La fuga da casa. Papà Piero: “Per fortuna il Vietnam non è dietro l’angolo”

“Mia figlia, 10 anni, nei momenti di incazzatura minaccia di scappare di casa e di andare in Vietnam. I riferimenti li ha tutti. Per fortuna il Vietnam non è dietro l’angolo…. ma durante l’adolescenza (ormai alle porte) le bimbe-ragazze-donne fanno delle cose da incoscienti ….”

(fonte: it.sociale.adozione)

La fuga da casa. Film: “I quattrocento colpi” di François Truffaut (1959)

L’immagine che mi è rimasta dentro è questo ragazzino che scappa e corre verso il mare. E’ stato il primo film che ho visto sui preadolescenti difficili e mi ha lasciato una grande poesia con retrogusto di amarezza. Merita di essere preso in considerazione.

Il piccolo Antoine, quasi ignorato da genitori distratti, risponde a un’evidente mancanza di affetto con atti di ordinario rifiuto delle consuetudini civili e finisce in riformatorio.

Per chi ama i bambini e l’arte di raccontare il loro mondo di Truffaut

La fuga di Caty: “Il patto”

Ci sono tre amiche di Caty di là. In questa settimana ho cercato di andarle incontro evitando qualsiasi conflitto. Non ho mancato, però, di esprimere le mie ragioni al bisogno.

Ad esempio, porta l’amica a casa, mettono a soqquadro la stanza da letto e, ad una settimana, non c’è alcun segnale di riordino. Stasera mi porta a casa altre tre amiche.

Ho stabilito un patto: domani tutto in ordine altrimenti le amiche qui non entrano. Si avvererà qualcosa di positivo? L’ho detto con calma, ma quanta fatica!!!

La fuga da casa. L’esperto: “Adolescenza. Prospettiva per genitori”

di Franco Carola – psicologo 

Sono stati selezionari i passaggi più importanti. Chi vuole leggere l’articolo completo veda la fonte.

L’adolescenza di un figlio viene spesso accolta con un misto di curiosità e apprensione. I cambiamenti fisici e gli assestamenti emotivi in atto nella progenie sono sovente imperativi e categorici, non lasciano molto spazio e tempo a riflessioni di sorta.

L’urgenza di capire “cosa stia accadendo” diviene priorità assoluta.

Se spostiamo il vertice di attenzione di questo ricco e problematico passaggio di crescita e focalizziamo la nostra attenzione non più sul figlio, ma sui genitori, potremmo incontrare differenti e intriganti ambiti di approfondimento, di cui due particolarmente ricchi di spunti di riflessione.

(…) È sempre necessaria la chiarezza su chi sia il genitore e chi l’adolescente!

Il figlio rischia di vedersi negare la possibilità di entrare in un sano conflitto col genitore, momento di profonda affermazione di Sé e delle proprie distintive caratteriali.

L’adolescenza di un figlio adottivo, poi, necessita più che mai di attualizzare e manifestare tale conflittualità; essa si configura come una maniera naturale per cercare una risoluzione profonda e definitiva dei conflitti intrinsechi alla propria condizione di non consanguineità.

Il momento del “litigio”, del “non sono d’accordo”, “non mi riconosco come tuo figlio”, tanto temuto dal genitore, è un passaggio essenziale nella definizione di una nuova, sana identità del giovane che si affaccia all’età adulta; è un sistema per superare quella dicotomia tra il “sono figlio vostro” e il “sono figlio di un abbandono”, per giungere a un “io comunque esisto e sono grato per ciò che sono”.

