Storia familiare. Mamma Ceci: “El libro de Vida”

“Che cosa ricordo dell’attesa? Sogni, paure, curiosità. Ho letto tanti libri, ho seguito i forum su internet e con mio marito ho incontrato tante persone. Direi che sentire l’esperienza di altre famiglie già collaudate dava maggiore concretezza al nostro sogno. Poi è arrivato l’abbinamento e abbiamo potuto sentire, via telefono, la vocina di nostra figlia dall’altra parte del mondo. Solo allora, quando abbiamo ricevuto le sue foto e noi abbiamo mandato le nostre, ho cominciato a costruire un album dove raccontavo a mia figlia come siamo arrivati ad incontrarla. Anche lei, seguita da una psicologa, stava costruendo il suo diario-album, “El diario de vida”. I due album sono andati avanti in parallelo ed è un dono reciproco che ci siamo fatti all’inizio per far incrociare le nostre vite. Sono stati completati in Italia con l’incontro della famiglia allargata. Il suo copre le tappe dei suoi trasferimenti nei vari istituti e ricorda le figure di riferimento importanti della sua vita. Il nostro è un affettuoso benvenuto ad una piccolina spaurita e sola. Mia figlia non è tipo da smancerie. Quell’album, però, a distanza di tempo, lo trovo spesso sul suo letto e la sicurezza che l’ha apprezzato ce l’ho quando lo mostra alle sue amiche più care.”

 Curiosità.  Dalle nostre conoscenze “El libro de vida” si prepara in Cile e Messico

Storia familiare. L’esperto: “L’integrazione della storia nella storia familiare dell’adozione”

di Ester di Rienzo – psicologa psicoterapeuta

Vedi articolo completo 

http://www.sviluppointelligenzaemotiva.it/Editore/Collane/Dispense/DownloadDispense/Adozione.pdf

 1. La doppia nascita

Figlio biologico e figlio adottivo ‘nascono’ da porte diverse: il parto e l’adozione. Tutti i figli hanno bisogno di essere ‘adottati’ nel senso di essere scelti e di partecipare ad un processo di affiliazione, di avere cioè uno spazio interno nella mente e nel cuore dei genitori. Possiamo dire che alcuni bambini nascono prima del concepimento nel pensiero, nel desiderio, altri durante la gravidanza, altri alla nascita, altri dopo molto tempo….La differenza tra filiazione e affiliazione consiste proprio in questo processo di maturazione del sentimento di genitorialità da parte dei genitori adottivi e di affiliazione da parte dei figli. Un processo di reciprocità ‘circolare ‘che attraversa diverse fasi. (…) Il bambino però, anche se piccolo, può avere una sua storia in cui ha vissuto stili di attaccamento disfunzionali, poco rassicuranti, che avendolo reso diffidente ed evitante, non gli permettono di corrispondere in modo immediato alle manifestazioni di affetto e cura. (…)

 

2. Aspettative e figlio “ideale”

Quali aspetti meritano più attenzione e tempi di ‘riorganizzazione’ in questa doppia attesa, dei genitori e del bambino?

(…) Il genitore deve essersi legittimato come ‘vero genitore’, ossia aver superato le paure di essersi appropriato di un bambino di altri, aver elaborato il sentimento di invidia verso i genitori in grado di generare figlio, aver bonificato il fantasma persecutorio del genitore biologico, aver superato il lutto per la sterilità e la naturale depressione. Aver dedicato un tempo ed uno spazio a sé ed alla coppia per consolarsi e coccolarsi. E il bambino? Nel caso di bambini molto piccoli, entro il primo anno di vita, il presupposto è che il bambino mantiene una memoria emozionale degli eventi precedenti la sua adozione. (…) Il bisogno di entrambi è quello di riconoscersi in un ruolo, il ruolo di genitore e il ruolo di figlio. L’affiliazione si costruisce attraverso la costruzione di una storia comune. (…) Il bambino ha mantenuto una memoria emozionale e gli va narrata una verità narrabile, che non produca fantasmi persecutori inutili, con parole che parlino al mondo emotivo e in cui possano ritrovarsi genitori e figlio.

