Famiglie imperfette. Arun: “Cognome italiano con “involucro” cambogiano”.

“Sono cambogiano, anzi no, sono italiano, come tanti figli adottati in adozione internazionale, ho tratti somatici molto differenti da quelli dei miei genitori. Ho tratti somatici differenti anche da quelli dei miei zii, dei nonni, dei cugini, dei miei compagni di scuola, dei miei amici e conoscenti.

Mi sono ormai arreso all’evidenza di vivere sapendo di essere diverso, costantemente diverso, ma sarei diverso anche vivendo in Cambogia, perché ormai non conosco la lingua, le abitudini, le tradizioni, i gesti, ecc. Sono un perfetto italiano in un involucro da cambogiano! Il mio amico filippino, figlio di immigrati, ha un aspetto molto simile a me, tanto che spesso scambiano anche me per un filippino, ma lui ha i genitori che gli assomigliano, in casa mangia dei piatti che ricordano la cucina filippina, i suoi genitori parlano spesso in filippino tra di loro e raccontano storie filippine, la loro casa è come un piccolissimo pezzetto di filippine trapiantato in Italia. Il mio amico si sente un po’ filippino e un po’ italiano. Io forse non mi sento ne’ italiano, ne’ cambogiano.

Io sono stato adottato quando avevo due anni, i miei genitori e mia sorella hanno fatto un lungo viaggio per accogliermi nella loro famiglia, io ero stato abbandonato dalla nascita ed ero sopravvissuto negli stenti e nella povertà. Senza l’adozione forse non sarei vivo, sicuramente non avrei goduto dell’amore e delle possibilità che mi hanno offerto. Non parlerò in questa sede delle domande irrisolte relative al mio abbandono e che vorrei porre alla persona che mi ha generato e che poi mi ha abbandonato. Ma ora mi chiedo: “chi sono?” La mia cambogianità sopravvive in me nel colore della pelle, nel taglio degli occhi, nel profilo un po’ schiacciato del mio naso, nella mia statura, ma tutto il resto, il modo che ho di interagire con il mondo è da italiano, i gesti lo sono, non solo la lingua ma anche il modo di pronunciare i suoni della lingua è italiano, anzi lombardo, il modo di pensare, di agire e di reagire è italiano, probabilmente tutto il mio comportamento è diverso da come si comporta un mio coetaneo cambogiano di Cambogia.

Quando pian piano ho abbandonato i gesti abituali del mio mondo di provenienza per sostituirli con quelli attuali, ho imparato a parlare questa nuova lingua, ho cambiato le espressioni del viso, le posture, i modi di approccio alle persone e ho compiuto un percorso senza ritorno, potrò studiare e imparare perfettamente il cambogiano, potrò studiare gli usi, i costumi, la storia, la cultura, le espressioni, ecc. della Cambogia ma non saranno mai più mie come se le avessi ereditate crescendo.

Quando mi dicono che sono cambogiano, quando mi chiamavano ‘piccolo khmer’, facevano riferimento all’involucro, questo è naturale, contenuto e contenente generalmente coincidono. Ho pensato che potrebbe sentirsi come me anche un discendente di terza o quarta generazione di immigrati, quando il legame della famiglia con la terra d’origine è diventato molto labile (i dotti direbbero fantasmatico), ma non è così, perché sarebbe comunque un discendente e potrebbe sempre pensare di avere degli avi tangibili giunti qui in cerca di lavoro e di fortuna. Pur avendo perso i legami culturali avrebbe i genitori e i parenti presenti che sarebbero somaticamente come lui. Il fantasma cambogiano che è in me invece è solo in me e non nei miei parenti, mi consola che se avrò dei figli lo condividerò con loro come condividerò il cognome italianissimo che a volte spiazza gli interlocutori, e che mi diverte non poco.

