La solitudine delle mamme. Mamma Marina: “Facciamo rete”

 (…) Per finire volevo invitare tutte le famiglie a mantenere i contatti tra loro.

Parto dalla mia esperienza: ho provato a parlare dei miei problemi di mamma adottiva con le mie amiche. Sto parlando di amicizie di lunga data. Sono sicura che queste mie amiche mi vogliono bene. Tuttavia la loro partecipazione, per quanto si sforzino di capire, rimane una partecipazione, oserei dire, “superficiale.  Sia chiaro, non per mancanza di sensibilità, solo perchè quando non si sono fatte certe esperienze è difficile immedesimarsi.

Quando vengo al convegno e parlo con le altre mamme adottive  mi sento capita. Ed è un gran sollievo. 

(intervento al Convegno dell’Associazione Famiglie Adottive pro ICYC – Cervia 2008)

La solitudine delle mamme. L’esperto: “Star bene con se stessi”

di Gerardo Magro, pedagogista counselor – tratto da “Genitori senza stress” – Franco Angeli 2002

 “Quanto più ampio è lo scarto tra il modello e la realtà, maggiore è la possibilità di essere schiacciati dalle aspettative mancate, dalle delusioni e dal timore di non farcela “.

“Molti fattori stressanti non possono essere cambiati (…) è semmai necessario cambiare il nostro modo di affrontarli.(…)

Per vincere lo stress è utile rimboccarsi le maniche e iniziare a modificare se stessi cercando di mantenere in buona salute il proprio status psico-fisico-relazionale. (…)

 Ecco alcuni suggerimenti.

– Riconoscere e recuperare il potere personale: ciascuno possiede capacità di far fronte a situazioni difficili. (…) Esiste un minimo spazio di azione che ciascuno può controllare e utilizzare nel miglior modo possibile. (…) imparare a dire di no di fronte a richieste eccessive o gestire secondo i propri principi alcune attività e impegni quotidiani o inventare nuove soluzioni e strategie di azione.

– Riconoscere i propri punti di forza

– Svolgere delle verifiche periodiche: fermarsi ogni tanto a verificare il proprio stato di salute psico-fisico relazionale. Interrogarsi sulla presenza di sintomi somatici, sul proprio livello di serenità e adottare le adeguate strategie d’intervento.

– Conoscere ed esprimere i propri sentimenti: allenarsi a verbalizzare i propri sentimenti come sfogo sia ad una persona vicina sia direttamente al soggetto interessato.

– Rilassarsi a metà giornata e avere momenti di riposo (leggere un libro, quattro chiacchiere con amici, passeggiata, fare brevi viaggi …)

– Risolvere i problemi volta per volta senza accumularli.

– Chiedere aiuto: individuare qualcuno che ti ascolti con attenzione, comprensione ed empatia. Può esser il proprio partner (nel migliore dei casi) o un amico o un consulente. L’obiettivo è quello di condividere con qualcun altro i propri vissuti in modo da sentirsi più leggeri e svuotati. La migliore soluzione sarebbe quella di avere un ventaglio di persone disponibili ad offrire il loro aiuto (nonni, zii, fratelli..). A volte basta un abbraccio di conforto col significato “Forza che ce la fai”.

La solitudine delle mamme: “Preghiera indiana”

Quando ero giovane

le mie preghiere a Dio dicevano:

“Signore, dammi la forza

di cambiare il mondo.”

Quando fui vicino alla mezza età

mi resi conto che non avevo cambiato

una sola anima:

“Signore, dammi la grazia

di cambiare quelli che mi sono vicino,

la famiglia e gli amici.

Ora che sono vecchio,

la mia preghiera è:

“Signore, fammi la grazia

di cambiare me stesso”.

E se, fin dall’inizio,

avessi pregato per questo,

non avrei sprecato la mia vita.

 

La solitudine delle mamme. Mamma Gio: “Esperienza ventennale”

Ogni genitore adottivo ha esperienza di come e quanto il percorso dell’adozione sia seguito e monitorato prima ed immediatamente dopo l’arrivo del bambino: colloqui per ottenere l’idoneità, contatti ripetuti e a volte snervanti con chi può concretamente offrire l’opportunità dell’adozione, verifiche e controlli durante la fase dell’affidamento.

E poi?

Poi il vuoto.

L’esperienza quotidiana, anno dopo anno, del rapporto con un figlio adottivo e delle problematiche che pian piano emergono viene vissuta senza il minimo supporto istituzionale organizzato.