Parimenti, genitori che abbiano attraversato l’adolescenza senza scioglierne i principali cardini psicoaffettivi e le relative problematicità, potrebbero rifiutare i cambiamenti che vanno manifestandosi nel figlio svalutandone il processo di crescita o rendendosi particolarmente ostili a ogni tentativo di quest’ultimo di creare un dialogo “tra adulti”. È questo il caso in cui vediamo genitori completamente insensibili ai messaggi di aiuto lanciati dai propri figli o, nel caso di figli adottivi, di padri e madri che “delegano” alla questione dell’adozione tutte le problematicità che emergono nella vita del giovane. Ridurre ogni problema a una questione legata all’adozione determina il rafforzamento, nell’identità del giovane, di un “Io”la cui esistenza è legata solo alla propria condizione di stirpe e non a quanto si sta sviluppando in lui come essere umano. Rispondere a un comportamento aggressivo, ad esempio, “leggendolo” come frutto del fatto che “lui è adottato e ci aspettavamo avrebbe creato problemi”, si pone come un vero e proprio diniego assoluto del problema. Tale situazione, più comune di quanto non si pensi, reca in se stessa una profonda svalutazione dell’adolescente adottato che vede d’innanzi a sé i propri cari in una posizione altamente difensiva; qui si produce un ulteriore strappo e la possibilità di una crisi totalmente irrisolvibile: una frattura intrafamiliare insanabile.

L’etimologia del termine adottare (dal latino optare, cioè scegliere, preceduto dal rafforzativo ad) indica la dimensione della scelta, intrinseca alla costituzione di un patto genitoriale di tipo adottivo.

Anche il figlio è chiamato nel tempo, soprattutto in adolescenza, a effettuare una scelta e decidere di essere figlio di quei genitori. In tale senso il legame familiare va visto in termini di “patto”, termine che richiama ad aspetti paritetici di etica del legame.

La coppia, in concomitanza con l’entrata del figlio adottato in adolescenza, spesso riattraversa le motivazioni che l’hanno spinta alla scelta adottiva. Le verifiche alle quali è di continuo sottoposta dal figlio, il quale spesso nega ai propri cari un esplicito riconoscimento per gli sforzi fino ad ora compiuti nel creare un giusto e solido legame familiare, mettono a dura prova entrambi i genitori; essi si trovano a doversi interrogare nuovamente sulle scelte compiute e sui numerosi dubbi e paure già presenti ed elaborati nel periodo di attesa di abbinamento con il figlio. Tornano a galla fantasmi circa la provenienza di stirpe, domande circa le somiglianze genetiche, dubbi circa la propria adeguatezza a coprire il ruolo genitoriale. E anche quando tutte le questioni citate non apparissero spontaneamente, ci penserebbe il figlio a ricordarle attraverso le sue crisi improvvise, i suoi comportamenti non sempre prevedibili, i suoi richiami talvolta drammatici.

La coppia rischia di scoppiare sotto il peso di atmosfere cupe, drammatiche, ostili,alle volte insostenibili. I genitori cercano una strada di comunicazione col proprio figlio e si trovano a dissentire sul comportamento del coniuge: “volano” accuse, insulti, richiami a una maggiore maturità ecc.

La coppia attraversa una profonda mutazione: cresce insieme al figlio, ridiscutendo se stessa, la cultura familiare creata e sostenuta fino ad allora, i capisaldi del progetto che l’ha portata ad avvicinarsi a un progetto adottivo. I radicali cambiamenti di questo periodo possono sembrare prove troppo dure, tanto che alcuni genitori attraversano profondi stati depressivi, a volte rabbiosi e dolorosi. Il coniuge rischia di non essere più valido sostegno e le sensazioni di solitudine prendono spazio.

Ma questo è ciò che anche il figlio sperimenta! La sensazione di non appartenenza, di dover creare una nuova identità dal nulla o da uno strappo originario, provoca vissuti di solitudine profonda che figli e genitori condividono, il più delle volte inconsapevolmente.

Una madre che si sente sola e scoraggiata, un padre che prova emozioni altrettanto forti e un figlio che si vive solo contro il mondo. È dall’incontro di queste tre solitudini che rinasce la famiglia, luogo sicuro dove potranno rincontrarsi tutti e tre come adulti. Tre persone rinnovate che condividono una nuova consapevolezza di sé e dei propri amati.

Vi è un’unica certezza circa questo critico passaggio familiare: l’adolescenza finisce!

E quando ciò accade, il più delle volte si scoprirà che l’amore tra i membri della famiglia è stato rinnovato, riconfermato e non sarà più messo in dubbio!

