Sessualità/pubertà precoce. L’esperto: “Vivere il cambiamento fisico dei nostri figli adottivi con naturalezza”

 

Sintesi dell’articolo “Il problema della pubertà precoce nelle bambine adottate da paesi in via di sviluppo” di Raffaele Virdis.

 

Innanzitutto dobbiamo precisare che si definisce pubertà precoce lo sviluppo puberale a sette otto anni. La pubertà precoce preoccupa molti genitori adottivi che si ritrovano ad affrontare entro poco tempo dall’ingresso in famiglia la comparsa del primo menarca. Come effetto diretto ci potrebbe essere la riduzione della statura da adulto rispetto agli standard medi. Il fenomeno interessa molto di più le bambine, soprattutto se arrivate in famiglia grandicelle, ma anche i maschietti non sono completamente esenti da tale fenomeno.

Una delle cause è individuata nelle migliori condizioni di vita. Per un/a bambino/a che arriva in Italia con evidenti segni di denutrizione il benessere psicologico e affettivo unito ad una più corretta alimentazione può accelerare la crescita. La maturità fisica non si accompagna però alla maturità psicologica. Per questo alcuni pediatri preferiscono bloccare, tramite intervento terapeutico, il processo puberale anticipato. Si è osservato, però, che la terapia di blocco non garantisce una crescita sicura dell’altezza anche se l’osservazione su una quarantina di casi porta a concludere che sui soggetti trattati a volte è possibile raggiungere una crescita di 5-6 cm anzichè di 2,5 cm dei soggetti non trattati. Per questo si consiglia di lasciar perdere il trattamento terapeutico nei soggetti che, secondo le tabelle della crescita, riuscirebbero comunque a raggiungere i 157 cm di altezza.

Vorremmo porre maggiore attenzione sulle conseguenze psicologiche. Spesso le bambine già inserite in classi di compagni più giovani, si ritrovano a gestire il cambiamento del proprio corpo quando è in corso l’integrazione in famiglia, a scuola e nella nuova città. Il fatto di trasformarsi in donne è un ulteriore fattore di stress. Vi è poi il timore di venir abbandonate perché non più “bambine”. E’ importante, quindi, da parte dei genitori, non mostrare imbarazzo di fronte alla trasformazione veloce della figlia. L’accettazione del divenire dei nostri figli è la forma più grande di amore. Per questo i genitori devono essere preparati a questi avvenimenti prima dell’arrivo del bambino a casa per non trovarsi spiazzati davanti alla realtà.

Per leggere l’articolo completo vedi: http://www.8ealtro.it/files/9-Il-problema-della-puberta-precoce-….pdf

Sessualità/adulti deviati. L’esperto. “La mancanza di barriere generazionali è una trappola per gli adolescenti”

Tratto da “Adulti senza riserva” di Philippe Jeammet. Il noto psichiatra francese ci richiama al nostro ruolo di adulti e genitori. La nostra società è intrisa di messaggi e comportamenti ipersessualizzati che, invece di aiutare i nostri ragazzi a spiccare il volo, li schiacciano nell’angolo delle loro paure perché nessun adulto li prende per mano. Molto spesso sono i giovani a sanare le ferite degli adulti. Ciò non è giusto, non sta nell’ordine delle cose.

 

La volgarità non necessaria e manifesta non è tanto piacere quanto paura. Il compito di un adulto, per un adolescente, non è quello di essere un amico bensì di apportare la differenza. E’ l’aspettativa del più giovane nei confronti del più anziano – che si suppone possieda un sapere  e delle capacità che il ragazzo invidia – a fare di ogni adulto un potenziale educatore. Non voler tener conto di tali aspettative non significa farle scomparire, ma equivale ad abbandonare i più giovani alle loro risorse, rifiutando loro quel periodo di appoggio di cui hanno bisogno. (…) Che lo vogliamo o no, tutti i media sono portavoce dell’adulto e costituiscono un modello di ciò che gli adulti rappresentano per i più giovani. (…) C’è abuso sessuale in questa continua effrazione dell’intimità dello spazio psichico dei bambini e degli adolescenti (…) Oggi, tutto il nostro clima sociale è impregnato di una incestualità sempre più manifesta, come se gli adulti non avessero che un’ossessione, il sesso. Il sesso è l’argomento preferito dei pubblicitari (…)