 

3. Come parlare

Prima che col bambino il dialogo è con sé stessi ed all’interno della propria coppia. Permettersi di ascoltarsi e ascoltare il compagno, di darsi una vicinanza, di esprimere la propria ansia… Se ci si accoglie, si condivide, nella coppia nasce una ‘forza’ ed è più facile affrontare le difficoltà e accogliere il bambino. Le parole per narrare a sé stessi e al figlio sono quelle che parlano al mondo emozionale proprio e del bambino. (…)

Il bambino piccolo, di 2-3 anni, ha bisogno di considerare ‘vera’ la madre, vuol essere rassicurato che non è magico, ma nato in una pancia, sentita come una custodia che lo ha portato al mondo. (…) Il bisogno primario di genitori e figli è assegnare il ruolo ai personaggi della loro storia: il bambino ha bisogno sapere quale ruolo ha la persona che lo ha portato nella pancia, il genitore d’altra parte può provare rabbia, dolore, dispiacere di non aver avuto sempre vicino il figlio, di non averlo partorito. Dal racconto delle storie può nascere una vicinanza, possono essere raccontate come simili per la ricerca e l’ attesa reciproca, trovando così una possibilità di espressione per i sentimenti provati.

Col bambino non va usata la parola “abbandonato”, che connota negativamente il bambino come un oggetto rifiutato, proveniente da un contesto deprivato. Va evitata la svalorizzazione dei genitori biologici che farebbe sembrare i genitori adottivi pietosi più che desiderosi. (…) Un delicato spazio di cura emotiva va dedicato verso sé e verso il figlio nel periodo dell’adolescenza. Le domande del figlio adolescente rappresentano un’invasione emozionale importante per il genitore. Di seguito si evidenziano i passaggi più significativi del processo di affiliazione..

 

4. L’integrazione delle storie

Con il figlio adottivo si accoglie anche il suo passato, il suo specifico livello di sviluppo, frutto delle esperienze vissute negli ambienti precedenti all’adozione, la sua storia. Allo stesso modo il sistema familiare adottivo ha bisogno di integrare la sua storia con quella del bambino. Come affrontano i genitori adottivi la gestione della storia precedente del bambino, legata alla sua famiglia biologica, alle sue esperienze passate, alla sua condizione di adottato?  

Il genitore può avere difficoltà ad accostarsi al suo passato se sente che ciò fa riemergere nel bambino vissuti difficili. Gli adulti possono faticare a parlare del dolore coi bambini e di loro deprivazioni affettive e tendere ad evitare l’argomento o attribuire la ‘colpa’ del dolore ad un soggetto specifico che appartiene alla vicenda storica del bambino, manifestando ostilità e aggressività verso questa figura. Quali gli scenari prevedibili? C’è reciprocità nelle due attese…La ricerca delle appartenenze passa anche dal riconoscimento delle conflittualità, delle differenze.  

Accogliere la propria storia, essersi pacificato con le parti dolorose, raccontarsi e raccontare di sé al figlio. Nell’interezza della propria esperienza, nel riconoscimento di sbagli… Se un genitore ha sperimentato il conflitto con i propri genitori, se a volte si è sentito incompreso, rifiutato, se ha fatto esperienza di differenze tra le aspirazioni dei suoi genitori su di sé, rispetto alla scelta degli studi, del lavoro, della fidanzata… se a volte ha sentito poca fiducia verso sé, trova nella sua esperienza una ‘memoria’ che lo può aiutare a vivere le difficoltà senza spaventarsi. Chi non ha nessuna esperienza dei conflitti che possono nascere tra genitori e figli, chi ha vissuto nell’idillio, nella coincidenza di idee e scelte non ha maturato esperienza di sé nella differenza… Il rischio è che nel confronto tra figlio Ideale e figlio reale, l’adulto non abbia memoria della propria esperienza di debolezza, sofferenza sperimentata da bambino.

 La grande risorsa è la possibilità di fare i conti col bambino che si è stati, con la propria competenza autobiografica, di attingere alla capacità di sintonizzarsi col passato, sia quello goduto che quello sofferto. Nella costruzione di una storia comune, largo spazio interno può avere la propria storia, il ricordarsi chi si è e come lo si è diventati.  Se ci si chiede ‘chi sono?’ si accoglierà il bambino che si chiede ‘chi sono?’.

