Le famiglie imperfette. Il punto

Il film di Scola è un augurio alle nostre famiglie di trovare il loro filo conduttore e di capire, alla fine, quanto è stata costruttiva la strada percorsa assieme ai nostri figli.

In questa sezione segnaliamo:

–         la semplicità di papà Paolo nell’esprimere la soddisfazione di appartenere ad una famiglia in cammino

–         l’ironia di mamma Blog

–         la testimonianza di don Roberto Vinco come padre affidatario

–         le opinioni degli esperti e le testimonianze di genitori sul significato di educazione

–         l’intervento di Maurizio Corte sull’accettazione della diversità dei nostri figli.

Nei prossimi giorni inizierà “la costruzione della storia familiare” che è un proseguo di questa sezione: si parlerà sempre di famiglie in movimento verso la creazione di una storia comune, quella di due genitori con un bambino che viene da lontano.

Famiglie imperfette. Film:”La famiglia” di E.Scola (1986)

Dieci anni dopo il ritratto della famiglia degradata, ecco la versione patinata sulla famiglia girata da Scola, che però non si sottrae al ritratto dei vari personaggi con le loro piccinerie e generosità. Mi ha colpita l’immensa casa, sempre uguale, mentre il tempo passa e gli spazi ora si riempiono, si svuotano, si riempiono di nuovo. Questa è la vita di Carlo, membro di una famiglia borghese romana tra il 1906 al 1986, data di nascita e di compimento dell’ottantesimo compleanno. I due momenti sono immortalati da due foto di gruppo mentre nel mezzo di questi anni si avvicendano battesimi, nozze, lutti, bisticci, conflitti, pranzi, compromessi. Tra gli attori Vittorio Gassmam, Stefania Sandrelli e Fannie Ardant.

Il tempo passa e le persone diventano più morbide, si levigano i conflitti, rimangono i sentimenti, si allontanano le passioni…

Famiglie imperfette. Libro: “Bambini in Affido”

L’intervento del post precedente conclude: “E se non hanno figli o non li possono avere? Questo amore, perché fluisca, dovrebbe essere trasmesso a qualcun altro occupandosi di un progetto a favore della vita.”

Parliamo allora di affidamento, diverso ma anche molto simile all’adozione. Anche le famiglie affidatarie sono imperfette, di quella imperfezione che le rende vibranti di luce propria. In verità è un tema che merita una sezione tutta per sé. Qui vogliamo solo proporre un libro ricco di testimonianze di bambini, di genitori ed esperti che seguono questo mondo. L’approccio è semplice e lineare, ma molto esaustivo.  

Mi ha colpito il capitolo sesto intitolato “strumenti” in cui viene fatta una carrellata di percorsi terapeutici per avvicinarsi ai ragazzini in maniera poco invadente e per aiutarli ad esprimere le loro emozioni. Ma ci sono anche i capitoli sui bisogni del bambino, sulla gestione della sua storia familiare e riflessioni sull’accoglienza. 

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Michela Rebellato e Barbara Pianca

“Bambini in affido”

Tutto quello che c’è da sapere per

dare una famiglia a chi non ce l’ha

Ed Sempre 2011

 

«Questo contributo apre orizzonti interessanti per una scelta, quale quella dell’affido, che è uno degli atti di amore più gratuiti e significativi: il dono di un papà e di una mamma per una crescita armoniosa ed equilibrata, per il benessere del bambino.»

(dalla prefazione di Giovanni Paolo Ramonda)

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Per chi fosse interessato all’acquisto, seguire le istruzioni sul sito  http://www.apg23.org/la-comunicazione/sempre-comunicazione/libri  dove è disponibile anche la scheda libro e una breve presentazione delle autrici.