Per fortuna non sono stato vittima di comportamenti razzisti particolarmente gravi, solo qualche idiota (le loro mamme sono sempre incinte come cita il proverbio) che ha tentato di prendermi in giro o di isolarmi, di emarginarmi. Ci vuole ben altro per crearmi dei problemi. Famiglia e cognome italiano in questi casi è molto importante, direi che per fortuna mia, ma non per gli immigrati, fa la differenza in molti aspetti della vita di tutti i giorni. Un certo fastidio soprattutto all’inizio è stata la fatica di dover spesso dimostrare che non ero straniero Perché appena uscivo dall’ambito familiare e dei conoscenti, trovavo subito qualcuno che si stupiva della mia capacità di esprimermi bene in italiano, oppure trovavo qualcuno che mi trattava da straniero. Poi ho fatto l’abitudine a queste piccole noie e, anzi, ho cominciato a divertirmi dello stupore provocato. Prima era una seccatura, ora è quasi una risorsa con cui convivo bene.

Rimane sempre quella domanda iniziale: “chi sono?”, anzi meglio “cosa sono?”. Viene risvegliata sempre dall’automatismo “tratti somatici = appartenenza etnica” che vorrebbe attribuirmi un’identità etnica che è assente, che vorrebbe affibbiarmi un’etichetta che in realtà è vuota, che è solo un involucro. Tutti gli insegnanti che ho incontrato prima o poi mi hanno parlato della grandezza dell’impero khmer, della cultura khmer, delle vicissitudini politiche cambogiane degli anni 70. Io apprezzo molto il fatto che abbiano studiato argomenti che altrimenti non avrebbero mai approfondito, e mi sembra anche indelicato dir loro che io con quella cultura e quella storia ho poco a che fare, ma è la verità: cosa può significare per me? Mi può interessare di più la storia dell’impero romano o la storia dell’impero khmer? Forse nessuna delle due.

Quando a scuola mi chiamano straniero e qualche idiota aggiunge di tornarmene a casa mia, cosa posso rispondere? straniero non mi sento proprio, anche se non sono nato qui, ci vivo da così tanto tempo che non mi ricordo altro luogo, e quindi non posso tornare in nessun luogo che non sia questo. Immagino che se andassi (e uso il verbo ‘andare’ al posto del verbo ‘tornare’ volutamente) in Cambogia mi scoprirei molto simile alle persone che si incontrano per strada ma sarei anche molto diverso da loro, non avrei la stessa lingua, non avrei gli stessi gesti, essendo ormai un occidentale, anche se mascherato da indocinese. Mi sento italiano in tutto tranne che nei tratti somatici.

I miei genitori (adottivi) mi dicono che la Cambogia è un paese bello, che i cambogiani sono accoglienti, sorridenti, gentili e che sono un popolo di cui posso andare fiero, che non devo vergognarmi delle mie origini, anzi che provengo da un popolo con una storia importante, che ha avuto recenti vicissitudini drammatiche che lo hanno reso povero ma mai domo, e che anche per questo devo esserne orgoglioso… ma come faccio a essere fiero di qualcosa che non conosco e che in fondo non mi appartiene. Le mie origini sono perse per sempre, rimane solo l’indirizzo dell’istituto dove sono stato per una manciata di mesi. Altre notizie certe della mia provenienza non ce ne sono, c’è il caldo, la polvere o la pioggia, le palme e le acacie, i profumi dei fiori e delle spezie che ho conosciuto quando ero molto piccolo e di cui non ho ricordo.

Fortunatamente il mio carattere è sufficientemente positivo da accettare questi aspetti potenzialmente traumatici dell’esperienza adottiva. Non sono solo, i miei genitori e mia sorella (lei è nata in Italia) mi vogliono bene, non sono solo, conosco altri ragazzi nati in Cambogia e adottati in Italia, non sono solo, ho tanti amici che sono affascinati dai miei tratti somatici esotici. Siamo tutti cittadini del mondo e il resto conta poco.”

(fonte: italiaadozioni.it 11/04/2011)

Famiglie imperfette: “Il minore di altra etnia: uguale o diverso?”

di Alessandro Bruni – papà biologico e affidatario

Questi brani sono riferiti all’affido di un minore straniero, ma, a mio parere, possiamo trarne spunti di riflessione anche per l’adozione. Nel nostro caso il bambino/ragazzo non è direttamente influenzato dalla famiglia biologica, ma, certe volte, competere con fantasmi e fantasie del passato può essere più complesso.