Difficilmente il bambino sarà il bambino dei sogni,  facilmente sarà poco prevedibile. Attenzione se il bambino cerca di diventare il Figlio Sognato, se cerca di adeguarsi presto alle richieste…Il naturale bisogno reciproco di dare e ricevere affetto, il giusto desiderio di essere ricambiati trovano più facilmente risposta se viene mantenuto il contatto con la propria infanzia, con i limiti sperimentati, se ci si prende cura di sé prima che del figlio. Se il genitore accetta i punti deboli della propria infanzia, non la idealizza… sarà più facile accogliere l’imprevedibile. Genitore e bambino non sanno chi incontreranno.  Il genitore si identifica col bambino sognato, il bambino vuole diventare il figlio sognato. Può essere difficile accettare l’alterità, sintonizzarsi con le differenze intellettuali,  fisiche, psichiche, con la spiacevolezza.

Nell’integrazione delle storie non si tratta di scegliere, ma di accogliere con ritmi e tempi del genitore e del bambino.

 

Il bambino che viene da lontano

Bambini che appartengono ad altre etnie hanno difficoltà con la lingua, a volte mancano loro gli strumenti di comunicazione, che sono invece comuni nel paese dei genitori adottivi. L’ identità etnica può rappresentare una risorsa, ma anche un ostacolo, soprattutto inizialmente.  Nel caso di adozione internazionale si aggiungono infatti differenze di tipo razziale e culturali e lo stile comunicativo precedentemente conosciuto ed utilizzato. Ad esempio in culture dove si pratica una stretta vicinanza tra madre e figlio piccolo, l’allontanamento dell’adulto può essere vissuto come perdita o può generare sensi di colpa e fantasie di punizione. (…) Lasciare il proprio paese, una cultura familiare, può provocare sentimenti di perdita e non l’apprezzamento di nuove abitudini (…) L’integrazione nella nuova cultura viene facilitata se la nuova famiglia considera positiva l’etnia di provenienza, ne accetta i valori, l’identità multietnica, il patrimonio culturale… (…) Il contesto intorno alla famiglia può farla sentire accolta o emarginata. Gli insegnanti si possono sentire impreparati ad accogliere un bambino ‘diverso’.  Il confronto col mondo esterno può rappresentare una risorsa o essere fonte di difficoltà. Ci si può sentire dotati di risorse all’interno della famiglia e sprovvisti all’esterno. Emozioni ricorrenti possono essere l’impotenza, l’incertezza, la frustrazione, la sorpresa, la rabbia per la delusione verso altri…

Nell’adolescenza può essere forte il desiderio di tornare nei luoghi di origine per la ripresa di contatto con la realtà della propria nascita. Quando il figlio deve dimostrare prima di tutto a sé stesso, di essere diverso, di non avere un bisogno assoluto di loro, di potersi dare altri modelli di identificazione, può desiderare di ricercare la sua storia, le sue origini. Possono esserci crisi quando il figlio sa che da qualche parte ci possono essere i suoi genitori biologici infelici. Si tratta di un periodo ‘critico’ in generale,  in cui la ricerca delle origini può attivare nei genitori insicurezza ed ansia. In realtà se le informazioni sulla storia delle proprie origini sono integrate con normalità nella trama storica narrativa familiare, se figlio e genitori hanno stabilito un buon legame, la conoscenza che deriva dalla ricerca dei genitori biologici, servirà per rinforzarne l’identità, chiarire, completare. 

La famiglia con altri figli … (…)  Si può dire che la presenza di fratelli facilita l’adeguamento del bambino a stili educativi nuovi e l’integrazione del passato nel presente.

 

5. Il bambino che porta un grande dolore dentro di sè

Credo che spesso i bambini adottati siano in questa condizione…

La minimizzazione o negazione di esperienze dolorose possono ostacolarne la conoscenza: un bambino difficilmente parla della sua sofferenza se sente che l’adulto non è disponibile, ma anzi ne è spaventato. (…)Il silenzio del bambino anziché sfiducia può rappresentare un movimento protettivo nei confronti del genitore (“Non parlo per non far soffrire papà e mamma”). Un tale movimento protettivo comporta però la mancata espressione di sentimenti profondi. (…) il bambino che ‘evita di ricordare’ ha poi difficoltà a pensare e ad elaborare le esperienze spiacevoli.  Il problema si pone nell’adolescenza se la famiglia non ha fatto un confronto con passato. Il bambino può avere ferite invisibili che i genitori hanno bisogno di imparare a riconoscere. Il minimo sfioramento con la ferita farà scattare il bambino con reazioni anche difficili da gestire o riattiva comportamenti disfunzionali.

