Povertà, calo demografico e adozioni internazionali

Da una parte ci stanno le famiglie che attendono di nascere, dall’altra i complicati rapporti internazionali. Questa riflessione vorrebbe focalizzarsi sul secondo aspetto.

Solidarietà alle famiglie e ai bambini che aspettano a causa del Covid.

Da marzo si susseguono comunicati, articoli, notizie di agenzia sulle coppie bloccate all’estero all’inizio della pandemia (erano 46, pian piano rientrate in Italia). Adesso ci si concentra sulle coppie in attesa con i documenti regolari ma che non possono partire a causa della pandemia che non accenna ad allentare la sua morsa.  La preoccupazione va in primis ai bambini che dopo aver assaporato la bella notizia dell’arrivo di una mamma ed un papà, hanno visto il loro sogno svanire. Per quanto tempo ancora? L’incognita tempo pesa come un macigno.

Ci sono oltre 400 coppie di genitori adottivi con figli già abbinati in altri Paesi che chiedono a gran voce un maggiore impegno da parte del Governo italiano. Cina, India, Russia, Colombia e altri Paesi del mondo sono accomunati dallo stesso problema: per sbloccare la situazione occorrerebbe prevedere deroghe e visti speciali per i genitori adottivi. Allo stato attuale i visti per i genitori adottivi sono turistici e non rientrano in alcun modo nella situazione di emergenza per il Covid–19.

Aumento della povertà a livello mondiale

La pandemia da coronavirus, però, ha anche portato in evidenza alcune contraddizioni, sotto il profilo sanitario ed economico, a livello mondiale. Non possiamo più far finta di niente di fronte al comportamento di alcuni capi di stato che non si sono fatti carico di tutelare i più fragili. Ne sono un esempio le proteste in Bielorussia dove la goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state i brogli alle elezioni Presidenziali. La miccia, però, è stata accesa dal comportamento indifferente di Lukashenko nei riguardi della popolazione, invitandola a far fronte al virus, anziché con le ordinarie disposizioni OMS, con un bel bicchierino di vodka. In tutto il mondo sono diventate palesi la povertà e le diseguaglianze. Sto parlando di paesi. Sto parlando di famiglie. Sto parlando di esseri umani.

Adozioni e calo demografico in paesi in difficoltà

Per lavoro stavo analizzando la Moldavia, il paese europeo più povero ($1.850 il reddito pro capite). Quello che mi ha colpito, forse perché è un problema che riguarda anche l’Italia, era la preoccupazione degli analisti nel sottolineare l’elevata emigrazione e l’invecchiamento della popolazione. Manca di fatto il cambio generazionale.

Sul territorio moldavo sono autorizzati a svolgere attività di adozione internazionale otto enti, tra cui ben cinque italiani. Mi sono chiesta: come si possono portare via i bambini da un paese che già ne ha pochi? Che politiche sono? Allora mi sono letta la normativa moldava dove viene esplicitato che viene privilegiata in primis l’adozione nazionale e che i ragazzini dati in adozione nazionale rientrano nella categoria dei special needs (superiori ai 7 anni di età, famiglie di bambini, bimbi con problemi di salute…). E’ già qualcosa, mi sono detta, ma il velo di tristezza è rimasto. Dalla Moldavia a giugno 2020 sono entrati due bambini, nel 2019 erano 3. Ci sono 21 pratiche in attesa, si apprende dalla CAI.

L’Ucraina non è messa meglio. Anche qui si assiste ad uno spopolamento organico e indotto. Anche qui siamo in presenza di una popolazione anziana e perdita di vigore dell’economia per la forte emorragia della forza lavoro più giovane. Secondo la scheda paese CAI in Ucraina possono essere adottati i bambini superiori di 5 anni, salvo alcune eccezioni tra cui problemi di salute, ricongiungimenti e fratrie. In Ucraina ci lavorano 14 enti italiani; a giugno 2020 ci sono stati 14 ingressi di bambini contro i 30 dell’anno prima. 96 le pratiche in sospeso.

Un altro paese che mi sta a cuore è Haiti. Una nazione segnata da una dittatura, colpi di stato, elezioni sospette e malgoverno. La presenza di una ventina di partiti non assicura buone politiche ma affari con i potenti del paese. Secondo le previsioni, nel 2020 gli haitiani in situazione di insicurezza alimentare saranno 4,1 milioni. Più di metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà di 2,41 dollari al giorno. Tanto per dare un’idea delle condizioni, le macerie del terremoto sono ancora visibili in tutta Haiti. Qui la CAI precisa che sono adottabili tutti i bambini, indipendentemente dall’età, che siano orfani di padre e madre o che siano abbandonati e dei quali non sia possibile stabilire chi siano i genitori. Ad Haiti vi lavorano 8 enti italiani. 9 le adozioni concluse nel 2020 contro le 15 del 2019. 55 pratiche pendenti.

Moldavia, Ucraina e Haiti sono solo alcuni esempi. Una domanda sorge spontanea: non si potrebbero aiutare in un altro modo quei bambini? E’ giusto portare via la ricchezza di un paese? Secondo l’agenzia di rating Moody’s, Bielorussia, Moldavia, Ucraina e Armenia sono i paesi più suscettibili all’andamento demografico negativo. E’ molto probabile che nei prossimi 10 anni tali paesi vedano un calo della popolazione in età lavorativa, accentuato dalla fuga all’estero per trovare lavoro, oltre all’organico spopolamento.

Diverse sono le mie considerazioni su paesi giovani come Africa, America Latina ed India. Già in Cina si assiste ad un calo demografico, ma in Cina parliamo di una popolazione assai numerosa.

Una cooperazione internazionale seria

I presupposti ci sono. La CAI ha stanziato un importo di 4 milioni e 500mila euro per “la prevenzione e il contrasto all’abbandono dei minori nei Paesi di origine”. Gli interventi proposti dagli enti autorizzati “dovranno essere finalizzati a facilitare il permanere dei minori nella famiglia naturale e più in generale nel contesto socioculturale di appartenenza: in famiglie affidatarie o adottive.”

Di sicuro il tema delle adozioni esige un’attenzione particolare in questo momento storico con il numero delle adozioni internazionali in calo. Nel 2019 sono arrivati circa 1.200 bambini e le previsioni per il 2020 sono sui 400-500 ingressi.

Sembra che si progetti in una logica di solidarietà internazionale con azioni mirate ai Paesi in Africa, America latina e Asia, da dove provengono i bambini, su tre aree tematiche principali: salute, accoglienza ed educazione.

Ma chi ha una struttura per presentare i progetti? Non certo le piccole organizzazioni. E cosa si ottiene in cambio dei progetti? Altrimenti perché tanta solerzia in periodo di calo degli ingressi? Anche questi sono elementi su cui riflettere.

Conclusioni

Leggo spesso di coppie che chiedono consiglio a quale ente rivolgersi. Io direi che per prima cosa la coppia dovrebbe chiedersi che cosa è ETICO per lei. E’ giusto spopolare paesi già spopolati? Non è meglio rivolgersi a paesi più giovani demograficamente? Gli enti dove operano? Anche quello ci dà l’idea della loro serietà. E forse sarebbe anche interessante seguire dove andranno a finire i soldi stanziati dalla CAI. Sarà indice se esiste un’equa distribuzione delle risorse tra enti, grandi o piccoli che siano. Perché, ricordiamoci, che grande non è sempre certezza di vicinanza alle famiglie e di etica; piccolo non è certezza di efficienza e supporto. Ognuno faccia le sue considerazioni finali.