Storia familiare. Libro: ”Semplicemente M”

“Voi non adotterete solo un figlio ma anche il suo paese e la sua storia pertanto non abbiate paura di chiedere aiuto o un consiglio a chi ci è già passato, informatevi, conoscete altre coppie e più realtà possibili.”

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Marcello Rocchi

“Semplicemente M”

Storia di un bambino di Quinta

Ass Fam Adottive pro ICYC 2008

 

“Semplicemente M” è il racconto autobiografico di un ragazzo di 25 anni nato in Cile e adottato a sei mesi da una coppia italiana.

Marcello è protagonista di un’adozione riuscita in cui papà Angelo e mamma Andreina hanno contribuito con la loro cura e disponibilità.

Sono interessanti le considerazioni sull’adozione delle pagine iniziali e quelle rivolte alle coppie in attesa nella parte finale del libro.

Storia familiare. L’esperto: ”La rielaborazione della propria storia in età adulta attraverso la scrittura autobiografica”

Secondo Duccio Demetrio – professore di filosofia dell’educazione e di teorie pratiche della narrazione presso l’università degli studi di Milano-Bicocca – la scrittura autobiografica è molto utile per l’adulto adottivo e non, perché aiuta a mettere ordine nella propria storia.Dopo i 40 anni si entra in una fase della propria vita in cui domane del tipo chi sono? a chi appartengo? la vita mi appartiene? è la mia vita? sono di ordinaria amministrazione.

“L’avvalersi della scrittura personale come occasione di condivisione non plateale, piuttosto riservata, oltre a rappresentare un veicolo di conoscenza reciproca è fonte di trasmissione di pensiero, di regole di sollecitazioni e richiami affettivi che seguono una strada diversa e parallela a quella usuale. (…) Scrivendo si espellono grida interne che non trovano altri canali espressivi; scrivendo si elaborano momenti dolorosi e di lutto e l’animo scopre la possibilità di placarsi rievocando, perdonando, mantenendo il proprio risentimento, scrivendo ci si ritrova protagonisti e attori di un oggetto materiale (il testo narrativo) che offre l’occasione di rileggersi e di auto stimarsi.”

L’autore prende per esempio il testo autobiografico scritto da un adulto adottato: “La via della conciliazione interiore è nella gratitudine: si trattava semplicemente di ringraziare i miei genitori naturali che non conoscevo, per il dono della vita, insieme ai miei genitori adottivi per la cura e la protezione ed il sostegno e di chiedere a tutti loro una sorta di benedizione. (…) non ci si può separare dalle proprie radici. Non ci si può separate dai propri genitori, qualsiasi cosa abbiano fatto. Tutti noi siamo i nostri genitori.”

La storia autobiografica è come un puzzle che si ricompone: “Tutti noi qualche volta abbiamo la tentazione, senza essere figli adottivi, di andare a rivedere i luoghi del nostro passato, a rivedere gli amici, a ritrovare le situazioni, spesso da questi luoghi torniamo con l’amaro in bocca e con una fortissima delusione. “

Ma dietro la ricomposizione autobiografica c’è anche il bisogno di lasciare una traccia: “Chi scrive la propria autobiografia ha sempre dentro di sé il desiderio di lascito agli altri. (…) I figli adottivi, adulti o meno, possono utilizzare l’autobiografia per ripercorrere e connettere le varie fasi della loro vita e farne, inconsapevolmente , strumento di riflessione e crescita per altri figli adottivi.”

(fonte: “Figli adottivi crescono” – Franco Angeli vedi “tag” sezione “libri” del blog)

Storia familiare. Maribel, 28 anni: “Solo dopo aver conosciuto le mie origini sono riuscita a raccontarmi”

Testimonianza al Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Sono in Italia dall’età di sei anni. Ascoltando quello che diceva il Prof Maiolo mi sono resa conto che una caratteristica di noi ragazzi adottivi è la difficoltà di raccontarci. Oggi, però, quando i più piccoli mi hanno fatto domande dirette sulla mia vita sono riuscita ad aprire il mio cuore. Non nascondo che ho dovuto faticare per raggiungere questo equilibrio.

L’elemento fondamentale è stato il ritorno al mio paese. Prima avevo tante domande nella mia testa. In particolare volevo sapere a chi assomigliavo. Così nove anni fa sono tornata in Cile. Avevo l’indirizzo di mia nonna e sono andata a trovarla senza avvisarla. E’ stato molto duro. Questa povera donna viveva in una situazione di estrema indigenza che non ero pronta ad accettare anche se me lo ero immaginato mille volte nella mia mente. La realtà è molto più massacrante.

Poi sono andata da mio padre. Sono stata contenta di non averlo avvertito perché così l’ho trovato com’è veramente. In 15 anni dalla decisione degli assistenti sociali di darmi in adozione perchè vivevo in una famiglia che non era in grado di farsi carico di una bambina, trovavo le stesse condizioni, nessun miglioramento.