Famiglie imperfette. “Le costellazioni familiari: i genitori danno, i figli prendono”

di Alberta Mantovani – “Le radici dell’anima” – ed tecniche nuove 2006

Dalla copertina del libro: “Le costellazioni familiari, metodo ideato da Bert Hellinger (psicoterapeuta tedesco conosciuto a livello internazionale), fanno chiarezza sulle dinamiche inconsce che stanno alla base dei rapporti tra i membri di una famiglia e aiutano a ritrovare l’armonia (…) Essere in armonia con il mondo significa accogliere consapevolmeete ciò che è, essere al centro di se stessi, in equilibrio. La sensazione che ne deriva è di pace, rilassatezza, disponibilità e leggerezza. Ci si sente in sintonia con il proprio destino e ci si accorge che è tutto più semplice.” Riporto di seguito un capitolo che riguarda i rapporti tra genitori e figli secondo l’autrice. 

(…) Dissi a mia figlia Monica: “Sai qual è uno degli ordini più importanti dell’amore? I genitori danno e i figli prendono.”

(…) A molti potrà sembrare banale, ma questa regola, se non rispettata, genera grandi squilibri. Quanti figli si sentono superiori ai loro genitori, quanti li giudicano e pretendono di insegnare loro a vivere? E’ capitato anche a me, soprattutto con mia madre che vedevo fragile e che mi permetteva di fare la grande fin da piccola. E sbagliavo.

Facendo così dimenticavo che insieme a mio padre mi aveva dato la vita. E con la vita mi avevano trasmesso  qualcosa che veniva da molto lontano.

Dopo un po’ ho capito che i miei genitori mi hanno dato ciò che hanno ricevuto dai loro genitori e ciò che hanno preso l’uno con l’altro come coppia. Niente di più perché non ne erano in grado.

Se, per esempio, tutta la vita una persona riceve da sua madre freddezza, come farà ad essere una madre dolce piena d’amore? E’ praticamente impossibile perché la tenerezza non l’ha mai conosciuta. Quindi nessuna colpa.

Il dare e il prendere tra genitori e figli si muove perciò in una sola direzione, come l’acqua di un fiume che dall’alto scorre in basso: chi arriva prima di là e chi dopo. Il legame tra genitori e figli sarà sempre, perciò, fra persone di diverso livello, come tra insegnanti e allievi.

“Voi siete i miei genitori, voi venite prima, io vengo dopo.” È una frase che detta col cuore mi ha dato forza.

Questo non significa che, come figlia, valgo di meno dei miei genitori ma semplicemente che riconosco il mio ruolo e in questo ruolo mi rilasso.

Avevo ragione quando intuitivamente non ritenevo auspicabile l’amicizia tra genitori e figli: una madre che vuol fare solo l’amica della figlia non farà il suo bene e un padre che vuole fare “il compagno” del figlio non verrà preso sul serio e perderà autorevolezza.

I figli cercano esempio, sicurezza, protezione e devono poter alzare lo sguardo verso i loro genitori.

I figli, quindi, prendono dai genitori e tra fratelli i maggiori danno ai minori. Il secondogenito, ad esempio, prenderà da mamma e papà e dal fratello maggiore e darà solo ai fratelli più piccoli. Nelle famiglie numerose l’ultimogenito è “il piccolino”, quello che prenderà da tutti e che da adulto si occuperà dei genitori anziani come per restituire tutto l’amore che ha avuto.

Ma a chi andrà tutto l’amore che i figli prendono dai genitori? Come lo possono ricambiare? Semplicemente trasmettendo a loro volta ai loro figli.

E se non hanno figli o non li possono avere? Questo amore, perché fluisca, dovrebbe essere trasmesso a qualcun altro occupandosi di un progetto a favore della vita.

Famiglie imperfette. L’esperto: “Figli “diversi” e la sfida insidiosa della convivenza”

di Maurizio Corte – Docente di Comunicazione interculturale e di Giornalismo Interculturale
Università degli Studi di Verona (www.csiunivr.eu)

La diversità? E’ una sfida difficile. Molto difficile. Lo studioso Milton Bennett, all’inizio del libro “Principi di comunicazione interculturale” (FrancoAngeli, 2005), ce ne dà un assaggio gustoso. Provate a immaginare i nostri antenati, quelli che abitavano nelle caverne, seduti una sera a mangiare attorno al fuoco. Provate a pensare a un estraneo che si avvicina loro e, con gesti e suoni incomprensibili, comunica qualcosa. Cosa pensate? Pensate che faranno largo e aggiungeranno un posto a tavola, attorno al fuoco, felici di accoglierlo? Oppure gli si avventeranno contro, scacciandolo e battendolo? O resteranno gelati e immobilizzati dalla paura?

