segnalano l’impossibilità di rievocare un passato troppo doloroso per poter essere contenuto dentro di sé” (Farri Monaco e Peila Castellani, 1994, p.198-199).  

(…) E se imparare significa soprattutto saper reggere la frustrazione del proprio limite (di non sapere), il bambino adottato ha ancora bisogno di un porto sicuro dove possa trovare il calore e la protezione di un adulto in grado di contenere quegli stati d’animo che in passato lo hanno sommerso e reso fragile ad ogni successiva frustrazione.  

(…) Il genitore che in consultazione chiede quando è il momento giusto per parlare al bambino della sua storia, “dimentica che il suo compito primario è di ridare un senso costruttivo a quei vissuti già presenti nel bambino, inscritti nella sua pelle, che sono già stati elaborati in modo distorto. Quando l’adulto ritiene di dover aspettare le sue domande, dimentica che lascia ancora una volta il bambino da solo di fronte ad un compito troppo grande, che richiede proprio quella capacità di tradurre l’emozione in pensiero che non ha potuto acquisire adeguatamente con le precedenti figure di riferimento. Il blocco della rielaborazione di una sofferenza è di per sé traumatico: la non pensabilità spinge all’azione, che vede il coattivo ripetersi di modalità intrapsichiche ed interpersonali precocemente apprese.

Il genitore adottivo deve quindi essere capace di tenere presente dentro di sé la sofferenza del bambino per farsi contenitore in grado di rendere comunicabili e pensabili i suoi vissuti. Rispettando il bambino nei suoi tempi e modi di assimilazione ed elaborazione, il genitore può così utilizzare metaforicamente qualsiasi spunto della vita quotidiana con quel linguaggio degli affetti, che è innanzitutto preverbale e presensoriale, che permetta al bambino di ripristinare il filo interrotto del suo progetto vitale” (De Bono, Edizioni ETS, in corso di  pubblicazione).  

I bambini hanno bisogno di “pelle”, di vicinanza emotiva, di verità affettive e creative, non tanto della conoscenza dei fatti storici o di spiegazioni razionali che talvolta possono essere usate difensivamente dall’adulto per la sua difficoltà a rapportarsi al tema delle origini.  

(…) Il trauma, anche grave, di per sé può essere superato se la figura accudente riesce ad accogliere e condividere il dolore; diviene invece patogeno nel momento in cui chi lo subisce deve ricorrere al meccanismo della negazione, facendo proprio l’atteggiamento dell’adulto che contraddice la realtà delle sue percezioni e che afferma “che non è successo niente, che non si sente male da nessuna parte” (1931, p.75). L’evento traumatizzante scompare così dalla realtà esterna e da extrapsichico diviene intrapsichico. Il trauma diventa dunque parte integrante della sua struttura psichica e delle sue modalità di entrare in relazione col mondo. Non ci si può perciò aspettare che il bambino inserito in un contesto familiare adeguato non risentirà dell’esperienza pregressa. E non possiamo pensare che sia sufficiente l’amore e l’accudimento di genitori che hanno fretta di normalizzare ed equiparare l’adozione alla filiazione naturale. Ciò equivale a negare il senso più profondo dell’adozione in cui deve tornare ad aver voce il diritto del bambino alla sua integrità e alla sua autorealizzazione.

La famiglia adottiva, che più delle altre è una famiglia in continuo divenire, ha quindi un compito rilevante e che si dispiega nel tempo: accogliere quei frammenti della personalità in cui permane il vissuto traumatico per favorirne il risanamento e la trasformazione.