E’ stato in quel momento che mi sono resa conto di quanto sono stata fortunata a trovare una nuova famiglia. Se rimanevo là ero destinata ad una vita infelice e comunque non avrei avuto le occasioni che ho avuto qui in Italia.

Ora riesco a capire la prima parte della mia vita, il trasferimento in due hogar (istituti per minori) e la decisione di farmi adottare. Solo ora riesco a raccontarmi e trasmettere la mia serenità. E’ un invito che faccio ai ragazzi come me, quello di fare chiarezza nella propria storia perché solo così possiamo capire cosa vogliamo dal futuro. Ma non si può costruire qualcosa se non si colmano i grandi vuoti che portiamo dentro di noi. Così è successo a me. Ora sono serena e so quello che devo fare. Mi manca un ultimo tassello che intendo colmare: ritrovare mia madre biologica per completare il quadro.

Quindi, riallacciandomi al tema del Convegno, posso dire che solo con il tempo sono riuscita a raccontarmi, quando ho avuto delle risposte. E’ molto importante parlarne con gli altri altrimenti si rischia la chiusura e la solitudine. Ora riesco ad esprimermi anche con i miei genitori e per me è una grande conquista.”

Storia familiare. L’esperto: “Alcuni suggerimenti per comunicare con gli adolescenti”

di Gabriel Munoz – psicologo ed educatore di minori in situazione di disagio

“Eccomi, sono qui.”

Per gli adolescenti è molto importante avere la possibilità di fare riferimento ai loro genitori quando hanno un problema. Anche quando sono ribelli, spavaldi o autonomi nelle loro scelte, nei momenti più difficili hanno bisogno di aver la sicurezza che i loro genitori ci sono. Soprattutto in questi momenti è quando dobbiamo essere attenti e non dare nulla per scontato. Se loro non stanno vivendo un bel momento e noi facciamo finta di niente o semplicemente non siamo attenti, diamo a loro una buona ragione per arrangiarsi e cercare aiuto e consigli altrove.

“Puoi venire da me ogni volta che ne hai bisogno, io sarò sempre qui per ascoltarti”

Bisogna ascoltarli, l’atteggiamento di silenzio e allo stesso tempo di attenzione verso di loro è molto importante a volte di più rispetto a tante parole o a discorsi moralisti che loro spesso non vogliono per niente sentire. L’ascolto attento stimola i giovani a parlare e li aiuta a capire quanto importanti sono per noi.

In sintesi, l’ascolto aiuta a costruire un clima di reciproco rispetto e di affetto.

L’ascolto attivo è un ATTEGGIAMENTO, il cui scopo è quello di entrare in relazione profonda con l’altro permettendogli di esprimere se stesso completamente, di esplorare anche le parti di sé non consapevoli e di ampliare la propria mappa, trovare nuove risorse per cambiare.

Come essere un buon ascoltatore? Alcune idee:

• Orientarsi col corpo all’altro che sta parlando;

• Guardare negli occhi, è una fonte di conoscenza importante;

• Chiarire le cose ponendo domande;

• Impegnarsi a non distrarsi;

• Impegnarsi a capire ciò che viene detto, nonostante emozioni e pensieri interni e rumori ambientali che possono produrre interferenze;

• Dedicare del tempo esclusivo, non si può ascoltare bene mentre si fanno altre cose.

Infine alcune domande utili alla riflessione:

I vostri figli sanno che possono contare su di voi? Ricordatevi che non basta dirlo, bisogna attuarlo: riuscite a dedicare del tempo ai vostri figli? Li ascoltate cercando di evitare il giudizio o avete già pronto il vostro discorso prima che lui/lei finiscano di parlare? Nella coppia, vi ascoltate? Dedicate del tempo esclusivo al dialogo o avete sempre qualcosa che vi distrae?

 Per altri suggerimenti con gli adolescenti vedi http://gabrielmunozpsicologia.blogspot.it/

Storia familiare. Laboratorio di narrazione: “L’importanza di raccontarsi come coppia per poi raccontarci al bambino”

Sintesi dell’intervento del Prof.Giuseppe Maiolo,  psicologo e psicoanalista -Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

Le parti in corsivo sono riflessioni di chi scrive.

 

“Essere al mondo ci fa narratori ed individui che sono narrati”  – Duccio Demetrio

Una storia esiste anche se non è raccontata. Meglio se c’è qualcuno che la racconta. Per questo l’uomo ha l’uso della parola.

A cosa serve narrare?

 

Trasmissione delle esperienze.

Le fiabe, nella loro trasmissione orale, sono sempre servite a questo, anche perché noi uomini apprendiamo per storie.

Il bambino ha bisogno di uno schema fisso, solo dopo potrà fare le variazioni sul tema (Penso alla continua richiesta del bambino di raccontare una storia, sempre quella. Anche la storia dell’adozione deve avere dei cardini ripetitivi). Il bambino ha bisogno di interagire con noi in un rapporto reciproco in cui noi educhiamo i figli ma anche loro educano i genitori. Educare, infatti, significa “tirare fuori” ed è un’attività reciproca.