Le reazioni possono essere le più varie:  un bambino può non sopportare l’eco di atteggiamenti che gli richiamano il rifiuto o minacce di abbandono, un altro bambino chiede o rifiuta,  in entrambi i casi in modo estremo, il contatto fisico… (…) Quello che segue è un esempio pratico di come con un bambino, anche molto piccolo,  si può costruire nel tempo il sentimento di reciproca appartenenza e l’integrazione delle storie. (…)

 

6. Libro – album sulla storia del bambino

Questo strumento, utilizzato spontaneamente da diversi genitori adottivi in vari modi,  è stato illustrato da P.Bardaji Suarez (P.Bardaji Suarez, in Ecologia della mente, n.2, 2002).

1) Com’era la mia famiglia di origine o il luogo dov’ero accolto:

chi c’era,  i loro nomi,  foto,  disegni,  ricordi,  oggetti conservati,  indumenti, giochi,  abitudini alimentari,  usanze o foto di persone che accudivano il bambino.

2) Il legame con la famiglia adottiva:

  • il viaggio dei genitori verso di lui
  • il saluto dei parenti che aspettano
  • l’incontro
  • la permanenza nel paese di origine
  • il viaggio verso casa
  • il giorno dell’arrivo
  • la festa
  • ricordi
  • foto,  oggetti,  disegni…

3) Com’è la mia famiglia adottiva:

  • chi la forma?
  • i loro nomi
  • compleanni
  • com’è il mio quartiere,  la mia città,  il paese in cui vivo…
  • com’è la mia scuola:  foto, quaderni, pagelle…
  • le cose che mi piacciono di più e di meno…
  • cosa piace di più a me di mamma e di papà…
  • cosa piace di me a mamma e a papà…

Il libro-album si costruisce insieme e si arricchisce nel tempo, divenendo un legame tra i tempi: il passato, il presente, il futuro.

Storia familiare. L’esperto: “Dal trauma all’esperienza adottiva”

di Ivana De Bono – psicologa, psicoterapeuta, docente SPIGA di Roma

Per l’articolo integrale vedi http://www.spigahorney.it/italiano/Articolo_De%20Bono.pdf

Il neonato alla nascita possiede già un suo bagaglio che è sia biologico, sia mentale. Se prima si riteneva che il feto non avesse alcun tipo di percezione, oggi le ricerche in neurobiologia, supportate da tecnologie sempre più sofisticate, ci permettono di affermare che non solo recepisce gli stimoli trasmessi dalla madre, ma che questi stimoli assumono una funzione importante per il corretto sviluppo del cervello e lasciano una memoria corporea di esperienza prenatale che può modificare il comportamento nella vita postnatale. (…)

Ognuno di noi è dunque il frutto di un proprio patrimonio genetico e di una specifica ed irripetibile esperienza ambientale, che inizia dalla vita fetale e prosegue per tutta la vita in una interazione continua e complessa. 

(…) quanto finora affermato entra inevitabilmente in contrasto con la diffusa convinzione che adottare un bambino molto piccolo, magari neonato, annulli o riduca al minimo la storia antecedente. Questa, al contrario, ha inizio dal momento del concepimento; è una storia che lascia una memoria inscritta nel corpo e che partecipa alla costruzione dell’identità del bambino.  

(…) Non possiamo ritenere che l’influenza delle prime esperienze di vita debba tradursi in fissità per il costituirsi dell’identità adulta. Jerome Kagan, utilizzando proprio la letteratura sui bambini adottati, afferma che la prima infanzia non costringe in un solo senso il futuro dell’individuo. (…) Infatti, se il cervello ha una sua capacità plastica di modificare struttura e funzioni al mutare delle esperienze interpersonali, ciò significa che il bambino, anche gravemente deprivato, può beneficiare di figure alternative capaci di riattivare il suo sano processo di crescita.