Gli psicologi sociali ci insegnano – quale frutto delle loro ricerche – come ci metta a disagio e in imbarazzo, fino al fastidio, il parlare con una persona che male conosce la nostra lingua. Altre ricerche di psicologia sociale ci dicono che anche le persone contrarie al razzismo, e sensibili alla diversità, possono avere reazioni istintive di esclusione, quando si trovano d’improvviso a contatto con qualcuno o qualcosa che non conoscono. Il motivo è presto spiegato: la reazione istintiva, frutto di messaggi non verbali e visivi (o uditivi od olfattivi),  viene prima dell’intervento del pensiero.

Gli stereotipi e i pregiudizi, infine, che sono forme di economie di pensiero, minacciano anche i più illuminati, i progressisti e gli “aperti” all’alterità.
C’è allora da stupirsi se un nostro figlio (o una nostra figlia), dalla pelle più scura o dai tratti somatici differenti, viene “escluso” e trattato come un “diverso” inconciliabile?

La mia non vuole essere affatto una giustificazione. Voglio cercare di spiegare che non serve a nulla “demonizzare” gli stereotipi e i pregiudizi, che per altri aspetti svolgono una funzione importante nella nostra relazione con la realtà; così come è sciocco fingere che non esistano problemi di convivenza fra diversi ed esaltare la diversità fine a sé stessa.

Il problema è come superare quei pregiudizi, attrezzando nostro figlio e nostra figlia per affrontare il disagio, la violenza e l’umiliazione che certi gesti e atteggiamenti provocano in loro. Dall’altro lato, il problema è di trovare la via per “educare” chi ha pregiudizi ad andare oltre le apparenze e ad accettare la diversità.

Io credo che proprio l’educazione, la formazione, la cultura consentano di superare gli ostacoli al rispetto della diversità. L’educazione, la cultura e la formazione mettono in grado i nostri figli di rapportarsi “alla pari” con chi vorrebbe escluderli ponendoli in una condizione di inferiorità. L’apprendimento della lingua, la coscienza delle proprie origini e del proprio passato, la consapevolezza di poter essere oggetto di pregiudizio sono strumenti formidabili nelle mani dei nostri figli per fare in modo di non restarne vittime. Possono consentire loro di evitare – in un “sano evitamento” – le persone e le situazioni che li mettono a disagio; oppure possono consentire loro di ribattere in modo efficace a chi vorrebbe discriminarli, sopraffarli, escluderli.

Nessuno di noi ama essere escluso, in ragione di un qualche incomprensibile motivo, oppure per le caratteristiche fisiche, sociali, economiche e culturali che porta con sé. Ma l’esclusione perde il suo potere destabilizzante, trasformandosi tutt’al più in umana amarezza, nel momento in cui abbiamo modo di ribattere alla pari e di protestare la nostra dignità; e nel momento in cui siamo consapevoli che l’altra persona escludente non ci merita.

Il peggio che possa capitare a un nostro figlio (o a una nostra figlia) è di non avere argomenti da ribattere, di dover rimanere in silenzio o di dover scappare piangente e avvilito. Lo scrittore Cesare Pavese insegnava che “bisogna studiare per fare a meno di quelli che studiano”. Possiamo parafrasarlo, dicendo che “bisogna avere coscienza dei pregiudizi, per fare a meno di chi ha pregiudizi” nei nostri confronti.

Quanto alla “conversione” di chi disprezza la diversità – o di chi, anche in modo inconsapevole, si dimostra escludente, discriminatorio ed affetto da pregiudizi negativi – è bene prima di tutto “studiare l’avversario”. Solo un esame attento di ogni singolo caso, solo un ascolto attento dell’altra persona, solo una visione lucida della situazione, possono permetterci di capire e quindi di intervenire.
Ci permettono soprattutto di scegliere: se evitare pure noi chi osteggia il diverso; o se provare a convincerlo che bisogna andare oltre le apparenze.