 

Narrare ed essere narrati

Se non si narra significa che siamo soli.

Se non si viene narrati vuol dire che perdiamo di consistenza.

In entrambi i casi è il fattore “tempo” che approfondisce la relazione. Narrare significa allora prendersi cura dell’altro, prendersi tempo per l’altro.

 

Chi si accorge di noi, ci narra. Noi narriamo tutto ciò che amiamo.

L’adolescente lo sa bene. Per questo l’adolescente ha bisogno di essere nei pensieri dei genitori, perché alla fine, non essere narrati vuol dire essere dimenticati. (Il comportamento menefreghista dei figli adolescenti lascia il tempo che trova).

Dai tre anni in poi la memoria comincia a costruirsi. Se da tre a sette anni la memoria non c’è, qualcosa non va. Significa che non l’ho esercitata abbastanza. (Potrebbe essere il caso dei ns figli che dimenticano cose e avvenimenti importanti).

Ricordare dà emozioni

Tra queste emozioni c’è la “compassione” con il significato di condividere, sentire l’amore per quello che è accaduto

 

Chi racconta offre il “chi sono” non il “che cosa faccio”.

La conclusione è che i genitori si raccontano troppo poco ai figli. Siamo presi da mille cose, disturbati da Tv, messaggi veloci, da attività frettolose e povertà relazionale.

Da dove dobbiamo cominciare?

– rievochiamo la nostra storia

– narriamo le sensazioni della vita

– scriviamo di noi stessi su un diario

– inventiamo fiabe

– raccontiamo di noi ai nostri figli, raccontiamo della storia della nostra famiglia

 

Nel tempo dell’attesa è importante che la coppia si racconti, che entri in intimità. All’arrivo del bambino non ci sarà più tempo. Allora si entrerà nella seconda fase, quella della narrazione al bambino. E’ solo raccontandoci che insegneremo al bambino a raccontarsi.

 

Nell’adolescenza è importante narrare le vicende familiari dai nonni e trisavoli, per far capire come si sono evoluti i rapporti ed evidenziare le peculiarità dei personaggi. Solo così il figlio potrà capire che ci sono varie strade per raggiungere la meta e che anche il suo sentiero non è già stato tracciato, sarà lui a dargli una sua originalità.

 

Storia familiare. L’esperto: “L’approccio autobiografico: una metodologia per favorire la riflessività e la relazione.”

di Anna Maria Pedretti – Gruppo di coordinamento dei collaboratori scientifici della Libera università dell’autobiografia di Anghiari

L’approccio autobiografico si fonda sul concetto che ogni esperienza può diventare una narrazione, una storia raccontabile in prima persona e questo risponde al bisogno di trovare i modi più appropriati per documentare a se stessi e agli altri non solo i fatti e gli accadimenti del proprio percorso di vita, ma, soprattutto, il senso e i significati che a essi si possono attribuire da parte dello stesso narratore. L’atto del narrarsi diviene occasione di autoriconoscimento, in quanto attraverso di essa, viene aumentata la competenza di un «sapere narrativo di carattere autoriflessivo».

 La scrittura di sé è lavoro mentale che aiuta l’individuazione dei momenti di passaggio, gli accadimenti e i cambiamenti della propria storia. (…) nella ricostruzione della propria vita, chi scrive ha bisogno di capire il senso di ciò che ha vissuto, di inquadrare i singoli episodi, le emozioni, le rappresentazioni del mondo secondo un significato più generale che risponde alla necessità di mettere ordine, di spiegarsi i perché. Inoltre, scrivendo, e scrivendo tutta la nostra storia, rispondiamo alla necessità di trovare una struttura che raccolga i singoli episodi in un tutto unico e che può essere diversa a seconda del bisogno che avvertiamo nel momento della scrittura stessa.

Operiamo anche la ricostruzione di una rete di relazioni intersoggettive, familiari, sociali che sono quelle che ci permettono di riconoscerci come esseri unici e irripetibili, ma anche come appartenenti a una comunità di persone che interagiscono con noi e fanno parte integrante del nostro vissuto. Infine si verifica un altro processo mentale, denominato bi-locazione: in base a esso il racconto autobiografico diventa un testo dal quale l’autore può distanziarsi esercitando su di esso le capacità di analisi e di riflessione, in modo che la stessa esperienza diventi significativa e da essa il soggetto narrante possa imparare.

In altre parole, il lavoro evocativo, che innanzitutto stimola la memoria (…) La mente, cioè, non si limita a rievocare i ricordi, ma l’intelligenza retrospettiva costruisce, collega, colloca nello spazio e nel tempo, riesce a dar senso a quel particolare evento che ha evocato solamente se lo inserisce in un contesto passando dal momento evocativo e retrospettivo a quello interpretativo.