E’ per questo che lo scambio di esperienze e, dove possibile, la relazione amicale fra genitori adottivi rivestono una grandissima importanza, un vitale ruolo sostitutivo rispetto alla latitanza delle Istituzioni.

Le riflessioni che seguono, attinenti all’esperienza personale, intendono essere un piccolo contributo in questa direzione. 

Un problema che spesso si pone ai genitori adottivi (e che viene vissuto con frustrazione e senso di inadeguatezza) è quello delle difficoltà scolastiche dei figli. Ci si colpevolizza, ci si pongono interrogativi sulle loro effettive capacità, si soffre molto ed in solitudine. Personalmente, soltanto attraverso il confronto e la condivisione  sono venuta a sapere che da un incrocio di studi a livello mondiale è risultato che buona parte dei bambini/ragazzi adottati ha problemi a scuola e che ciò non ha niente a che fare con il  loro quoziente d’intelligenza: la maggior parte è dotato d’intelligenza media, molti la superano. La difficoltà  nell’apprendimento è dovuta alla loro carenza affettiva “primordiale” ed è indipendente dall’età in cui il figlio viene adottato. Per quanto riguarda la svogliatezza e poca propensione allo studio, esse sono legate ai mille pensieri che occupano la mente dei ragazzi e che non consentono loro di concentrarsi adeguatamente. 

Un altro (e a mio parere ben più grave) problema che in particolare molte madri adottive vivono con sofferenza ed in solitudine è la difficoltà, man mano che i figli crescono, di sentire il rapporto con loro come totalmente equiparabile a quello che ipotizzano si possa avere con un figlio naturale. Si chiedono: sono per lui/lei veramente una madre? Mi percepisce come tale? Ed è normale che io, di fronte alla sua individualità che cresce e sempre più si differenzia da me, percepisca a volte una difficoltà di identificazione, un senso di estraneità? 

Anche in questo caso, solo il confronto con chi vive la nostra stessa esperienza genitoriale può lenire i nostri sensi di colpa e la nostra sofferenza.

Ed è proprio attraverso questo confronto che io sono giunta alla conclusione (forse ovvia per molti, ma non per me) che per certi aspetti il rapporto fra genitori e figli adottivi è inevitabilmente diverso da quello fra genitori e figli naturali e che questa diversità, a cui nessuno ci prepara prima dell’adozione, va capita ed accettata. 

Nessuno potrà togliere ad un figlio adottivo la nostalgia delle sue radici, la curiosità di conoscere i propri genitori naturali (quando non li ha conosciuti), di trovare qualcuno nei cui tratti somatici rivedere i propri. E nessuno potrà mai togliere ad una donna che è stata privata dell’esperienza della gravidanza e del parto il senso di menomazione e di lutto che da ciò deriva.

 Prendere coscienza serenamente di tutto ciò è, a mio parere, di grande importanza per poter accettare le difficoltà relazionali che a volte emergono con i nostri figli, i momenti in cui è difficile comunicare con loro e il disagio che a volte ci assale constatando quanto siamo diversi.

Secondo me, è la necessaria base di partenza per costruire una relazione affettiva più sincera, matura, amorevole e generosa.

La solitudine delle mamme. Il personaggio: “Frida”

Frida Kahlo è una ragazza messicana eccentrica e fuori dagli schemi. Studentessa d’arte un giorno è vittima di un grave incidente mentre si trova sull’autobus che la conduce a scuola. Dovrà  essere operata più volte per poter condurre una vita normale. La sua forza di volontà le permette di superare l’infermità e inizia a dipingere. Sulla sua strada incontra Diego Rivera, famoso pittore messicano dell’epoca, iscritto al partito comunista, noto per la sua fama di seduttore. La introduce nel mondo dell’arte e della politica, presentandole illustri personaggi dell’epoca. Tra Frida e Diego nasce un rapporto più forte dell’amicizia, i due si fidanzano e dopo pochissimo tempo si sposano. Tra tradimenti e varie relazioni libere, i due si separano per risposarsi anni dopo. Frida muore a causa di una polmonite a soli 47 anni.

Mi è piaciuta Frida vedendo un film a lei dedicato (“Frida” di Julie Taymor – USA/Canada/Messico 2002). Quello che colpisce di questa donna è la sua forza e, al contempo, fragilità quando capisce di non poter diventare madre. I suoi quadri sono crudi e trasmettono il suo dolore di donna libera, ma non libera abbastanza da superare indenne il grande desiderio di maternità irrealizzato.