Quello che dobbiamo evitare nel modo più assoluto è di chiuderci in noi stessi. O, peggio, di discriminare e criminalizzare coloro che disprezzano la diversità di nostro figlio, trattandoli come un gruppo omogeneo, monolitico e inattaccabile. Saremmo anche noi in preda al pregiudizio e saremmo sciocchi nella nostra chiusura, così come si dimostra sciocco chi crede (anche in buona fede) che la diversità sia una “ricchezza a prescindere”, e che il problema non sussista.

Famiglie imperfette. Mamma Clara: “Non è sempre facile vivere in campagna”

“Vivere in campagna o vivere in città? Che cosa è meglio per i nostri figli. A mio avviso la campagna espone le vicende familiari al dominio pubblico con una certa facilità. In paese, tutti sanno di tutti. Ciò può creare tensione su una famiglia, come quella adottiva, che già presenta elementi di fragilità alle radici. Come nota positiva, però, il bambino viene accolto nella comunità come figlio di qualcuno che si conosce bene e forse potrebbe diventare più facile l’integrazione. In città le marachelle del figlio si confondono nella massa. I vicini possono sentire le urla e le tensioni in casa, ma difficilmente qualcuno ti viene a chiedere particolari se non sei tu a raccontarglieli. Come nota negativa si amplifica il senso di solitudine. Fare buon viso, sempre, non è salutare, anche se difende dalla curiosità. D’altro lato, però, in città c’è più possibilità di scelta: scelta del gruppo dei pari e di nuove amicizie. Il nucleo più ristretto della campagna porta ad adeguarti agli stili, altrimenti sei fuori e senza alternative.”

Famiglie imperfette. Stefani: “Cos’è carnagione”

Liberamente tratta da un fatto accaduto a scuola.

 

Arrivo da un paese lontano.

Un giorno mia mamma e papà mi preser per mano

Mi han detto:“Pedrito, un paese nuovo vedrai.

Sarà facile, ti abituerai”.

Inizio in una scuola italiana in un giorno preciso

E tu, caro bambino, mi accogli con un grande sorriso.

Poi una mattina, non la dimenticherò mai

Mi prendi da parte e mi dirai:

“Alla mia festa tu non sei invitato”

“Perché?” chiedo io al tuo tono irritato.

Ecco una scusa pronta per ogni stagione:

“Per la tua carnagione!”

 

Cos’è “carnagione”?

Non conosco questa parola, non so darmi spiegazione.

Tu a scuola parli di pace, di amore e di essere tutti amici

Adesso che cosa mi dici?

 

 

 

 

“Cos’è “carnagione” maestra?”

La signora si avvicina alla finestra

Come ad ammirare paesi lontani

Ci parla di leoni, di tigri e di caimani

Che vivono in climi diversi

Ma sono creature di questo mondo, persi

nella savana, foresta e deserto

Ma figli di un unico Dio, questo è certo!

 

 

Noi uomini ci spostiamo nel mondo

Ma portiamo la traccia della nostra cultura fino in fondo.

La prima cosa che vedi è il colore della pelle

A seconda del cielo del paese di nascita e le sue stelle

Che fa unico ogni bambino nel suo genere

E l’orgoglio di esser nato nero, giallo o meticcio nessuno potrà spegnere.

Famiglie imperfette: ”Avete provato ad essere una famiglia multietnica?”

Sostengo da sempre che il futuro è delle famiglie multietniche e che le famiglie adottive sono già futuro.

Non mi va, però, di nascondere la difficoltà di essere una famiglia “bicolore”. Le famiglie devono essere accoglienti e insegnare l’accoglienza: giusto! Questi sono discorsi da adulti. Ma come vivono i bambini il loro diverso colore della pelle? Da quello che so i guai grossi cominciano con l’adolescenza. Credo, inoltre che ci sia una diversità di reazione a seconda del temperamento del ragazzo. Mi viene da pensare che un carattere aperto e solare abbia più risorse per superare eventuali “apprezzamenti razzisti” di uno timido e insicuro.