 (…) Si parla di sé per pentirsi, per giustificarsi, per scusarsi oppure per il puro piacere di raccontarsi. Man mano che si procede in questo lavoro si costruisce una nuova amicizia con se stessi, come davanti a uno sconosciuto, che gradualmente si impara a conoscere. (…) Mentre ci rappresentiamo e ricostruiamo la nostra storia, ci prendiamo in carico, ci assumiamo la responsabilità di ciò che siamo stati e che abbiamo fatto, ci curiamo, ci riappacifichiamo. La narrazione può aiutare a stare dentro nella sofferenza prendendone le distanze e ri-raccontandola, anche se dobbiamo essere ben consapevoli che non la elimina, rendendola però accettabile in quanto parte inevitabile dell’esperienza umana. Ecco perché il lavoro autobiografico è anche cura di sé.

(…) Riflettere sulla nostra storia di vita ci mette in relazione in modo naturale con la storia di vita degli altri, ci conduce alla ricerca delle analogie e delle differenze; il che ci permette di cogliere nelle diversità delle esperienze l’importanza e la ricchezza delle singolarità (…) la narrazione avvicina le persone, crea legami emotivi, permette quindi un migliore apprendimento, rendendo il sapere formativo. Certo la questione della valutazione è questione delicata in campo autobiografico, perché raccontare significa mettersi in gioco, esporsi al giudizio degli altri. (…) Sono ormai numerosissime le esperienze formative in vari ambiti – con gli operatori che lavorano nelle carceri, nelle case protette per anziani, nelle strutture sanitarie – dove la formazione autobiografica produce occasioni nuove e originali di intervento con le persone di cui ci si occupa.

Per quanto riguarda il percorso adottivo

(…) Raccontarsi come persone per presentarsi al nuovo venuto, in modo che possa condividere da subito almeno le parti più importanti e significative delle storie di vita dei suoi nuovi genitori, preparare per lui un ambiente in cui si sollecita (senza alcuna forzatura) la narrazione di sé perché possa superare i sentimenti di vergogna, di insicurezza, di solitudine. La condivisione dei ricordi rafforza la conoscenza e il legame d’amore tra i coniugi, li conferma nelle scelte fatte e li motiva nella immaginazione della costruzione di un futuro diverso rispetto a un passato fatto spesso di desideri frustrati. In questo modo si possono aiutare i genitori a preparare un tessuto narrativo familiare, una narrativa familiare, in cui si inizia a collocare il bambino; ossia, nell’attesa che si possano intessere narrative familiari che ospitano il bambino, ci si presenta, ci si fa accogliere oltre che prepararsi ad accogliere.

Possiamo perciò pensare ad alcune ipotesi di percorso, in cui invitare i genitori (accompagnandoli) a costruire qualcosa di concreto secondo un progetto che serva da una parte a loro stessi per riempire il vuoto e l’ansia del tempo dell’attesa e sia tale da poter costituire un patrimonio reale e concreto al quale la bambina (o il bambino) che verrà possa far riferimento per comprendere che è stata desiderata/o. 

a) Costruire un album di presentazione che, con l’aiuto di immagini di persone e luoghi, contenga soprattutto narrazioni (a se stessi innanzitutto, all’operatore e, in un secondo tempo, al bambino, in riferimento a ciascun genitore e a ciascun membro della famiglia allargata – nonni, zie, cugini) aventi per oggetto: chi sono io. L’album avrà naturalmente una parte finale vuota nella quale possa trovare posto – senza alcuna forzatura né costrizione, né eccesso di aspettative – la narrazione di sé (scritta o disegnata o riscritta dagli adulti attraverso il racconto orale) da parte della bambina o del bambino («Mi racconti chi sei? Mi descrivi il luogo in cui stavi prima di venire qui? Mi parli delle persone che erano con te? Mi racconti cosa facevi? Cosa pensavi? Cosa ti immaginavi?»).

 b) Costruire un diario dell’attesa con immagini, foto, disegni, poesie, scritture che racconti al bambino tutto l’iter percorso dai genitori (e da tutta la famiglia) dal momento in cui hanno preso la decisione di adottare. Il diario può contenere una parte finale aperta, in attesa dei racconti che genitori e figli scriveranno insieme.

c) Costruire una scatola dell’attesa dei genitori e, possibilmente di tutta la famiglia, in cui inserire piccoli oggetti, foto, pagine di diario, poesie, scritture legate alle esperienze più significative che i genitori fanno in uno strumento molto utile per favorire l’evocazione e la narrazione dei ricordi e per educare all’ascolto empatico e non giudicante è costituito dal «gioco della vita» (cfr. Demetrio, 1997). questo periodo (viaggi, partecipazione a spettacoli, mostre, incontri, esperienze professionali o sociali, ecc.). Stimolare l’immaginazione creativa dei genitori nella costruzione di una relazione significativa e affettuosa con il figlio può concretizzarsi nell’individuare i “doni dell’attesa” da mettere nella scatola: «Ti voglio donare… questa favola, questo racconto, questa poesia, questa musica, questa immagine, questo mio sogno, quest’idea, questo progetto, ecc.».