Dietro ai ragazzi che vengono in terapia e si aprono all’intimità terapeutica stanno i  genitori. Dietro ad ogni adulto stanno i genitori. L’ossessione e l’iper rappresentazione dell’elemento sessuale costituiscono un’effrazione dell’intimità ormai già nell’infanzia, costringendo il bambino, ancor prima che ve lo induca la pubertà, a considerare  che ciò che gli adulti presentano continuamente riguarda anche i loro genitori. Non si lascia più ai giovani il tempo e lo spazio per immaginare, con il loro ritmo, secondo la loro convenienza, secondo la loro fantasia, tale relazione nell’ambito della coppia parentale, ma gliela si impone nella forma e nella frequenza che ha, senza che possano dire una parola, senza che possano scegliere. Ed è oggi una violenza quotidiana che viene loro fatta in tal modo. Ora come ho detto, la difficoltà non sta tanto nella sessualità in sé quanto nel suo eccesso. Con questa ipersessualizzazione i genitori perdono una parte della loro funzione tranquillizzante, rassicurante e di contenimento, e diventano a loro volta un fattore di eccitazione e di turbamento il che rende più conflittuale il rapporto con loro.

(…) La maggiore vicinanza tra genitori e figli e l’indebolimento delle barriere, e addirittura delle differenze generazionali, aumentano anche i rischi di una eccessiva deidealizzazione di un genitore o di entrambi, soprattutto se questi si ritengono obbligati, per amore di trasparenza, a dire tutto ai loro figli, a informarli di tutti gli incerti della loro vita di coppia, se non anche a farne gli spettatori e i giudici dei loro rispettivi comportamenti. (…) Non è più una cosa eccezionale che un genitore, per lo più il padre, presenti la sua nuova amica alla figlia adolescente di cui fa così la propria confidente, magari all’insaputa della madre, quando l’amica in questione ha solo qualche anno più della figlia. (…) Col suo esempio, il genitore non è più il vettore che li spinge a voler vivere una loro storia d’amore, bensì colui che li “ancora” maggiormente a sé avvicinandosi a loro e dando loro un posto privilegiato, suscitando eventualmente compassione, ma frenando la loro capacità di immaginare e desiderare una vita amorosa personale.

Sessualità/adulti deviati. L’esperto: “Cultura dell’infanzia significa trattare i bambini come bambini”

da “Seduttività infantile e sfruttamento degli adulti” – di Anna Oliverio Ferraris

Per oltre un secolo l’immagine dell’infanzia tracciata da studiosi ed educatori insigni come Rousseau, Piaget, Maria Montessori e molti altri fu quella di un’età da vivere all’insegna della spontaneità, secondo i tempi della maturazione psicofisica, al di fuori di preoccupazioni relative al proprio aspetto, al possesso di abiti alla moda o gadget che fanno tendenza. Ai bambini veniva riconosciuto il diritto al gioco libero e spontaneo e ad una crescita lenta.

Sesso, seduzione, competitività erano considerate tematiche al di fuori dei loro interessi, tipiche delle età successive. Oggi non è più così. Pubblicità e spettacoli televisivi di ogni genere e per ogni età, possono raggiungere bambini grandi e piccoli e modellare i loro comportamenti. I bambini infatti, molto più degli adulti, imparano per imitazione e “immersione”. Che cosa significa? Significa che negli anni infantili si tende a riprodurre ciò che si vede senza riflettere o porsi dei problemi. Questo tipo di apprendimento consente di assimilare rapidamente molte e diverse informazioni proprio perché colui che impara si appropria di “copioni” di comportamento senza esercitare il senso critico. Si può essere molto intelligenti, come lo sono appunto i bambini che assimilano rapidamente, e al tempo stesso essere del tutto privi di riflessione e senso critico. Il senso critico si sviluppa lentamente in rapporto all’esperienze che si fanno e alla maturazione del sistema nervoso. Confondere intelligenza con maturità può esser pericoloso.

Non dobbiamo perciò stupirci se un bambino che vede scene di seduzione sugli schermi tenderà a ripeterle. I bambini che nei secoli scorsi assistevano alle esecuzioni capitali in piazza, tendevano poi a riprodurle con il gatto o qualche altro animale alla loro portata. Naturalmente, sia in un caso che nell’altro, i bambini non ne comprendono tutti i risvolti (alcuni si e altri no) e non immaginano, per mancanza di esperienza, tutte le possibili conseguenze; soprattutto non immaginano gli effetti che le loro azioni e comportamenti possono avere sugli altri. Poiché i bambini, per questioni anagrafiche, non hanno senso critico sono ovviamente gli adulti che devono selezionare il tipo di informazioni che li raggiungono e creare una sorta di filtro. Realizzare questo filtro però è diventato difficile, oggi, a causa dell’aggressività del mercato e della pervasività degli spettacoli televisivi. Il mercato considera l’infanzia alla stregua di un target e non ha preoccupazioni educative. Gli spettacoli televisivi entrano nell’intimità della casa e proprio per questa ragione possono essere inconsciamente associati alla sicurezza e al calore del nido domestico: una condizione psicologica che facilita l’assimilazione acritica dei messaggi.