 (fonte: spigahorney.it)

Famiglie imperfette. L’esperto:”Ciò di cui ha bisogno tuo figlio”

dott.ssa Anna Campiotti Marazza – psicologa

Un giorno passando per la città dall’altra parte della strada ho visto nella vetrina di un negozio la scritta: “Ciò di cui ha bisogno tuo figlio”. Io, un po’ orba, ho detto: “Vediamo un po’, è interessante” e ho attraversato. C’era tutta la vetrina, dall’alto al basso, coperta da un elenco di voci, con a fianco i prezzi (un totale da paura!), di articoli per l’infanzia. Ciò di cui ha bisogno tuo figlio. Ciò di cui ha bisogno un figlio sono due adulti; ha assolutamente bisogno di due adulti che mettano la loro vita a disposizione perché dentro il rapporto con loro il figlio possa essere sè. Più c’è in atto un lavoro tra questi due e più c’è la capacità di fare un po’ di spazio ad uno piccolo che della vita chiede tutto il significato, più è possibile educare.(…)

 A noi la vita interessa

In una società, in una comunità, in cui tutti si conoscono, è ancora più facile dare spazio e rendere visibile una comunità di adulti che vive con questa tensione, perché i figli vedano e vedendo sappiano come muoversi. 

Il bisogno più grande dei bambini, quindi, sono degli adulti che non vanno dietro a se stessi ma che vanno insieme alla ricerca del senso della vita, dando dei giudizi, cercando il bene e il buono, ma mettendosi insieme per farlo. La grande ricchezza della vostra iniziativa di questa sera, è proprio questa: degli adulti che si sono messi insieme e hanno detto: “Ma chiediamolo al nostro Comune, alla Provincia lo spazio per dire che a noi i figli interessano, che abbiamo qualcosa da insegnargli”. Adulti capaci di dire: “Ci sono io: guardami! A me la vita interessa. Quindi man mano che accade la affronto e sono disposto a lasciarmi guardare dai piccoli che crescono di fianco a me.” 

Se questo è chiaro, tutto il resto del discorso educativo (cosa permetto a mio figlio, che fare quando dice le bugie o non vuole studiare etc…) è molto più facile, perché so cosa mi sta a cuore di lui. Allora si riesce ad essere più precisi nel chiedergli obbedienza quando è piccolo, più attenti nel chiedergli di rimanere dentro al rapporto con me, genitore, adulto, insegnante, e si ha più forza nel chiedergli “Guardami in faccia, fai i conti con me, confrontiamoci: sono qui apposta per aiutarti a capire di te”. Questo diventa più importante di tutti i premi, i castighi o gli interventi, tutte cose che magari ci vogliono ma che devono essere dentro questo filone. 

Qui in questa città, i vostri figli vedono degli adulti appassionati alla vita? Che guardano alla vita, alla cultura, alle cose da imparare col desiderio vivo di uno che vuole capire cos’è la vita? Anche la scuola entra in questo percorso educativo. 

(estratto da: “Il rischio di educare”- Pietra Ligure 2006)

 

Famiglie imperfette: “Chiudersi per difendersi. Così la famiglia implode”

di Vegetti Finzi Silvia, psicologa e docente di psicologia dinamica all’Università di Pavia.

La famiglia si evolve ed entra nella storia, è la storia. Come tutte le cose in cammino incontra degli ostacoli e delle difficoltà. La riflessione di Vegetti Finzi ci porta alla realtà della fatica ma ci incita a trovare nuove risposte e nuovi modelli.

Nella «società liquida» anche la famiglia, come altre istituzioni, si sta progressivamente sfaldando. Accanto al nucleo tradizionale emergono varie forme di convivenza: monoparentale, separata, ricostituita, multietnica, omosessuale. Il «nocciolo duro» rimane comunque e sempre il rapporto con il figlio. Mentre è possibile separarsi dal coniuge, si rimane genitori per sempre.

Ma, benché tenaci, anche i rapporti coi figli si rivelano turbati da paure, incomprensioni e conflitti. L’esito è un calo progressivo delle nascite, delle adozioni e degli affidamenti. Certo questo periodo storico non favorisce la donatività, l’apertura, l’accoglienza. Ma l’egoismo proprietario non è una soluzione: più la famiglia si chiude a riccio in difesa dei propri privilegi, più implodono le sue contraddizioni.

Per uscire dalla crisi occorre il coraggio di ammettere le difficoltà, riflettere sulle possibilità, confrontare le esperienze, elaborare nuovi modelli. Ma la sfida è troppo complessa per essere risolta nel privato. Tutti gli adulti dovrebbero assumere responsabilità genitoriali nei confronti delle generazioni successive. (…)

(fonte: corriere.it – 14/01/2012)