Tutti questi oggetti possono anche non servire nell’immediato al momento dell’incontro col figlio; possono anche non essere mostrati subito alla persona che entra nella nuova famiglia, ma costituiscono comunque un patrimonio che può essere condiviso in futuro e che può aiutare i genitori a coltivare sentimenti e atteggiamenti per una migliore accoglienza, a immaginare fin da subito una vita a tre.

La nostra identità si costruisce attraverso l’assorbimento delle storie che gli altri ci comunicano, attraverso l’assorbimento delle memorie altrui. Bambini in situazione di disagio, di sofferenza psichica sono quelli che non possono raccontare perché nella solitudine, nell’isolamento nessuno li ha accolti nelle loro memorie. (…)

 (fonte: Istituto degli Innocenti, “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010)

Storia familiare. Matteo e Lara: “Il racconto autobiografico per la psicologa dell’ASL”

“Dopo i primi due incontri di gruppo con altre coppie in cui l’assistente sociale e la psicologa ci hanno introdotto al mondo dell’adozione e ci hanno chiesto come mai eravamo intenzionati ad adottare, la psicologa ha chiesto a ciascuno di redigere la sua storia personale. Mi ricordo che per renderla interessante l’ho condita con aneddoti particolari della mia infanzia che probabilmente non interessavano a nessuno. Mio marito, invece, ha presentato una storia per punti, molto più scarna, sostenendo che alla psicologa interessavano solo le tematiche delle relazioni familiari. Conservo ancora i due fogli. Non li ho più letti. Ricordo però che quegli incontri di coppia ci facevano un gran bene. Forse era un modo per prenderci del tempo per noi. Uscivamo dal Consultorio mano nella mano come due fidanzatini.”

Storia familiare. Mamma Paola: “Darsi tempo all’inizio della storia di una nuova famiglia”

Testimonianza Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Al convegno di quest’anno mi è stata chiesta una testimonianza sull’età preadolescenziale. Cerco di focalizzare il concetto di ‘preadolescenza’ e rifletto  che in realtà, con mia figlia oggi tredicenne, ho invece la sensazione che non siano applicabili definizioni nette. Decido di testimoniare semplicemente i passaggi più significativi di questi primi cinque  anni  di post adozione, qualunque sia la loro definizione, forse perché penso che la preadolescenza possa avere radici lontane.

Circa cinque anni fa, a fine luglio, mio marito ed io rientrammo in Italia con nostra figlia, dopo una permanenza di quasi due mesi in Cile. A metà settembre, l’inizio della scuola. Ricordo la telefonata  di una signora della Fondazione – una mamma adottiva  – che mi consigliava di tenere a casa la bambina da scuola, per 6 mesi o un anno, di stare con lei, a casa dal lavoro, per poterla ‘sentire veramente mia’, per costruire il nostro ‘legame di madre e figlia’.

Io e mio marito ci pensammo un po’, consultammo un paio di coppie adottive, valutammo anche il ‘nulla osta’ della psicologa cilena. E pensammo che il mio part time fosse sufficiente. Eppure, l’aver deciso di mandare nostra figlia a scuola quel settembre (pur se iscritta alla 1° classe, quindi con un ‘vantaggio’ di due anni), e, ancor più, nell’unica formula disponibile del ‘tempo pieno’, è stata una decisione che, nel mondo dei ripensamenti, con la sensibilità di oggi, metterei in discussione.

Oggi, quando mi volto indietro, vedo quella miriade di capricci iniziali, di intemperanze e di opposizioni, come il suo grido di disagio. E vedo anche la nostra inadeguatezza iniziale. I nodi per nostra figlia erano la gestione delle frustrazioni e dell’esclusione sociale, le difficoltà cognitive, le relazioni con gli altri. Dopo quasi due anni di post adozione sembrava che quei nodi avessero quasi un crescendo di intensità.

Decidemmo di chiedere aiuto alla psicologa della Fondazione ed entrammo in un progetto di sostegno all’inserimento scolastico. Il primo feedback dei professionisti fu un giudizio di inadeguatezza del corpo insegnanti sotto il profilo relazionale con la bambina. Realizzammo che i veri Insegnanti sono quelli che si accertano di aver trovato le strade efficaci per insegnare, che si spendono per una relazione non superficiale con chi resta indietro e ha più bisogno. Cambiammo scuola e finalmente trovammo due insegnanti meravigliosi: gli ultimi due anni di scuola primaria sono stati un sogno; ho visto mia figlia andare a scuola volentieri poiché si sentiva accolta, soprattutto dagli insegnanti. Anche i quaderni hanno iniziato a parlare di un’altra bambina. Ricordo un commento di questi meravigliosi insegnanti: ‘..basta saperla prendere..’. In due anni non mi hanno mai chiamato una volta perché gestire ogni situazione in classe (e qualcuna un po’ spinosa c’è stata) faceva parte, come mi hanno riferito, ‘del loro lavoro’.