“Le nuvole sono diverse, ma tutte formate dalla stessa sostanza. E’ questa la loro bellezza.”

“Alcune sere fa ad una riunione di mutuo aiuto di famiglie accoglienti è nata una discussione su cosa è bene fare quando si accoglie un minore di altra etnia e di altra religione. La discussione è partita dall’alimentazione ed è proseguita sull’educazione religiosa. I toni, dapprima pacati e basati su cosa fare nella pratica, si sono successivamente alzati verso teorizzazioni e luoghi comuni più ideologici che concreti. Si è così giunti alla formazione di due gruppi di tendenza, gli uni ribadenti l’importanza degli aspetti spirituali nella accezione di osservanza tradizionale-religiosa della famiglia e gli altri affermanti l’impostazione laica nella accezione di esercizio della libertà di coscienza. La discussione ha così preso, in termini assolutamente civili e dialettici, un connotato più radicale e uno sviluppo più ideologico nel tentativo di comprendere quale fosse il percorso migliore verso l’integrazione culturale del minore accolto. Tutti i convenuti concordavano su questi punti:

1. L’integrazione culturale di un minore di altra etnia è un processo complesso che deve essere agito in modo differente rispetto all’adulto. L’adulto ha l’autonomia di poter scegliere come e quando procedere verso l’integrazione culturale. Egli ha anche la possibilità di scegliere la non integrazione culturale, mantenendo per quanto gli è possibile la cultura propria del suo paese. Il minore nato biologicamente in una cultura e trapiantano in una cultura differente propria della famiglia accogliente, ha alcuni condizionamenti dovuti alla pressione della famiglia d’origine, che cerca di conservare l’identità culturale del proprio figlio, e la cultura della famiglia accogliente che vorrebbe far procedere il processo integrativo rapidamente, pena un ritardo nel processo identitario del minore nella relazione tra pari, nelle istituzioni, nel vivere civile.

2. Vivere con un minore di altra etnia in una stretta relazione con i genitori biologici (come avviene nell’affido) implica una apertura mentale davvero ampia. La motivazione all’accoglienza ha una forte base utopica, etica e spirituale, mentre il vivere l’accoglienza nel quotidiano determina tanti piccoli confronti, che se non sono vissuti con empatia, determinano via via micro fratture di pensiero, collosi distinguo impropri che mettono il minore in grande difficoltà dovendo spesso fare distinzione tra l’appartenenza ai suoi genitori biologici e quella alla famiglia affidataria. (…)

3. Il perdurare di stereotipi di massa, con affermazioni che nascono più dal sentito dire e dalle cronache distorte di certo giornalismo, finisce col definire erroneamente un differente stile di vita. Certi flussi informativi manipolati o semplicemente stupidamente superficiali determinano innalzamenti di steccati che nel vivere comune sono molto meno rilevanti. Paradossalmente basta ascoltare un mediatore culturale per comprendere quanto tra etnie culturali esistano barriere preformate di pregiudizio che possono essere abbattute con semplici azioni concrete quali preparare assieme il cibo, lavorare assieme ad un progetto, ecc. L’aver accolto un minore di altra etnia pone problemi non solo pratici, ma anche di natura etica e quindi spirituale, che devono essere affrontati in modo aperto proprio come impone l’atto di accoglienza: una azione che supera e vuole superare le barriere.