Vi parla una mamma adottiva di una ragazza di 20 anni proveniente dall’America Latina, dalla pelle marroncina, confondibile con i tratti mediterranei delle nostre donne del sud. Eppure il colore della pelle è stato un tema ricorrente alle elementari e ancora di più alle medie. Mi sono sempre chiesta come si sentisse lei, mettendo in ultimo piano i miei credo e convinzioni, pur cercando di fornire tutti gli strumenti per una legittima difesa civile.

Mi rimane comunque il dubbio se sia giusto catapultare un bambino in un’area a rischio.  Possiamo parlarci addosso finchè ci pare ma la sensazione di diversità sono i bambini che la vivono, non noi, forti delle nostre radici.

Chi adotta bambini di altre etnie è giusto che sappia che non è una favola di zucchero filato….che le certezze iniziali lasciano spazio a parecchi dubbi…..che è meglio, secondo me, avere dubbi che certezze assolute.

C’è un altro aspetto e concludo. Ho letto vari commenti sull’argomento e mi sono domandata: a parte i genitori adottivi che sanno di cosa stiamo parlando, pur vivendo esperienze diverse, gli altri si sono chiesti che cosa fanno per rendere l’integrazione di questi bambini più facile? Invitano il bambino scuro al compleanno del figlio? Telefonano alla neo mamma adottiva per sapere come sta? Fanno giocare i loro figli o nipoti con bambini che faticano ad esprimersi o che manifestano certi malesseri attraverso il comportamento?

Credo che il nodo centrale da sciogliere sia: che cosa faccio io, cittadino, per rendere migliore questo mondo?

La sentenza della Cassazione ha avuto il merito di tracciare le linee guida, noi tutti, non solo le famiglie adottive, dobbiamo contribuire al cambiamento.

Famiglie imperfette: “Un’opinione controcorrente sulla sentenza della Cassazione del 2010”

“La Cassazione lasci stare i bambini” di Alessandro Gilioli, giornalista.

Nel 2010 la Cassazione ha detto no alle coppie che chiedono uno o più bambini in adozione indicando, però, di non essere disponibili a ricevere bimbi di pelle nera o di etnia non europea. Sul web si sono scatenate discussioni evidenziando i pro e i contro sull’argomento. L’articolo di Gilioli, scritto prima della sentenza, esprime un altro punto di vista. E’ giusto parlarne.

« Gonfio di educazione politicamente corretta, di quella casellina, me ne sono quasi indignato. Ma come? Mica siamo al supermarket, che uno sceglie il prodotto. E’ un bambino, e come viene viene. Che brutalità, che schifezza, che idiozia queste caselline.

E invece, l’idiota ero io: ma l’ho scoperto solo con il tempo. Con i corsi al Ciai, con le lunghe chiacchiere insieme agli psicologi che avevano seguito centinaia di adozioni bene o mal riuscite, con i confronti con tante coppie che stavano facendo o avevano già fatto lo stesso percorso. Perché le dinamiche della genitorialità adottiva sono molto complesse, delicate e scivolose: non è una passeggiata, non è un gioco. E – soprattutto – non è in ballo il desiderio di un genitore di avere un figlio, ma il diritto di un bambino di avere una famiglia che l’ama.

Un bambino ha diritto a vivere in una famiglia che si sente pronta a farlo diventare davvero suo figlio. E tu, genitore, dovrai superare con il tuo amore totale il muro della biologia. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che si sentirà comunque diverso dai compagni di classe o dai cuginetti. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che un giorno si accorgerà di non avere il tuo colore degli occhi e ne proverà un dolore infinito. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che la genitorialità adottiva può diventare perfino – quando il figlio sarà adolescente – uno strumento per farti del male, e se tu gli dirai di tornare entro mezzanotte lui ti risponderà: che cazzo vuoi tu che non sei neanche mio padre? (è successo davvero a una coppia che ho conosciuto).