I bambini di questi anni che vedono il Grande Fratello, invece di giocare ai cow-boy come facevano i loro genitori giocheranno ad appartarsi in coppia sotto un tavolo mimando una scena di sesso. Le bambine che vedono ogni sera uno show con ballerine in costumi molto succinti, vorranno giocare allo spogliarello invece che alle bambole. E ancora, i bambini che – dalla pubblicità, dai coetanei o dai loro genitori – vengono continuamente sollecitati al possesso di abiti all’ultima moda, scarpe firmate, oggetti status simbols entrano in competizione tra loro per l’acquisizione di questi prodotti, senza i quali si sentono infelici. Giorno dopo giorno essi fanno propria una visione del mondo che non apparterrebbe all’infanzia, modi di pensare e di atteggiarsi che possono avere dei risvolti non soltanto sullo stile di vita presente ma anche futuro. Ciò non significa, tuttavia, che crescendo, riflettendo, acquisendo senso critico e ricevendo stimoli culturali differenti non possano poi rivedere e modificare gli apprendimenti e i condizionamenti dell’infanzia. (…)

La tentazione di accelerare lo sviluppo di un bambino, di trattarlo come se fosse un adulto in miniatura e di usarlo per il proprio piacere o vantaggio è molto forte in alcune persone, soprattutto quando sono prive di una cultura dell’infanzia o quando ci sono delle frustrazioni irrisolte. Costoro proiettano sui bambini i loro desideri, le loro aspirazioni, i loro obiettivi e trovandovi una materia plasmabile e recettiva vi si esercitano senza preoccuparsi del futuro dei loro figli, delle loro esigenze di crescita, della formazione della loro personalità. (…)

(fonte: annaoliverioferraris.it)

 

Della stessa autrice vedi il libro “La sindrome di Lolita. Perchè i nostri figli crescono troppo in fretta”.

Sessualità/abusi su minori: “Le conseguenze dell’abuso nei rapporti con l’altro sesso”

 

La costruzione di una propria identità delle ragazze adolescenti abusate passa attraverso la possibilità d’integrare le diverse immagine di sé: abusata, impotente, rabbiosa, piena di vergogna ancorandole a quelle più sane e mature. (…) Abbiamo notato che le inibizioni sessuali nelle ragazze sono tanto più forti quanto più forti sono i sentimenti di colpa e di vergogna per essersi sentite responsabili di quanto hanno subito. (…) Le ragazze possono così accettare e richiedere le coccole dei loro fidanzati, ma sono assolutamente chiuse ai rapporti intimi.

Ci sono ragazze che continuano ad essere attratte da persone seduttive che, similmente all’abusante, le ingannano e le fanno sentire importanti solo per soddisfare i propri bisogni narcisistici di conquista.

Numerose ragazze, fragili, accettano di accompagnarsi a qualsiasi ragazzo le corteggi, perché pensano di avere un valore solo se si sentono importanti per qualcuno.

Altre ragazze non riescono a dire di no di fronte alle proposte sessuali dei ragazzi se vengono a trovarsi nella condizione di gravissima solitudine perché la madre non crede alle loro rivelazioni.

Ci sono poi ragazze che cercano attraverso il piacere fisico di vendicarsi di quello che hanno subito e mettere a tacere sentimenti di colpa e di vergogna. Considerano il rapporto sessuale violento ma anche attraente per le sue caratteristiche di forza, confondendo proprio la forza con la violenza.

(tratto da “L’adolescenza ferita” – Franco Angeli 2009)

Storia familiare. L’esperto: ”La rielaborazione della propria storia in età adulta attraverso la scrittura autobiografica”

Secondo Duccio Demetrio – professore di filosofia dell’educazione e di teorie pratiche della narrazione presso l’università degli studi di Milano-Bicocca – la scrittura autobiografica è molto utile per l’adulto adottivo e non, perché aiuta a mettere ordine nella propria storia.Dopo i 40 anni si entra in una fase della propria vita in cui domane del tipo chi sono? a chi appartengo? la vita mi appartiene? è la mia vita? sono di ordinaria amministrazione.

“L’avvalersi della scrittura personale come occasione di condivisione non plateale, piuttosto riservata, oltre a rappresentare un veicolo di conoscenza reciproca è fonte di trasmissione di pensiero, di regole di sollecitazioni e richiami affettivi che seguono una strada diversa e parallela a quella usuale. (…) Scrivendo si espellono grida interne che non trovano altri canali espressivi; scrivendo si elaborano momenti dolorosi e di lutto e l’animo scopre la possibilità di placarsi rievocando, perdonando, mantenendo il proprio risentimento, scrivendo ci si ritrova protagonisti e attori di un oggetto materiale (il testo narrativo) che offre l’occasione di rileggersi e di auto stimarsi.”