4. Considerato quanto detto nei punti precedenti, la famiglia accogliente deve avere ben chiaro che l’unico vero fine è operare per il bene del minore, anche a costo di fare passi indietro rispetto alle proprie convinzioni. (…)

Queste considerazioni dovrebbero indurre la famiglia accogliente ad una alta flessibilità, a meno teorizzazioni e luoghi comuni, e a considerazioni di alto ascolto della famiglia d’origine. Questo presuppone una chiarezza etico spirituale, ovvero un viaggio, un percorso, per fondare i presupposti dell’azione quotidiana. Bis ogna almeno aver cercato di comprendere quali sono le fondamenta su cui si regge l’accoglienza di un minore straniero (ma si noti, il problema è il medesimo per i minori italiani che provengano da strati sociali lontani culturalmente da quelli della famiglia accogliente). (…)

Per l’uomo laico, dunque, l’integrazione non può essere un processo unidirezionale, ma bidirezionale. Per la persona laica accogliere un minore significa accoglierne le differenze, siano esse proprie del minore, siano del suo tessuto culturale perché egli è non sono in funzione di quello che egli diverrà, ma anche in relazione a quello che culturalmente è stato. La natura sacrale della persona accomuna i rami più fioriti alle radici: ogni persona è tutt’uno e come tale deve essere accettata senza cedere alla tentazione di potarne i rami che meno somigliano a noi.”

(fonte: crescerefiglialtrui.typepad.com – 25 marzo 2012)

 

Famiglie imperfette. Film:”Festen-Festa di famiglia” di Thomas Vinterberg (1998)

Proposto da Enrico – papà adottivo

Una grande famiglia dell’alta borghesia danese si riunisce in una lussuosa residenza di campagna per festeggiare il 60° compleanno del patriarca (Moritzen). Durante il pranzo Christian (Thomsen), il primogenito, pronuncia un discorso in cui denuncia il comportamento pedofilo e incestuoso del padre, accusandolo di essere responsabile del recente suicidio della sua gemella Linda.

Con questa feroce demolizione della figura paterna, è forse il film antiborghese più feroce degli anni ’90. Premio della giuria a Cannes e quello dell’Avvenire del cinema europeo a Strasburgo. Proclamato il miglior film nordico del 1998 (il regista è danese).

 (fonte: mymovies.it)

 Consigliato a chi non sopporta le ipocrisie. E’ un film stu-pen-do!

Famiglie imperfette. Mamma Ticino: “Imparare ad educare”

 “Ho iniziato il mio percorso adottivo completamente ignara delle problematiche che avrei incontrato, rassicurata dall’assistente sociale di turno che me la sarei cavata senza problemi. Questa era, e purtroppo  è ancora oggi, la convinzione di chi opera in Ticino: con l’amore si superano tutte le difficoltà. 

Conoscere come i bambini vivono l’abbandono (come reagiscono alla perdita, quali comportamenti mettono in atto per non sentirsi vulnerabili, perché non riescono a liberarsi del profondo senso di colpa, perché restano ostaggio del trauma e hanno difficoltà a costruire nuovi legami, ecc.) è stato determinante per iniziare a capire e a comprendere. 

La conoscenza, invece, è qualcosa che si costruisce giorno per giorno: pensi di avercela fatta e poi ti accorgi che le cose non quadrano ancora. D’altra parte è difficile conoscere qualcuno che ha bisogno di “mimetizzarsi”, di nascondersi dietro una “maschera”, che ti chiede: “ma io chi sono veramente?” 

Sono convinta che far conoscere la realtà dell’adozione debba essere il nostro obiettivo primario. “Prima lo educhi e poi lo conosci”, è vero, ma abbiamo bisogno di imparare ad educare per poi condividere la nostra esperienza con gli insegnanti delle scuole, che hanno il difficile compito di accompagnare i nostri figli ad esplorare il mondo.” 

(fonte: spazioadozioneticino.blogspot.com)

Famiglie imperfette. Libro: “Un genitore quasi perfetto”

Proposto da Gabriel Munoz – psicologo ed educatore di minori in situazione di disagio

 

 

Bruno Bettelheim

“Un genitore quasi perfetto”

Feltrinelli 1998

 

Scrive il dott.Munoz: “Questo libro cerca di aiutare i genitori a riconoscere, affrontare e risolvere i problemi che si presentano quotidianamente all’interno della famiglia.

E’ un libro che vorrei consigliare ai genitori che vogliono affrontare con serenità l’infanzia del proprio bambino e alle educatrici che vogliono uscire dal quotidiano e avere un nuovo spunto su cui lavorare.