(fonte: genitorisidiventa.org)

La fuga da casa. Il personaggio: “Rosaria Costa, vedova Schifani”

Questa settimana c’è stato il ventesimo anniversario della Strage di Capaci  (23  maggio 1992-2012).                            

Si lo so, non c’entra niente con il post-adozione, ma non possiamo dimenticare Giovanni Falcone e la sua scorta.

Rosaria Costa è rimasta vedova poco più che ventenne, mamma di un bimbo di quattro mesi.  Poteva lasciarsi andare e sprofondare nella sua solitudine e dolore. Non è un po’ quello che è successo ad alcune madri biologiche dei nostri figli? Lei ce l’ha fatta con la sua forza e l’appoggio delle persone che l’hanno amata.

Se n’è andata Rosaria, se n’è andata dalla sua città per rifarsi una vita, per crescere suo figlio lontano dalla mafia. Si può dire che è  fuggita da Palermo, ma è sempre tornata con la testa  per cercare  verità e giustizia.

Ecco il filo conduttore che ci accomuna a Rosaria: la lotta contro l’ingiustizia.

La fuga di Caty: “Tecniche di visualizzazione”.

Immaginiamo che la figlia della mia amica sia come Caty, cosa le consiglierei?

 “Lascia accadere le cose. Se verrà bocciata prenderete provvedimenti.

Adesso proponile solo qualche sana riflessione.

Osserva quello che fa, ma non infastidirti.

Continua le tue attività senza farti distogliere da lei.

Pretendi educazione e il rispetto dei patti”.

La fuga di Caty: “Dovremo prendere una decisione”

Sara, com’era ovvio, si è fermata anche a pranzo così non abbiamo ancora parlato. Alle quattro sono uscite di nuovo e mentre sto scrivendo ricevo una mail dove mi avvisa che non rientrerà prima delle dieci.

Questa è la vita di Caty: cazzeggio, strada, frequentazioni discutibili. Non si capisce cosa intende fare della scuola, tre insufficienze nel primo trimestre. Lavoricchia nel fine settimana ma non è un lavoro che si potrà trasformare in stabile.

Ricominceremo di nuovo con lo strascicare le giornate tra letto, computer, cellulare e TV? Mi dispiace, non ce la faccio. Preferisco una soluzione definitiva. Vedremo se nei prossimi giorni si potrà fare il punto della situazione con lei.

La fuga da casa. L’esperto: “Riconoscere il dolore di diventare grandi”

di Gustavo Pietropolli Charmet (psichiatra) e Loredana Cirillo (psicologa)

Agli esperti in materia di adolescenza che ogni giorno incontrano genitori e figli nel trambusto delle vicende evolutive adolescenziali, sono cari i temi della protezione e dell’emancipazione, concepiti come due facce della stessa medaglia. (…) Ma si tratta anche di un duplice compito che spetta ai genitori assolvere: svolgere una funzione protettiva che non sia troppo ingombrante o di ostacolo alla necessità di favorire l’autonomia e l’evoluzione.

 Proteggere senza ansia

 (…) Per svolgere una reale funzione protettiva senza cadere nel controllo ansioso e controproducente, ai genitori cerchiamo di rispondere incoraggiandoli ad accettare loro per primi l’idea che sia doloroso crescere. Ci sembra che si lavori educativamente in modo più efficace se si riesce a condividere il dolore dei figli dovuto ai molti lutti che l’adolescenza comporta di elaborare: fine dell’infanzia, dell’onnipotenza, della tutela, del gioco creativo e di finzione per affrontare invece la grande solitudine, la sfida della costruzione di nuove relazioni di amicizia e di amore, col rischio di molti insuccessi.