E il diritto del figlio a questo amore totale passa, prima di tutto, attraverso la sua completa accettazione, fin dal primo giorno. Che è un fatto profondamente intimo, privato, ed è il risultato di infinite e contrastanti spinte interiori. Non c’è scritto da nessuna parte che tutti i genitori si sentano pronti o siano capaci di crescere un bambino con una grave malattia. Allo stesso modo non sta scritto da nessuna parte che ogni genitore del mondo – specie una madre – nutra nel profondo del suo animo l’assoluta capacità di accettare e amare totalmente un bambino che, per la pelle di colore diverso, non gli assomiglia per niente.

Potete, se volete, condannare eticamente quel genitore, e probabilmente lo farei anch’io. Ma non potete imporre a un figlio di crescere con un genitore che abbia dentro di sé quelle riserve. Perché fareste davvero del male al bambino, i cui diritti devono invece prevalere su tutto il resto.

Spero proprio che la Cassazione respinga la proposta della procura, perché è una stronzata pazzesca.»

(fonte: gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/04/28/la-decisione-della-cassazione-e-una-stronzata/)

Famiglie imperfette. Un’esperienza americana: “La zona grigia”

di Debra Monroe – scrittrice statunitense

L’autrice decide di adottare una bambina di colore, ma sin dall’inizio le agenzie preposte a cui si è rivolta la sconsigliano di percorrere questa strada. Durante l’esperienza adottiva continuerà ad incontrare persone che vedono nel colore della pelle la differenza. 

“Vi spiego cos’è una giornataccia. Quando ancora vivevamo in provincia, mia figlia aveva quattro anni e un giorno va all’asilo e due bambine le dissero che gli altri bambini la trovavano brutta. Mia figlia s’inquietò e io le spiegai che esistono le persone cattive, alle quali non bisogna darla vinta, ma che è meglio circondarci di amici che ci trattano con amore e rispetto.

(…) Ci sono momenti in cui il razzismo è sottinteso, tacito. (…) quando penso che mia figlia non è stata invitata a una festa perché i genitori di turno non vedono di buon occhio le amicizie interrazziali sono troppo sospettosa? Paranoica? Ma se invece non prendo la cosa in considerazione e non vigilo sull’amicizia con quel bambino, questo fa di me una di quelle persone che vedono il bicchiere mezzo pieno per sottrarsi alle verità sgradevoli? (…)

Prima di diventare madre, la mia reazione al razzismo era di indignazione mista a sconcerto. Ora la mia indignazione è mitigata dall’istinto di protezione e dal senso pratico: punto al miglior risultato possibile con il minor dispendio di energie. Sto anche cercando di mostrare a mia figlia come difendersi con meno contraccolpi possibili. E siccome mi capita di affrontare o aggirare lo spinoso argomento “razza” una decina di volte all’anno , i miei sentimenti meno filtrati tracimano quando leggo il giornale.

(…) Mentre leggo e guardo giornali e telegiornali per cui la razza fa ancora notizia, non riesco a sottrarmi a minuscoli distorsioni del mio profilo demografico: una donna bianca che reagisce con distaccata perplessità ma anche con feroce istinto di protezione, perché il benessere di sua figlia sta sospeso nel mezzo. Non mi esprimo sull’argomento razza a meno che non sia strettamente necessario: questione di priorità. Ho sottoscritto il patto sociale per cui una discussione approfondita sui residui di razzismo è troppo rischiosa o scortese.

Le mie reazioni alle notizie sono doppiamente segregate. Reagisco come donna bianca e come madre di mia figlia. E le mie reazioni sono anche distinte ma diseguali, nel senso che se in privato ho opinioni nette, pubblicamente – salvo quella volta che ho scorticato viva una che conoscevo a malapena – tengo a freno le mie opinioni, perché è meglio così per entrambe.

Poi però penso al resto della razza (umana) e mi chiedo se sia giusto non dire nulla, o se sia un errore e un gesto di complicità.”

(fonte: Internazionale – 22/06/2012)