In sintesi:  non bisogna cercare di essere genitori perfetti o, tantomeno, aspettarsi che perfetti siano i figli. Il segreto – dice Bruno Bettelheim – sta nell’essere un genitore “quasi” perfetto, cercare di comprendere le ragioni dei propri figli, mettersi nei loro panni, costruire con loro un profondo e duraturo rapporto di comunicazione emotiva e affettiva.

Solo questo scambio paritario consente di riconoscere, affrontare e risolvere i problemi che via via si presentano nella vita quotidiana della famiglia: dalle collere e dai capricci ai terrori notturni della prima infanzia, dal rifiuto della scuola alle ribellioni adolescenziali, dalla questione della disciplina a quella delle punizioni, dalle prime esperienze e dal gioco sino alla costruzione dell’identità del bambino”.

Si può leggere un estratto del libro riguardante l’adolescenza su http://gabrielmunozpsicologia.blogspot.it/

Famiglie imperfette: “Essere padre… 4) La gratuità

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

L’esperienza dell’ affido è caratterizzata soprattutto dalla “provvisorietà” e dalla “gratuità”.  L’affido di un minore è sempre a tempo determinato. Il periodo non lo decidi tu, ma un altro. Lo decide il Giudice del Tribunale. Talvolta proprio nel momento in cui il rapporto e il dialogo incomincia a crescere, un provvedimento del Tribunale o un intervento della famiglia di origine rischiano di interrompere tutto bruscamente, compromettendo il lavoro di mesi, di anni.  Inevitabilmente con i ragazzi si crea un profondo legame umano, che se non è vissuto con maturità e all’insegna della gratuità, non è facile poi affrontarlo con serenità ed equilibrio nel momento del distacco.

 Ciò che mi ha aiutato a crescere nella dimensione della “gratuità” è stato soprattutto il confronto quotidiano con la Parola di Dio.

Una delle pagine evangeliche più significative che mettono in risalto come la struttura portante della relazione è la gratuità e non la reciprocità è la parabola del “buon samaritano”.  Il buon samaritano è l’uomo che trova la propria identità soccorrendo l’altro.  Il Samaritano non si ferma a raccogliere l’altro perché l’altro è il suo prossimo. Infatti, non sa neanche chi sia quel povero malcapitato pestato dai briganti. Non vede neppure il suo volto. Per lui è un anonimo, l’ignoto. Eppure si ferma. Il suo gesto è pura gratuità.

In un bellissimo commento a questa pagina di Luca il filosofo e teologo Armido Rizzi vede nella parabola del buon samaritano un concentrato della teologia biblica dell’alterità.  La domanda iniziale che il dottore della legge fa a Gesù “ Che cosa devo fare per avere la vita eterna?” è una formula biblica per indicare il desiderio di trovare e realizzare la propria identità, scoprire e compiere il senso del proprio esistere.  Che cosa risponde Gesù? “ Va’ e anche tu fa lo stesso” In altre parole, come ha fatto il buon samaritano.  Perciò fare come il samaritano è la condizione per poter capire il senso del proprio esistere, il senso della propria vita.

Ma che cosa ha fatto il samaritano?  La parabola non ci dice “che ha amato il suo prossimo”, ma che “si è fatto prossimo”.

La novità sta proprio in questo. Infatti alla domanda del dottore della legge “ Chi è il mio prossimo?” Gesù contrappone un’altra domanda “ Chi si è fatto prossimo?”.  Questi due verbi: “essere” e “farsi” delineano due modi di essere molto diversi tra loro. L’ ”essere prossimo” indica un dato di fatto e definisce la collocazione dell’altro rispetto a te. Invece il “farsi prossimo” delinea una tua libera scelta, una tua spontanea iniziativa.

Per Gesù la dimensione dell’amore non è la reciprocità, ma la “gratuità”.  Io devo amare l’altro in ragione del suo bisogno, così come Dio-Padre ama ognuno di noi nella nostra radicale povertà.