In questa relazione di aiuto, il secondo consiglio, per noi genitori, fu di migliorare il clima famigliare marginalizzando in qualche modo il tema ‘scuola’. Purtroppo la nostra società oggi offre un sistema scolastico che ha dei ritmi e degli obiettivi del tutto innaturali per i bambini. I ritmi sono quelli del lavoro degli adulti. Gli obiettivi spesso sono, nella sostanza, di uniformità e non di rispetto delle diversità, di nozionismo e non di valori. Per chi non resta al passo e non si inserisce la scuola può diventare un lungo disagiato parcheggio.  Seguendo il consiglio abbiamo iniziato a trasmettere il valore scuola semplicemente parlandone in casa in molti modi, senza insistere, disquisendone con un certo apparente distacco ed eliminando le estenuanti battaglie per fare i compiti. Accettando anche le decisioni ‘scolastiche’ a volte poco salubri di nostra figlia.

Riconoscendo che stava crescendo e che aveva il diritto di decidere da sola– ecco forse un tratto della preadolescenza – pur prospettandole serenamente le conseguenze delle sue azioni. In breve tempo ci siamo accorti che rispondeva molto meglio dove non trovava costrizioni bensì possibilità vera di scelta. Per noi genitori esercitare questa disciplina amorevole alla scuola, ma anche alle regole in generale, ha significato un esercizio salomonico di pazienza, l’esercizio del rispetto per definizione delle scelte di nostra figlia compreso quella di sbagliare; ha significato  il saper controllare la naturale preoccupazione che hanno tutti i genitori per il futuro dei propri figli oltre a metabolizzare nell’intimo che il valore di una persona non dipende in ultima analisi dalla sua carriera scolastica.

La scuola non doveva essere così importante da rovinare la nostra quotidianità famigliare. Marginalizzandola, abbiamo riscoperto e posto al centro dell’attenzione con nostra figlia molti altri temi di dialogo, su cui non c’era dissidio, su cui c’era molto più spazio per stimolarla, premiarla, sostenerla, darle fiducia ma anche esaudirla, accettarla e accoglierla senza pretese. Il tutto con l’obiettivo di darle un po’ di quell’autostima che normalmente dovrebbe arrivare da una età precedente alla scuola. Un tempo di nostra figlia che tutti noi – ma soprattutto lei – ci siamo persi completamente e di cui non saremo mai in grado di valutare fino in fondo i danni.  Ecco allora in che termini poteva e doveva avere un senso il darsi un tempo più o meno lungo, fuori dalla giostra della vita, all’inizio della nostra storia di nuova famiglia.

Da poco nostra figlia ha iniziato la 1° media e ci sembra che l’approccio sia positivo. Oggi, pur già in presenza di alcune situazioni di frustrazione vediamo che ha trovato in sé delle risorse per superarle. E questo per il momento è già positivo.”

Storia familiare. L’esperto: “Se il figlio adottivo è in crisi”

di Marco Schiavi – psichiatra e psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza  – Membro di comitato della Società Ticinese di Psichiatria e Psicoterapia

Alcune riflessioni sul difficile compito dei genitori di fronte al problema dell’adozione in età adolescenziale.

C’è chi dice che i bambini sono tutti uguali ma ai genitori che vedo per la valutazione dell’idoneità psichica all’adozione spesso racconto che ce ne sono tanti diversi perchè, anche se ancora piccoli, hanno già una ferita psichica enorme, determinata dall’abbandono.

L’intento è di suscitare nei futuri genitori adottivi degli strumenti di comprensione di qualcosa che sarebbe altrimenti inspiegabile: le difficoltà di attaccamento di alcuni dei loro figli, che sembrano non accettare le cure e l’affetto dei nuovi genitori, nonostante sia opinione comune e condivisibile, che l’amore che si dona al figlio adottivo (e non) abbia anche una dimensione riparatrice di questa ferita e sia di grande importanza per il migliore sviluppo del bambino. Potremmo in altri termini dire che viene rifiutato ciò di cui si ha più bisogno e che è venuto meno al momento dell’abbandono: l’amore della mamma.