(…) La madre non trasmette solo nutrimento ed ossigeno, ma anche elementi attinenti al suo stato mentale ed emotivo che indirizzano fin dalle prime fasi di vita il comportamento del neonato in una complessa interazione con la sua dotazione genica. (…)La madre deve però saper cogliere i segnali del bambino: per riuscirci è fondamentale che mantenga un equilibrio fra la propria empatia verso quelli che ritiene siano i bisogni del bambino e la propria obiettività nel considerarlo come una unità indipendente dai propri pensieri, sentimenti e fantasie. Se ciò non accadesse, rischierebbe di rispondere di più ai propri sentimenti e pensieri interni, erroneamente scambiati per quelli del bambino (cfr. Zetzel e Meissner, 1973, p.230).

La madre, inoltre, per funzionare da buon contenitore, necessita a sua volta di sentirsi contenuta non solo da un partner e da un ambiente esterno favorevole, ma anche da un mondo interno capace di sostenerla, in grado cioè di “tenere insieme sia la riattivazione regressiva del suo essere figlia, sia il nuovo ruolo e l’immagine di una madre interna da cui recuperare un modello” (D’Arrigo e Testa, 1992, p.76).

Il risultato di questa prima interazione è il costituirsi nel bambino di un primitivo senso di integrità e sicurezza interiore che è la base della fiducia, che si riflette nella regolarità dell’alimentazione, dell’evacuazione e del ritmo sonno-veglia. Il benessere del bambino permette alla madre di ridurre la sua ansia, di rinforzare la fiducia nelle proprie capacità personali e di contribuire ulteriormente all’instaurarsi nel bambino di una risposta di fiducia collegata alla sensazione della madre di essere degna di fiducia.

 La capacità di avere fiducia è fondamentale per ogni tipo di relazione umana e il grado in cui viene menomata avrà un’influenza determinante sugli eventuali futuri eventi psicopatologici e nei rapporti interpersonali. Se ci sono stati privazione sensoriale, eccessiva stimolazione o cure incostanti, il bambino potrà avere difficoltà o anche gravi conseguenze in futuro (cfr. Zetzel e Meissner, 1973, p.232).

Ogni essere umano porta dentro di sé un residuo di sfiducia che riflette il parziale insuccesso della mutua regolazione tra madre e bambino. (…)

Per crescere, infatti, è necessario separarsi da persone, livelli di funzionamento, stili di pensiero e di relazione per stabilire nuovi attaccamenti e per orientarsi o riorientarsi sulla via dell’autorealizzazione. Karen Horney sostiene che l’essere umano ha un impulso innato a sviluppare le proprie potenziali capacità, ma necessita di condizioni favorevoli affinché queste possano realizzarsi (1950, p.35). Se il bambino, nell’interagire con l’ambiente cha ha cura di lui, si sente accolto nell’espressione dei suoi desideri, se il suo affermarsi nella differenza dall’altro non incontra ostacoli ma attenzioni, è possibile che “interiorizzi il piacere della crescita, il piacere di sentirsi se stesso, dove il sentirsi separato dall’altro può essere vissuto come una conquista positiva e non come esclusione di sé o dell’altro” (Kuciukian, 1995, p.21).  

(…) Anche le difficoltà di attenzione e di apprendimento che spesso insorgono in età scolare sono da ricondursi alla prima relazione madre-bambino, all’interno della quale possiamo rintracciare i precursori del desiderio di conoscenza. Nella storia pregressa del bambino adottato il cammino dalla dipendenza all’indipendenza “non si è probabilmente realizzato in modo adeguato e integrato; la difficile elaborazione della perdita dell’oggetto d’amore materno ostacola la possibilità di nuovi investimenti affettivi e intellettivi, riattivando nell’inconscio antiche angosce persecutorie che dilagano e occupano in modo massiccio la mente. Viene così impedita la formazione di uno spazio interno in cui introiettare la conoscenza e  l’apprendimento.  

(…) Nel bambino adottivo la memoria del passato suscita l’angoscia dell’antica perdita che, se non viene accettata ed elaborata dentro di sé e nella relazione parentale, tende a paralizzare la mente non predisponendola al cambiamento verso la conoscenza. Infatti sono spesso presenti disturbi della memoria, che segnalano l’impossibilità di rievocare un passato troppo doloroso per poter essere contenuto dentro di sé” (Farri Monaco e Peila Castellani, 1994, p.198-199).  

(…) E se imparare significa soprattutto saper reggere la frustrazione del proprio limite (di non sapere), il bambino adottato ha ancora bisogno di un porto sicuro dove possa trovare il calore e la protezione di un adulto in grado di contenere quegli stati d’animo che in passato lo hanno sommerso e reso fragile ad ogni successiva frustrazione.  