Lo stesso insegnamento lo ritroviamo anche nell’altra meravigliosa parabola definita, a detta di molti a torto, la parabola del “figliol prodigo”.

Chi è, infatti, il vero protagonista del racconto? Il padre o i figli?  Ciò che scandalizza non è il comportamento dei figli. E’ abbastanza facile identificarsi nel comportamento di uno dei due figli. Chi non ha rifiutato qualche volta la casa del Padre? Chi di noi non si è sentito qualche volta invidioso?

Lo scandalo di questa parabola è l’atteggiamento del padre.

Di fronte alle richieste del figlio, non oppone resistenza. Lo lascia libero di andarsene. Non rompe le sue relazioni, ma continua ad attenderlo. Proprio la parabola sottolinea: “lo vide…,gli andò incontro…, lo baciò…”. Al ritorno non gli rinfaccia le sue colpe, non lo rimprovera, non lo punisce, ma gioisce e fa festa.  E’ un padre che perdona e ama di un amore gratuito.

Famiglie imperfette: “Essere padre… 3) Padre non si nasce, ma si diventa”

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

Educatori non si nasce, ma si diventa, poco alla volta. Dopo i primi tre mesi dell’esperienza di affido volevo abbandonare tutto. Mi sentivo soprattutto incapace di affrontare certi problemi e situazioni umane così difficili e delicate. L’incontro con un ragazzo che ha subito ogni forma di violenza e che si ritrova con una personalità distrutta, fa crollare ogni schema educativo prefissato e ti costringe ad “inventare” di volta in volta il “che cosa fare” senza falsi preconcetti e con la disponibilità a ricominciare sempre di nuovo. Di fronte ai continui fallimenti sei costretto a recuperare una buona dose di “capacità-autocritica” attraverso una continua verifica dei progetti e dei programmi. Bisogna imparare ad accettare con serenità il proprio limite, la propria debolezza, la propria parzialità, cercando di non lasciarsi sopraffare dall’emotività. La coscienza del tuo limite ti mette in convizione di percepire il mistero che ti circonda.

Qual è la condizione fondamentale che sta alla base di una vera relazione?

Bisogna partire – scrive Lévinas – dall’ascolto dell’altro”.

Il vero atteggiamento perché il soggetto possa scoprire l’altro come soggetto e non come oggetto, è una profonda capacità di “ascolto”.

E “ascoltare” l’appello di chi si trova in difficoltà, vuol dire saper cogliere la negatività della persona che ha subito violenza per cercare di eliminarla, investendovi volontà, intelligenza, cuore, affettività, tempo, soldi. La totalità del mio “io”.

Vuol dire imparare a guardare la realtà dal punto di vista degli “sconfitti”, degli emarginati.

Il volto dell’altro, scrive Lévinas, è la “differenza” che come visitazione, irrompe con la forza della sua nudità di bisogno, e mi convoca alla responsabilità“.

Ciò che mi obbliga eticamente, prima ancora che religiosamente, a fare qualcosa per l’altro, è l’appello che ogni vita gracile e indifesa rivolge a me che le sto accanto.

Quindi più che “conoscere” l’altro bisogna anzitutto rendersi conto delle “responsabilità” che si hanno di fronte all’altro.

I care” aveva scritto don Milani sulla porta della scuola di Barbiana. ” Me ne importa, mi prendo cura“.

L’altro non chiede di essere compreso, conosciuto, posseduto o compatito. Chiede essenzialmente una risposta di “giustizia”, una assunzione di responsabilità.

C’è una espressione di cortesia che spesso diciamo quando incontriamo qualcuno all’ingresso di una porta: “Prego dopo di lei“.

Secondo Lévinas questo “dopo” non è semplicemente una formalità ma esprime qualche cosa di “ontologico-metafisico”: “l’altro ha sempre la precedenza su di me“.

Perchè? Perchè io non ho alcun potere su di lui. Anzi sono chiamato ad occuparmi di lui, del suo benessere, della sua salute.