La solitudine delle mamme. Mamma Blog: “Amore di madre”

L’amore che provo per mio figlio
spesso mi stupisce e mi scuote.                                                                                           
 
 E’ un amore forte e resistente,
insistente nel volere bene,
anche se il bene in apparenza non ritorna.                                                        
 
 E’ caparbio e duro come un pezzo di granito che non si spezza.
Al tempo stesso è tenero come morbida balsa,
che si modella per voler bene in modo discreto e costante.  
                                                 
 E’ grandissimo al punto che non sta dentro il cuore
ma spesso straborda che non sai più dove metterlo
e allora va dappertutto.
                                                                                                         
 E’ puro come una calla profumata,
appena raccolta per essere mostrata a tutti.                                    
           
 E’ oscuro e misterioso come il buco profondo di una grotta nascosta,
che quasi fa paura per quanto è profonda.               
                                                                                       
 E’ diverso da ogni altro amore si possa provare,
perché è davvero oltre.                       
                   
 E’ inutile,
chi non ha stretto il figlio tra le braccia
non ha modo di capire quel che scrivo.                        
          
E non me ne voglia,
ma è così, ne sono sicura.
                   
 (fonte: postadozione.bloog.it)

La solitudine delle mamme. Mamma Raffi70:” La risposta viene dal cuore”

 (…) un conto è parlare delle difficoltà che una madre adottiva può incontrare, un conto è mettere in dubbio il suo amore, o comunque declassarlo, perchè non sarà mai uguale a quello di una mamma “naturale”. Questo è un punto importante: se uno arriva ad adottare, la domanda “ma io sarò in grado di amare questo figlio come se lo avessi partorito io?” se l’è posta, eccome!!!! ed ha risposto “SI, SI, MILLE VOLTE SI”, altrimenti non avrebbe senso fare un passo così grande e senza ritorno. Poi, tutti i problemi legati a quello che davvero comporta adottare un figlio, se c’è questo amore di fondo, si superano, ci si prova: ce la si mette tutta. Giusto porsi domande, giusto cercare risposte, ma la risposta più importante, alla domanda più importante, viene dal nostro cuore… solo lui può darla.

 (fonte: forum cercounbimbo)

Libro: “La solitudine delle madri”

.       Marilde Trinchero

      “La solitudine delle madri”

        Magi Ed 2008

    

Ho letto questo libro e mi sono sentita sollevata. Il tema affrontato è quello della maternità biologica. Eppure, io, mamma adottiva, mi sono riconosciuta. Le ansie, l’angoscia e il senso di inadeguatezza…..a volte condivise con altre, ma censurate all’istante perché certe cose non si  possono dire. 

“Tutti sappiamo che l’amore materno non è mai solo amore” – Umberto Galimberti – “A volte bisogna pagare prezzi molto alti per essere   fedeli alle parti più autentiche di noi.”

Dalla lettura di questo libro ho capito che il mio modo di essere madre non è sbagliato, è solo diverso dalla retorica comune. Perché oltre ad amare, io impreco, riconosco il mio non farcela, le mie debolezze e aggressività. Quella porta tra mia figlie e me si apre sempre quando ce n’è bisogno. Io ci sono.

Da regalare a madri adottive e biologiche per farle sentire meglio nei momenti d’incertezza

La solitudine delle mamme. Mamma Wellbe: “Annusare per conoscere”

 Sono una mamma bio, da quasi un anno, insicura e piena di incertezze. Posso dire che non ho avvertito nessuna sicurezza viscerale, anzi. C’è voluto del tempo perché io e mio figlio ci  conoscessimo, perché in me nascesse l’amore infinito. Ci siamo annusati, studiati esattamente come fanno, immagino, mamme e figli adottivi. Ad oggi credo che la mamma che è in me non sia ancora sbocciata. Perché ho paura che mio figlio non mi voglia bene, perché chiedo a lui rassicurazioni, perché lo vivo con un senso di “proprietà” che denota che ancora sono ancorata ad una visione egoistica della maternità, che è accoglienza, accettazione e sostegno. Un dare, insomma, e non per forza un avere.

 (fonte: forum cercounbimbo)

 

La solitudine delle mamme. Mammagari: “Io non ti conosco”

Non darei così per scontato che portare nella pancia un bimbo porti automaticamente a legarlo a sé. Io sono mamma naturale, ma il legame che mi unisce a mio figlio non è stato nulla di scontato o naturale. Ora lo amo di un amore immenso e profondo che assolutamente non avevo quando è nato, e lo amo così tanto perchè ora lo conosco. Ti garantisco che all’inizio mi pareva un perfetto estraneo e non lo amavo alla follia, anche se lo avevo portato in pancia per nove mesi.

 (fonte: forum cercounbimbo)