L’autore prende per esempio il testo autobiografico scritto da un adulto adottato: “La via della conciliazione interiore è nella gratitudine: si trattava semplicemente di ringraziare i miei genitori naturali che non conoscevo, per il dono della vita, insieme ai miei genitori adottivi per la cura e la protezione ed il sostegno e di chiedere a tutti loro una sorta di benedizione. (…) non ci si può separare dalle proprie radici. Non ci si può separate dai propri genitori, qualsiasi cosa abbiano fatto. Tutti noi siamo i nostri genitori.”

La storia autobiografica è come un puzzle che si ricompone: “Tutti noi qualche volta abbiamo la tentazione, senza essere figli adottivi, di andare a rivedere i luoghi del nostro passato, a rivedere gli amici, a ritrovare le situazioni, spesso da questi luoghi torniamo con l’amaro in bocca e con una fortissima delusione. “

Ma dietro la ricomposizione autobiografica c’è anche il bisogno di lasciare una traccia: “Chi scrive la propria autobiografia ha sempre dentro di sé il desiderio di lascito agli altri. (…) I figli adottivi, adulti o meno, possono utilizzare l’autobiografia per ripercorrere e connettere le varie fasi della loro vita e farne, inconsapevolmente , strumento di riflessione e crescita per altri figli adottivi.”

(fonte: “Figli adottivi crescono” – Franco Angeli vedi “tag” sezione “libri” del blog)

Storia familiare. L’esperto: “Alcuni suggerimenti per comunicare con gli adolescenti”

di Gabriel Munoz – psicologo ed educatore di minori in situazione di disagio

“Eccomi, sono qui.”

Per gli adolescenti è molto importante avere la possibilità di fare riferimento ai loro genitori quando hanno un problema. Anche quando sono ribelli, spavaldi o autonomi nelle loro scelte, nei momenti più difficili hanno bisogno di aver la sicurezza che i loro genitori ci sono. Soprattutto in questi momenti è quando dobbiamo essere attenti e non dare nulla per scontato. Se loro non stanno vivendo un bel momento e noi facciamo finta di niente o semplicemente non siamo attenti, diamo a loro una buona ragione per arrangiarsi e cercare aiuto e consigli altrove.

“Puoi venire da me ogni volta che ne hai bisogno, io sarò sempre qui per ascoltarti”

Bisogna ascoltarli, l’atteggiamento di silenzio e allo stesso tempo di attenzione verso di loro è molto importante a volte di più rispetto a tante parole o a discorsi moralisti che loro spesso non vogliono per niente sentire. L’ascolto attento stimola i giovani a parlare e li aiuta a capire quanto importanti sono per noi.

In sintesi, l’ascolto aiuta a costruire un clima di reciproco rispetto e di affetto.

L’ascolto attivo è un ATTEGGIAMENTO, il cui scopo è quello di entrare in relazione profonda con l’altro permettendogli di esprimere se stesso completamente, di esplorare anche le parti di sé non consapevoli e di ampliare la propria mappa, trovare nuove risorse per cambiare.

Come essere un buon ascoltatore? Alcune idee:

• Orientarsi col corpo all’altro che sta parlando;

• Guardare negli occhi, è una fonte di conoscenza importante;

• Chiarire le cose ponendo domande;

• Impegnarsi a non distrarsi;

• Impegnarsi a capire ciò che viene detto, nonostante emozioni e pensieri interni e rumori ambientali che possono produrre interferenze;

• Dedicare del tempo esclusivo, non si può ascoltare bene mentre si fanno altre cose.

Infine alcune domande utili alla riflessione:

I vostri figli sanno che possono contare su di voi? Ricordatevi che non basta dirlo, bisogna attuarlo: riuscite a dedicare del tempo ai vostri figli? Li ascoltate cercando di evitare il giudizio o avete già pronto il vostro discorso prima che lui/lei finiscano di parlare? Nella coppia, vi ascoltate? Dedicate del tempo esclusivo al dialogo o avete sempre qualcosa che vi distrae?

 Per altri suggerimenti con gli adolescenti vedi http://gabrielmunozpsicologia.blogspot.it/

Storia familiare. Laboratorio di narrazione: “L’importanza di raccontarsi come coppia per poi raccontarci al bambino”

Sintesi dell’intervento del Prof.Giuseppe Maiolo,  psicologo e psicoanalista -Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

Le parti in corsivo sono riflessioni di chi scrive.