E me ne devo occupare senza esigere reciprocità, perché la relazione con l’altro non è simmetrica.

La solidarietà non è una conoscenza in più, ma una diversa qualità della relazione con l’altro. Una relazione all’insegna del “dono” della “gratuità”, dell’ “uscire da sé”.

Ed uscire da sé non vuol dire perdersi o rinnegarsi, ma un “crescere”, un aprirsi a possibilità nascoste, imprevedibili. Vuol dire concepire la propria esistenza non più basata sul “conosci te stesso”, sul “potenziamento” del proprio io, ma sulla “relazione”. Una relazione che è un “faccia a faccia”, un entrare in rapporto, un “comunicare”.

Se non viene rispettata questa correlazione, le conseguenze sono tragiche. Infatti se l’io non ammette l’altro come soggetto cercherà di ridurlo ad oggetto. E questo vale non solo per le persone, ma anche per le cose, per la natura, per Dio.

Famiglie imperfette: “Essere padre… 2) Per poter dare, bisogna essere”

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

 Le prime difficoltà mi hanno fatto prendere coscienza che “per poter dare veramente, bisogna prima essere”. Di fronte a certi problemi e a certe situazioni, non è sufficiente l’entusiasmo e la buona volontà. Occorrono preparazione, riflessione, maturità. L’incontro con la realtà dell’emarginazione ha infranto tutte le mie sicurezze, le mie certezze, ha messo in questione tutta la mia personalità. L’altro, in particolare l’altro-povero-emarginato, ti interpella, ti provoca, ti educa, ti cambia, ti costringe ad uscire dall’indifferenza, a cercare delle risposte, ad assumere delle responsabilità.

 La relazione con l’altro, dice Lévinas, è il punto di partenza per la ridefinizione di noi stessi. “E’ l’altro che fa scoprire te stesso”.

E il grande scrittore e poeta Pablo Neruda diceva: “Nascere non basta, è per rinascere che siamo nati”.

Ma per riuscire a mettere al primo posto l’altro, scrive Italo Mancini, “ci vuole un vero arrovesciamento di cultura e di mentalità”.

Bisogna passare dall’umanesimo del “soggetto”, dell’ “io”, all’umanesimo dell’altro uomo. Bisogna, dice ancora Ricoeur, deporre l’io dalla sua sovranità per far posto all’altro e ripensare la propria esistenza come “essere per l’altro, con l’altro e grazie all’altro“.

Occorre, come scrive Lévinas, vedere nell’altro “un volto da scoprire, contemplare, accarezzare”.

Ad Ulisse, ideale di uomo del mondo greco-classico, bisogna contrapporre la figura di Abramo, immagine dell’uomo che ha le sue radici nella tradizione ebraico-cristiana.

Ulisse è il simbolo dell’uomo che ricerca se stesso, che ha dei progetti ben delimitati e chiari, che pone la sua fiducia solo nelle sue forze.

Abramo invece è il simbolo dell’uomo che esce da sé, che si fida dell’Altro, che interpreta la vita come un continuo “esodo”.

Impostare la vita secondo gli schemi e i principi ben precisi di Ulisse dà molta sicurezza e tranquillità. Pur in mezzo a tante difficoltà e rischi, Ulisse sa dove va.

L’avventura di Abramo invece è molto più dura e piena di incertezze. Abramo non sa dove va, conosce soltanto quello che lascia. Ha il biglietto di sola andata e il suo domani è incerto. Il suo futuro non è “a casa”, ma “altrove”, non è in un ritorno, ma in una “uscita”. 

Ma il “rinascere” ad una nuova cultura, ripensare una nuova antropologia, non è frutto di una semplice decisione razionale. E’ necessario un lungo cammino di ricerca, di tentativi, di progetti, di fallimenti.

(continua…)

Famiglie imperfette: “Essere padre… 1) L’esperienza”

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

Dall’ottobre del ’78 ho scelto di vivere con un piccolo gruppo di ragazzi in affidamento dal Tribunale dei minorenni.