(…) Il genitore che in consultazione chiede quando è il momento giusto per parlare al bambino della sua storia, “dimentica che il suo compito primario è di ridare un senso costruttivo a quei vissuti già presenti nel bambino, inscritti nella sua pelle, che sono già stati elaborati in modo distorto. Quando l’adulto ritiene di dover aspettare le sue domande, dimentica che lascia ancora una volta il bambino da solo di fronte ad un compito troppo grande, che richiede proprio quella capacità di tradurre l’emozione in pensiero che non ha potuto acquisire adeguatamente con le precedenti figure di riferimento. Il blocco della rielaborazione di una sofferenza è di per sé traumatico: la non pensabilità spinge all’azione, che vede il coattivo ripetersi di modalità intrapsichiche ed interpersonali precocemente apprese.

Il genitore adottivo deve quindi essere capace di tenere presente dentro di sé la sofferenza del bambino per farsi contenitore in grado di rendere comunicabili e pensabili i suoi vissuti. Rispettando il bambino nei suoi tempi e modi di assimilazione ed elaborazione, il genitore può così utilizzare metaforicamente qualsiasi spunto della vita quotidiana con quel linguaggio degli affetti, che è innanzitutto preverbale e presensoriale, che permetta al bambino di ripristinare il filo interrotto del suo progetto vitale” (De Bono, Edizioni ETS, in corso di  pubblicazione).  

I bambini hanno bisogno di “pelle”, di vicinanza emotiva, di verità affettive e creative, non tanto della conoscenza dei fatti storici o di spiegazioni razionali che talvolta possono essere usate difensivamente dall’adulto per la sua difficoltà a rapportarsi al tema delle origini.  

(…) Il trauma, anche grave, di per sé può essere superato se la figura accudente riesce ad accogliere e condividere il dolore; diviene invece patogeno nel momento in cui chi lo subisce deve ricorrere al meccanismo della negazione, facendo proprio l’atteggiamento dell’adulto che contraddice la realtà delle sue percezioni e che afferma “che non è successo niente, che non si sente male da nessuna parte” (1931, p.75). L’evento traumatizzante scompare così dalla realtà esterna e da extrapsichico diviene intrapsichico. Il trauma diventa dunque parte integrante della sua struttura psichica e delle sue modalità di entrare in relazione col mondo. Non ci si può perciò aspettare che il bambino inserito in un contesto familiare adeguato non risentirà dell’esperienza pregressa. E non possiamo pensare che sia sufficiente l’amore e l’accudimento di genitori che hanno fretta di normalizzare ed equiparare l’adozione alla filiazione naturale. Ciò equivale a negare il senso più profondo dell’adozione in cui deve tornare ad aver voce il diritto del bambino alla sua integrità e alla sua autorealizzazione.

La famiglia adottiva, che più delle altre è una famiglia in continuo divenire, ha quindi un compito rilevante e che si dispiega nel tempo: accogliere quei frammenti della personalità in cui permane il vissuto traumatico per favorirne il risanamento e la trasformazione.

 (fonte: spigahorney.it)

La costruzione della storia familiare: “Come fare ad integrare la storia di coppia con quella del bambino adottato in un paese straniero”

Quella che abbiamo introdotto con la canzone di Francesco De Gregori è una sezione dedicata alla costruzione della storia familiare. 

Si partirà dall’attesa, quando sia genitori che bambino devono trovare dentro di sé lo spazio per far entrare uno sconosciuto/degli sconosciuti, per passare poi all’incontro (fisico e affettivo) ed, infine, arrivare all’adolescenza e all’età adulta durante le quali c’è il rischio di pericolosi strappi se non si è preparato il terreno anni prima per la continuità. 

A questo proposito seguiranno riflessioni sulla scrittura autobiografica che può essere utile sia all’adolescente sia all’adulto per mettere ordine nella sua vita. 

In questa sezione sarà dato ampio spazio agli esperti. Sebbene siano stati fatti tentativi di riduzione del testo, i temi sono così delicati che gli articoli risulteranno piuttosto lunghi. Per alcuni verrà suggerito di stampare l’articolo originale collegando direttamente al link.

Le testimonianze sono riprese dal Convegno dell’Associazione Famiglie Adottive pro ICYC  a cui abbiamo partecipato.