I futuri genitori solitamente non aspettano altro che un piccolino da amare e crescere, desiderio che origina spesso diversi anni prima, e la sua mancata realizzazione lo rende una vera fatica. Infatti alcune coppie hanno già figli biologici, più raramente è una futura madre “single” a formulare la richiesta di adozione, ma la maggior parte della coppie vi giunge perchè i figli tanto desiderati non arrivano. A questi ultimi ricordo, valorizzandola, che hanno una sofferenza in comune col figlio adottivo: un’altra ferita psichica, per loro legata alla sterilità (assoluta o relativa); sicuramente più gestibile di quella del bambino perchè verificatasi in età adulta, in un periodo di minore vulnerabilità, tuttavia facilmente sottovalutata perchè sopraffatta dalla gioia di diventare ugualmente genitori. Tanti tra loro si sono sottoposti ad esami medici, a trattamenti farmacologici, a fecondazioni assistite ed in vitro, e i colleghi che lavorano nei centri per la fertilità sanno che pesanti vissuti emotivi muove questo percorso, ma torniamo alle difficoltà cui accennavo prima.

Non è una regola e non vi è neppure un’età o un tempo specifico per questa “crisi” del figlio adottivo, che a un certo punto rifiuta apertamente l’affetto dei genitori. La maggior parte delle famiglie si rivolge allo psichiatra quando un minore è preadolescente o adolescente, spesso dopo un periodo in cui “le hanno provate tutte”. Le manifestazioni sono le più varie, ma di fondo il tema è sempre lo stesso: tu non sei mia madre (o mio padre) e non puoi dirmi cosa fare, oppure quando il bambino è più piccolo, si oppone “semplicemente” a quanto richiesto dal genitore, “screditandolo” indirettamente. In verità questi comportamenti non sono specifici dei figli adottivi, sono frequenti in tutti i ragazzi, è però anche vero che l’intensità dell’emozione soggiacente ed il tempo piuttosto lungo del periodo che precede la crisi (durante il quale già si manifestano delle complicazioni) gli conferiscono un peso tale da poterlo collocare tra le difficoltà sulle quali riflettere prima di adottare un bambino.

Sottolineerei che anche il valore simbolico dell’atteggiamento di rifiuto del genitore, nella situazione d’adozione, ha un impatto importante sull’adulto che è consapevole di non avere la maternità o la paternità biologica del figlio. Se aggiungiamo a questo aspetto anche la dimensione della sofferenza che spesso i genitori adottivi hanno vissuto per non aver potuto avere figli biologici (particolarmente dolorosa per la donna), troviamo la classica piaga nella quale il figlio adottivo mette il dito, perchè quando provocatoriamente accusa il genitore di non essergli padre o madre, non solo gli rinfaccia una verità (parziale) ma cerca “uno spettro” ben celato nell’armadio.

Tante volte il compito educativo dei genitori richiede quella fermezza che origina dalla ragionevole consapevolezza di essere nel giusto; il genitore adottivo deve essere consapevole che il valore maggiore della genitorialità si trova nella continuità della relazione di tutti i giorni, ed è pertanto più padre e più madre dei genitori biologici del bambino adottivo, senza però negare che senza il loro contributo (generante) il minore stesso non ci sarebbe. L’impegno e la presenza quotidiana del genitore sono la via per aiutare il figlio a superare la crisi, non solo nella loro applicazione concreta (perchè solitamente i genitori già lo sanno), ma anche nella loro esplicitazione in termini di valore e di affetto. Quando una coppia mi racconta: “non ci dà retta, ci rifiuta nonostante tutto quello che abbiamo fatto per lui” li invito a condividere questo valore: “avete un storia in comune di gioie e di fatiche che avete scelto di vivere per lui e per voi” ricordando che la prima gratificazione della genitorialità è nella genitorialità stessa. Si può dunque riprendere il tema col figlio in questi termini: noi abbiamo scelto di essere la tua mamma e il tuo papà perché volerti bene ci dà una grande gioia, speriamo quindi che tu possa presto condividerla con noi anche se ora sei molto arrabbiato.

Non è tanto utile, a mio avviso, dare dei consigli generici in uno spazio stretto come questo articolo, tuttavia ci tengo a sottolineare questo aspetto importante: generalmente il bambino piccolo occupa la posizione centrale nel suo mondo. Quando viene abbandonato se ne attribuisce più o meno consapevolmente la responsabilità, come se dicesse: “se mi hanno abbandonato è perché io sono troppo cattivo (oppure non valgo niente)”, e non rinuncia facilmente a questa sua spiegazione perché ne trae un vantaggio importante: conferisce un senso ad un avvenimento altrimenti inspiegabile, e permette di “salvare” l’immagine positiva dei genitori biologici e quindi delle sue origini. Il figlio adottivo ha dunque bisogno di tanto tempo prima di cambiare la considerazione che ha di sè (esito del trauma dell’abbandono) ed agirà la sua supposta “cattiveria” per darsene costantemente conferma.

Un secondo aspetto importante è costituito dalla necessità di controllare gli avvenimenti quando hanno avuto una valenza traumatica; il minore preferisce dunque gestire il prossimo abbandono, accentuando al sua negatività, prima di subirlo passivamente e traumaticamente come è già stato il caso nella sua esperienza. Tanti genitori raccontano infatti: “…sembra che faccia di tutto per metterci alla prova, per vedere se anche noi lo abbandoniamo…”.