 

“Essere al mondo ci fa narratori ed individui che sono narrati”  – Duccio Demetrio

Una storia esiste anche se non è raccontata. Meglio se c’è qualcuno che la racconta. Per questo l’uomo ha l’uso della parola.

A cosa serve narrare?

 

Trasmissione delle esperienze.

Le fiabe, nella loro trasmissione orale, sono sempre servite a questo, anche perché noi uomini apprendiamo per storie.

Il bambino ha bisogno di uno schema fisso, solo dopo potrà fare le variazioni sul tema (Penso alla continua richiesta del bambino di raccontare una storia, sempre quella. Anche la storia dell’adozione deve avere dei cardini ripetitivi). Il bambino ha bisogno di interagire con noi in un rapporto reciproco in cui noi educhiamo i figli ma anche loro educano i genitori. Educare, infatti, significa “tirare fuori” ed è un’attività reciproca.

 

Narrare ed essere narrati

Se non si narra significa che siamo soli.

Se non si viene narrati vuol dire che perdiamo di consistenza.

In entrambi i casi è il fattore “tempo” che approfondisce la relazione. Narrare significa allora prendersi cura dell’altro, prendersi tempo per l’altro.

 

Chi si accorge di noi, ci narra. Noi narriamo tutto ciò che amiamo.

L’adolescente lo sa bene. Per questo l’adolescente ha bisogno di essere nei pensieri dei genitori, perché alla fine, non essere narrati vuol dire essere dimenticati. (Il comportamento menefreghista dei figli adolescenti lascia il tempo che trova).

Dai tre anni in poi la memoria comincia a costruirsi. Se da tre a sette anni la memoria non c’è, qualcosa non va. Significa che non l’ho esercitata abbastanza. (Potrebbe essere il caso dei ns figli che dimenticano cose e avvenimenti importanti).

Ricordare dà emozioni

Tra queste emozioni c’è la “compassione” con il significato di condividere, sentire l’amore per quello che è accaduto

 

Chi racconta offre il “chi sono” non il “che cosa faccio”.

La conclusione è che i genitori si raccontano troppo poco ai figli. Siamo presi da mille cose, disturbati da Tv, messaggi veloci, da attività frettolose e povertà relazionale.

Da dove dobbiamo cominciare?

– rievochiamo la nostra storia

– narriamo le sensazioni della vita

– scriviamo di noi stessi su un diario

– inventiamo fiabe

– raccontiamo di noi ai nostri figli, raccontiamo della storia della nostra famiglia

 

Nel tempo dell’attesa è importante che la coppia si racconti, che entri in intimità. All’arrivo del bambino non ci sarà più tempo. Allora si entrerà nella seconda fase, quella della narrazione al bambino. E’ solo raccontandoci che insegneremo al bambino a raccontarsi.

 

Nell’adolescenza è importante narrare le vicende familiari dai nonni e trisavoli, per far capire come si sono evoluti i rapporti ed evidenziare le peculiarità dei personaggi. Solo così il figlio potrà capire che ci sono varie strade per raggiungere la meta e che anche il suo sentiero non è già stato tracciato, sarà lui a dargli una sua originalità.

 

Storia familiare. L’esperto: “L’approccio autobiografico: una metodologia per favorire la riflessività e la relazione.”

di Anna Maria Pedretti – Gruppo di coordinamento dei collaboratori scientifici della Libera università dell’autobiografia di Anghiari

L’approccio autobiografico si fonda sul concetto che ogni esperienza può diventare una narrazione, una storia raccontabile in prima persona e questo risponde al bisogno di trovare i modi più appropriati per documentare a se stessi e agli altri non solo i fatti e gli accadimenti del proprio percorso di vita, ma, soprattutto, il senso e i significati che a essi si possono attribuire da parte dello stesso narratore. L’atto del narrarsi diviene occasione di autoriconoscimento, in quanto attraverso di essa, viene aumentata la competenza di un «sapere narrativo di carattere autoriflessivo».

 La scrittura di sé è lavoro mentale che aiuta l’individuazione dei momenti di passaggio, gli accadimenti e i cambiamenti della propria storia. (…) nella ricostruzione della propria vita, chi scrive ha bisogno di capire il senso di ciò che ha vissuto, di inquadrare i singoli episodi, le emozioni, le rappresentazioni del mondo secondo un significato più generale che risponde alla necessità di mettere ordine, di spiegarsi i perché. Inoltre, scrivendo, e scrivendo tutta la nostra storia, rispondiamo alla necessità di trovare una struttura che raccolga i singoli episodi in un tutto unico e che può essere diversa a seconda del bisogno che avvertiamo nel momento della scrittura stessa.