 Le madri e i padri che “sanno” che la crescita comporta lo sviluppo della capacità di elaborare il dolore, non ridicolizzano la fatica dei figli e la loro ricerca di anestetici, di illusioni, di scorciatoie ma li sostengono nella ricerca delle nuove verità affettive, tollerando loro per primi il rischio che la separazione dal conosciuto comporta. (…) La funzione protettiva dei genitori diventa credibile e ricercata da parte dei figli se sono loro a garantire una discreta elaborazione del dolore e la motivazione a farlo diventare una risorsa per lo sviluppo dell’attività creativa; altrimenti i figli si rivolgono altrove e con i genitori fingono di crescere in anestesia emotiva. Alle madri e ai padri consigliamo di tener duro, se vogliono proteggere i figli dalle seduzioni del contesto narcisistico e dalla società dell’annullamento dei valori etici a favore dei valori estetici, sull’etica della responsabilità. Lo sviluppo della responsabilità svolge un’essenziale funzione protettiva nei confronti dei rischi di arruolamento del figlio nel casting dei ragazzi alla ricerca della visibilità a tutti i costi, compreso quello del tradimento del mandato familiare. (…) 

 Per poter dialogare con i figli e farsi spiegare cosa stia realmente succedendo nella loro mente e nelle loro nuove relazioni è necessario tenere aperto un canale di dialogo e ciò significa tenere basso il livello del conflitto all’interno della famiglia: se il conflitto si innalza troppo si odono solo rumori e non si capiscono più le parole e i silenzi. Se si combattono frontalmente le temporanee ideologie della crescita si rischia di non riuscire a svolgere l’essenziale funzione di donare senso, di garantire l’esistenza del tempo futuro, di far capire che si può ammettere l’importanza della bellezza, che si è in grado di familiarizzare il gruppo degli amici e il partner di coppia, svolgendo così anche nei loro confronti una utile funzione protettiva.

 Riuscire ad annettere questi aspetti all’interno della relazione, senza farci la guerra, significa legittimare il percorso di sviluppo del proprio figlio adolescente, garantendosi così non solo la propria presenza e la possibilità di partecipare senza essere tagliati fuori, ma addirittura un posto a sedere tra le prime file dello spettacolo che riguarda la loro crescita. Spesso le maggiori difficoltà educative e affettive, i più acclamati scontri tra genitori e figli adolescenti si condensano proprio attorno a quella linea sottile e spesso impalpabile che separa i confini esistenti tra la funzione protettiva e la spinta all’autonomia, alla crescita, all’emancipazione che ogni genitore sente di dover esercitare, a cui sente di dover dare ascolto.

 (…) Comprendere la mentalità, intercettare i codici attraverso cui prende parola e forza la spinta alla crescita dei moderni figli adolescenti, costituisce il principale fattore protettivo e insieme emancipativo, ovvero in grado di dare maggiori garanzie che si possa crescere senza troppi e gravi intoppi.

 Ma com’è questa mentalità, che faccia ha? E soprattutto quali sono in linea di massima gli aspetti che ormai sono entrati a far parte di questa moderna fisiologia? (…) Crescere per un adolescente contemporaneo significa innanzitutto riuscire a costruire un Sé sociale dalla forma accettabile, meglio ancora se ammantato di un riflesso splendente in grado di garantire consistenti quote di successo. Un Sé sociale quindi in grado di attivare il plauso degli adulti e dei coetanei che abitualmente incontra a scuola, nello sport, nei vari gruppi e sottogruppi sociali con cui si trova a confrontarsi. (…) Ha bisogno di tanti specchi sociali quante sono le persone che incontra, solo così potrà ottenere conferme della sua straordinaria unicità e del suo valore.

 (fonte: genitoriche.org)

La fuga di Caty: “Di nuovo qui”

Dopo mille scambi di SMS, Caty è tornata. Ha buttato tutto nella sua stanza, si è fatta una doccia veloce e se n’è andata di nuovo senza dire una parola.

Mio marito ed io eravamo preparati. Abbiamo continuato le nostre attività come se niente fosse. Al suo saluto abbiamo iniziato a preparare la cena.

E’ rientrata alle due e una quarto di notte con l’amica Sara che si è fermata a dormire da noi, giusto per avere il terzo incomodo che non consentisse uno scambio di idee chiaro e trasparente.

Ci metto la testa che in questa settimana è stata da Sara che le ha fatto da spalla parlandomi di un’altra amica che le avrebbe dato ospitalità.

Quante balle! Da mesi ne sono sommersa.