Ho iniziato quasi per caso. Con molto entusiasmo, ma anche con tanta ingenuità e incoscienza. Con motivazioni umane e di fede maturate da anni, ma senza alcuna preparazione specifica rispetto al problema dei minori in difficoltà e dell’emarginazione.

I ragazzi affidati, sempre di età compresa tra i 13 e i 18 anni, provenivano da situazioni famigliari molto difficili. Problemi di alcolismo, droga, prostituzione, carcere, stato di abbandono. Quindi ragazzi “violentati” fin dalla loro infanzia. Cresciuti fin dai primi anni senza figure “autorevoli” di riferimento, sia dal punto di vista affettivo sia da quello educativo.

La famiglia d’origine è sempre piuttosto “fragile”, con una madre che spesso scambia il bisogno di affetto con l’immediata soddisfazione di bisogni materiali, e con un padre per lo più assente e violento.

La scuola non è assolutamente preparata a rispondere adeguatamente a questi bisogni e di conseguenza li emargina e li rifiuta.

Il quartiere non offre né luoghi né momenti di incontro. Per il tempo libero mancano spazi e proposte e la strada diventa l’unica “scuola” dove imparare a vivere e a sopravvivere.

Raramente nella pastorale parrocchiale rientrano progetti e programmi seri a favore di questi ragazzi. Le uniche iniziative “ecclesiali” sono legate a qualche persona singola, a gruppi di volontariato o a forme tradizionali di assistenzialismo.

Anche se è difficile delineare il ragazzo a rischio “tipo”, in quanto ognuno ha una sua particolare storia che lo rende “unico”, tuttavia c’è una caratteristica che li accomuna. Sono tutti ragazzi alla ricerca disperata di qualcuno disposto a volergli bene, con una personalità “debole”, cresciuti senza “spina dorsale”, che crollano alle prime difficoltà. Con una formula che esprime molto bene la realtà giovanile di oggi potremmo dire che sono “ragazzi senza padre”, cioè senza punti di riferimento, senza quel minimo di sicurezze che sono indispensabili per affrontare le difficoltà della vita.

Fin dall’inizio l’impatto con questa realtà è stato difficilissimo. Gli appoggi esterni (Enti pubblici e Chiesa) erano piuttosto latitanti. Bisognava arrangiarsi con l’aiuto e la solidarietà di qualche amico.

Anche se il problema “ragazzi” spesso mi coinvolgeva in modo stressante, tuttavia non ho mai voluto rinunciare né all’insegnamento, né allo studio e tanto meno agli “spazi personali”.

Credo che siano stati soprattutto questi momenti, accompagnati ad una esperienza di fede costretta a confrontarsi continuamente con la vita concreta, che mi hanno aiutato ad acquisire quell’equilibrio e quella serenità interiore indispensabili per non essere travolti dalle tensioni quotidiane.

Se da una parte la fede evangelica mi ha dato la forza di interpretare la vita come “condivisione” e come “gratuità”, dall’altra le critiche alla religione del Padre da parte di alcuni filosofi del sospetto, come Nietzsche e Freud, mi hanno aiutato a purificare la mia fede.

Inoltre le riflessioni di pensatori come Buber, Lévinas, Ricoeur, don Milani, Mancini, Balducci, mi hanno dato quello spunto per “inventare” di volta in volta il “che fare” di fronte ai tanti dubbi ed agli innumerevoli interrogativi.

Che cosa vuol dire “relazionarsi” con ragazzi con alle spalle esperienze traumatiche di violenza?

Che cosa vuol dire aiutare un adolescente a diventare adulto, quando nella sua infanzia non ha mai conosciuto l’affetto profondo di un padre e di una madre?

Che cosa vuol dire “educare”, “reinserire”, rendere “normale”?

Ma che cosa è la “normalità” in una società dove i valori sono ridotti al successo e al denaro?

Attraverso  dei brevi spunti di riflessione vorrei tentare di far vedere quanto sia importante cercare sempre di coniugare la teoria, cioè quello che si legge e si studia sui libri, con l’esperienza quotidiana.

(continua…)