Operiamo anche la ricostruzione di una rete di relazioni intersoggettive, familiari, sociali che sono quelle che ci permettono di riconoscerci come esseri unici e irripetibili, ma anche come appartenenti a una comunità di persone che interagiscono con noi e fanno parte integrante del nostro vissuto. Infine si verifica un altro processo mentale, denominato bi-locazione: in base a esso il racconto autobiografico diventa un testo dal quale l’autore può distanziarsi esercitando su di esso le capacità di analisi e di riflessione, in modo che la stessa esperienza diventi significativa e da essa il soggetto narrante possa imparare.

In altre parole, il lavoro evocativo, che innanzitutto stimola la memoria (…) La mente, cioè, non si limita a rievocare i ricordi, ma l’intelligenza retrospettiva costruisce, collega, colloca nello spazio e nel tempo, riesce a dar senso a quel particolare evento che ha evocato solamente se lo inserisce in un contesto passando dal momento evocativo e retrospettivo a quello interpretativo.

 (…) Si parla di sé per pentirsi, per giustificarsi, per scusarsi oppure per il puro piacere di raccontarsi. Man mano che si procede in questo lavoro si costruisce una nuova amicizia con se stessi, come davanti a uno sconosciuto, che gradualmente si impara a conoscere. (…) Mentre ci rappresentiamo e ricostruiamo la nostra storia, ci prendiamo in carico, ci assumiamo la responsabilità di ciò che siamo stati e che abbiamo fatto, ci curiamo, ci riappacifichiamo. La narrazione può aiutare a stare dentro nella sofferenza prendendone le distanze e ri-raccontandola, anche se dobbiamo essere ben consapevoli che non la elimina, rendendola però accettabile in quanto parte inevitabile dell’esperienza umana. Ecco perché il lavoro autobiografico è anche cura di sé.

(…) Riflettere sulla nostra storia di vita ci mette in relazione in modo naturale con la storia di vita degli altri, ci conduce alla ricerca delle analogie e delle differenze; il che ci permette di cogliere nelle diversità delle esperienze l’importanza e la ricchezza delle singolarità (…) la narrazione avvicina le persone, crea legami emotivi, permette quindi un migliore apprendimento, rendendo il sapere formativo. Certo la questione della valutazione è questione delicata in campo autobiografico, perché raccontare significa mettersi in gioco, esporsi al giudizio degli altri. (…) Sono ormai numerosissime le esperienze formative in vari ambiti – con gli operatori che lavorano nelle carceri, nelle case protette per anziani, nelle strutture sanitarie – dove la formazione autobiografica produce occasioni nuove e originali di intervento con le persone di cui ci si occupa.

Per quanto riguarda il percorso adottivo

(…) Raccontarsi come persone per presentarsi al nuovo venuto, in modo che possa condividere da subito almeno le parti più importanti e significative delle storie di vita dei suoi nuovi genitori, preparare per lui un ambiente in cui si sollecita (senza alcuna forzatura) la narrazione di sé perché possa superare i sentimenti di vergogna, di insicurezza, di solitudine. La condivisione dei ricordi rafforza la conoscenza e il legame d’amore tra i coniugi, li conferma nelle scelte fatte e li motiva nella immaginazione della costruzione di un futuro diverso rispetto a un passato fatto spesso di desideri frustrati. In questo modo si possono aiutare i genitori a preparare un tessuto narrativo familiare, una narrativa familiare, in cui si inizia a collocare il bambino; ossia, nell’attesa che si possano intessere narrative familiari che ospitano il bambino, ci si presenta, ci si fa accogliere oltre che prepararsi ad accogliere.

Possiamo perciò pensare ad alcune ipotesi di percorso, in cui invitare i genitori (accompagnandoli) a costruire qualcosa di concreto secondo un progetto che serva da una parte a loro stessi per riempire il vuoto e l’ansia del tempo dell’attesa e sia tale da poter costituire un patrimonio reale e concreto al quale la bambina (o il bambino) che verrà possa far riferimento per comprendere che è stata desiderata/o. 

a) Costruire un album di presentazione che, con l’aiuto di immagini di persone e luoghi, contenga soprattutto narrazioni (a se stessi innanzitutto, all’operatore e, in un secondo tempo, al bambino, in riferimento a ciascun genitore e a ciascun membro della famiglia allargata – nonni, zie, cugini) aventi per oggetto: chi sono io. L’album avrà naturalmente una parte finale vuota nella quale possa trovare posto – senza alcuna forzatura né costrizione, né eccesso di aspettative – la narrazione di sé (scritta o disegnata o riscritta dagli adulti attraverso il racconto orale) da parte della bambina o del bambino («Mi racconti chi sei? Mi descrivi il luogo in cui stavi prima di venire qui? Mi parli delle persone che erano con te? Mi racconti cosa facevi? Cosa pensavi? Cosa ti immaginavi?»).