Ė però importante sottolineare come l’esperienza dell’adozione sia nella maggior parte delle situazioni molto gratificante. Diventare genitori è un’esperienza di crescita personale, anche per la fatica che comporta. Prendersi cura di una persona che sta diventando grande è impegnativo perché richiede attenzione e dedizione, ma è anche nella natura dell’essere umano. Se i nostri genitori non avessero avuto il desiderio di metterci al mondo e la pazienza di crescerci, l’umanità sarebbe probabilmente già estinta.

(fonte: spazioadozioneticino.blogspot.com)

Storia familiare. Papà Maurizio: “Con un adolescente è meglio prevenire il conflitto”

Testimonianza Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Abbiamo adottato nostra figlia, che ora ha 19 anni, nel 2003. Una (brutta) sera di due anni e mezzo fa ci chiede di andare in discoteca e rientrare tardi. E’ domenica sera e la prospettiva che il giorno dopo vada a scuola con pochissime ore di sonno o addirittura salti le lezioni, non ci piace. Ma propongo io a mia moglie di darle fiducia e lasciarla andare. Risultato? Un amico suo ci telefona che sta male e che dobbiamo andarla a prendere. Non so ancora se è stato colpa dell’aver bevuto troppo (fatto che non si è più ripetuto) o di un colpo di freddo. Il risultato comunque non cambia: la ragazza puntuale con cui si poteva comunicare, pur con conflitti e dissidi, si trasforma e fa quello che vuole lei.

Saltano tutte le regole. Non risponde alle telefonate. Non risponde ai messaggi. Se ne infischia dei richiami e delle punizioni. E’ una vera e propria rivolta, senza quartiere e senza controllo. Con il senno di poi ho capito che molto hanno influito le amicizie negative, le quali unendosi al desiderio mal gestito di indipendenza e di affrancamento dai genitori, producono una miscela esplosiva.

Si arriva allo scontro fisico, che peraltro sconsiglio vivamente. Alle litigate furibonde, dove mi abbandono ad attacchi verbali nei suoi confronti che oggi non ripeterei, ma che mi sono strappati a viva forza dal suo comportamento. Non sai, in quei casi, a che santo votarti: se sei accondiscendente, allora temi che ogni insegnamento sulle regole vada a quel paese; se sei troppo duro, non hai una risposta come vorresti sul piano del comportamento e inquini il rapporto, rischiando di rovinarlo in modo irrimediabile. Il dialogo? Interessante soluzione, ma spesso non approda a nulla e comunque viene minato dal sentirti preso in giro, dalla provocazione. Le punizioni? Vanno bene, ma attenzione a non esagerare che altrimenti diventano inefficaci e ti si ritorcono contro.

Ora quel tempo sembra passato e nostra figlia almeno rispetta gli orari e mantiene un comportamento corretto. Su alcune questioni – impegno nello studio e un minimo di ordine e pulizia in camera – vi sono lacune profonde da colmare, ma il clima è più sereno.

Quali insegnamento ho tratto da questa esperienza, come padre? Ecco quanto mi sento di elencare:

 – Da evitare, specie se non hai il “fisico adatto”, gli scontri fisici e le parole pesanti che pure ti strappano dal cuore. Rovinano il rapporto e non servono nulla, se non a far credere il figlio o la figlia ribelle di essere nel giusto. Meglio una punizione che non ferisce e non umilia, ma brucia: non posso dire quale punizione, va scelta sulla base del rapporto e della situazione e del figlio. Di sicuro, non ha senso esagerare nella durezza della punizione, perché l’escalation del conflitto non porta da nessuna parte.

 – E’ giusto seminare: con l’esempio (anche nella compostezza con cui si litiga e si tenta di imporre un minimo di autorità); con la parola; aprendo gli occhi al proprio figlio o figlia sulle sue cattive frequentazioni. Non si avrà subito ragione, ma si semina e si danno a un figlio gli strumenti per capire e rendersi conto – anche se non ce lo dirà mai – che il papà o la mamma avevano ragione su un certo punto o su un certo amico. Io ho dato ragione ai miei genitori, dentro di me, anni dopo le loro parole. Ricordiamoci quindi che noi prepariamo i nostri figli alla vita e che non possiamo sperare (non ha senso farlo, anche se sarebbe bello) di vedere i risultati in tempi ragionevoli. Il nostro obiettivo è che diventino adulti consapevoli, e possiamo essere certi che le nostre parole non saranno sprecate: un giorno torneranno loro utili.

 – E’ buona regola prevenire il conflitto, anziché doverlo curare quando è all’ennesima potenza. Per questo bisogna cogliere per tempo i segnali, e comunque accettare il fatto che la “rivolta” contro di noi è comunque un passaggio sano verso l’autonomia. Quello che va evitato è che un figlio o una figlia si compromettano con gli altri (o, peggio, violino la legge), col rischio di pagare prezzi altissimi per gli anni a venire.”