 b) Costruire un diario dell’attesa con immagini, foto, disegni, poesie, scritture che racconti al bambino tutto l’iter percorso dai genitori (e da tutta la famiglia) dal momento in cui hanno preso la decisione di adottare. Il diario può contenere una parte finale aperta, in attesa dei racconti che genitori e figli scriveranno insieme.

c) Costruire una scatola dell’attesa dei genitori e, possibilmente di tutta la famiglia, in cui inserire piccoli oggetti, foto, pagine di diario, poesie, scritture legate alle esperienze più significative che i genitori fanno in uno strumento molto utile per favorire l’evocazione e la narrazione dei ricordi e per educare all’ascolto empatico e non giudicante è costituito dal «gioco della vita» (cfr. Demetrio, 1997). questo periodo (viaggi, partecipazione a spettacoli, mostre, incontri, esperienze professionali o sociali, ecc.). Stimolare l’immaginazione creativa dei genitori nella costruzione di una relazione significativa e affettuosa con il figlio può concretizzarsi nell’individuare i “doni dell’attesa” da mettere nella scatola: «Ti voglio donare… questa favola, questo racconto, questa poesia, questa musica, questa immagine, questo mio sogno, quest’idea, questo progetto, ecc.».

Tutti questi oggetti possono anche non servire nell’immediato al momento dell’incontro col figlio; possono anche non essere mostrati subito alla persona che entra nella nuova famiglia, ma costituiscono comunque un patrimonio che può essere condiviso in futuro e che può aiutare i genitori a coltivare sentimenti e atteggiamenti per una migliore accoglienza, a immaginare fin da subito una vita a tre.

La nostra identità si costruisce attraverso l’assorbimento delle storie che gli altri ci comunicano, attraverso l’assorbimento delle memorie altrui. Bambini in situazione di disagio, di sofferenza psichica sono quelli che non possono raccontare perché nella solitudine, nell’isolamento nessuno li ha accolti nelle loro memorie. (…)

 (fonte: Istituto degli Innocenti, “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010)

Storia familiare. L’esperto: “Se il figlio adottivo è in crisi”

di Marco Schiavi – psichiatra e psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza  – Membro di comitato della Società Ticinese di Psichiatria e Psicoterapia

Alcune riflessioni sul difficile compito dei genitori di fronte al problema dell’adozione in età adolescenziale.

C’è chi dice che i bambini sono tutti uguali ma ai genitori che vedo per la valutazione dell’idoneità psichica all’adozione spesso racconto che ce ne sono tanti diversi perchè, anche se ancora piccoli, hanno già una ferita psichica enorme, determinata dall’abbandono.

L’intento è di suscitare nei futuri genitori adottivi degli strumenti di comprensione di qualcosa che sarebbe altrimenti inspiegabile: le difficoltà di attaccamento di alcuni dei loro figli, che sembrano non accettare le cure e l’affetto dei nuovi genitori, nonostante sia opinione comune e condivisibile, che l’amore che si dona al figlio adottivo (e non) abbia anche una dimensione riparatrice di questa ferita e sia di grande importanza per il migliore sviluppo del bambino. Potremmo in altri termini dire che viene rifiutato ciò di cui si ha più bisogno e che è venuto meno al momento dell’abbandono: l’amore della mamma.

I futuri genitori solitamente non aspettano altro che un piccolino da amare e crescere, desiderio che origina spesso diversi anni prima, e la sua mancata realizzazione lo rende una vera fatica. Infatti alcune coppie hanno già figli biologici, più raramente è una futura madre “single” a formulare la richiesta di adozione, ma la maggior parte della coppie vi giunge perchè i figli tanto desiderati non arrivano. A questi ultimi ricordo, valorizzandola, che hanno una sofferenza in comune col figlio adottivo: un’altra ferita psichica, per loro legata alla sterilità (assoluta o relativa); sicuramente più gestibile di quella del bambino perchè verificatasi in età adulta, in un periodo di minore vulnerabilità, tuttavia facilmente sottovalutata perchè sopraffatta dalla gioia di diventare ugualmente genitori. Tanti tra loro si sono sottoposti ad esami medici, a trattamenti farmacologici, a fecondazioni assistite ed in vitro, e i colleghi che lavorano nei centri per la fertilità sanno che pesanti vissuti emotivi muove questo percorso, ma torniamo alle difficoltà cui accennavo prima.

Non è una regola e non vi è neppure un’età o un tempo specifico per questa “crisi” del figlio adottivo, che a un certo punto rifiuta apertamente l’affetto dei genitori. La maggior parte delle famiglie si rivolge allo psichiatra quando un minore è preadolescente o adolescente, spesso dopo un periodo in cui “le hanno provate tutte”. Le manifestazioni sono le più varie, ma di fondo il tema è sempre lo stesso: tu non sei mia madre (o mio padre) e non puoi dirmi cosa fare, oppure quando il bambino è più piccolo, si oppone “semplicemente” a quanto richiesto dal genitore, “screditandolo” indirettamente. In verità questi comportamenti non sono specifici dei figli adottivi, sono frequenti in tutti i ragazzi, è però anche vero che l’intensità dell’emozione soggiacente ed il tempo piuttosto lungo del periodo che precede la crisi (durante il quale già si manifestano delle complicazioni) gli conferiscono un peso tale da poterlo collocare tra le difficoltà sulle quali riflettere prima di adottare un bambino.

Sottolineerei che anche il valore simbolico dell’atteggiamento di rifiuto del genitore, nella situazione d’adozione, ha un impatto importante sull’adulto che è consapevole di non avere la maternità o la paternità biologica del figlio. Se aggiungiamo a questo aspetto anche la dimensione della sofferenza che spesso i genitori adottivi hanno vissuto per non aver potuto avere figli biologici (particolarmente dolorosa per la donna), troviamo la classica piaga nella quale il figlio adottivo mette il dito, perchè quando provocatoriamente accusa il genitore di non essergli padre o madre, non solo gli rinfaccia una verità (parziale) ma cerca “uno spettro” ben celato nell’armadio.

Tante volte il compito educativo dei genitori richiede quella fermezza che origina dalla ragionevole consapevolezza di essere nel giusto; il genitore adottivo deve essere consapevole che il valore maggiore della genitorialità si trova nella continuità della relazione di tutti i giorni, ed è pertanto più padre e più madre dei genitori biologici del bambino adottivo, senza però negare che senza il loro contributo (generante) il minore stesso non ci sarebbe. L’impegno e la presenza quotidiana del genitore sono la via per aiutare il figlio a superare la crisi, non solo nella loro applicazione concreta (perchè solitamente i genitori già lo sanno), ma anche nella loro esplicitazione in termini di valore e di affetto. Quando una coppia mi racconta: “non ci dà retta, ci rifiuta nonostante tutto quello che abbiamo fatto per lui” li invito a condividere questo valore: “avete un storia in comune di gioie e di fatiche che avete scelto di vivere per lui e per voi” ricordando che la prima gratificazione della genitorialità è nella genitorialità stessa. Si può dunque riprendere il tema col figlio in questi termini: noi abbiamo scelto di essere la tua mamma e il tuo papà perché volerti bene ci dà una grande gioia, speriamo quindi che tu possa presto condividerla con noi anche se ora sei molto arrabbiato.

Non è tanto utile, a mio avviso, dare dei consigli generici in uno spazio stretto come questo articolo, tuttavia ci tengo a sottolineare questo aspetto importante: generalmente il bambino piccolo occupa la posizione centrale nel suo mondo. Quando viene abbandonato se ne attribuisce più o meno consapevolmente la responsabilità, come se dicesse: “se mi hanno abbandonato è perché io sono troppo cattivo (oppure non valgo niente)”, e non rinuncia facilmente a questa sua spiegazione perché ne trae un vantaggio importante: conferisce un senso ad un avvenimento altrimenti inspiegabile, e permette di “salvare” l’immagine positiva dei genitori biologici e quindi delle sue origini. Il figlio adottivo ha dunque bisogno di tanto tempo prima di cambiare la considerazione che ha di sè (esito del trauma dell’abbandono) ed agirà la sua supposta “cattiveria” per darsene costantemente conferma.

Un secondo aspetto importante è costituito dalla necessità di controllare gli avvenimenti quando hanno avuto una valenza traumatica; il minore preferisce dunque gestire il prossimo abbandono, accentuando al sua negatività, prima di subirlo passivamente e traumaticamente come è già stato il caso nella sua esperienza. Tanti genitori raccontano infatti: “…sembra che faccia di tutto per metterci alla prova, per vedere se anche noi lo abbandoniamo…”.

Ė però importante sottolineare come l’esperienza dell’adozione sia nella maggior parte delle situazioni molto gratificante. Diventare genitori è un’esperienza di crescita personale, anche per la fatica che comporta. Prendersi cura di una persona che sta diventando grande è impegnativo perché richiede attenzione e dedizione, ma è anche nella natura dell’essere umano. Se i nostri genitori non avessero avuto il desiderio di metterci al mondo e la pazienza di crescerci, l’umanità sarebbe probabilmente già estinta.

(fonte: spazioadozioneticino.blogspot.com)