Adozione ed etica: “L’adozione e i suoi risvolti sociali”

La tesina di Davide Cappelletti è stata selezionata tra una trentina di elaborati degli studenti dell’Università degli Studi di Verona. Scrive Davide che per lui il messaggio del libro Cara adozione sta in quell’inciso “La porta si apre e subito l’amore prende il volo. Un amore in grado di sorpassare qualsiasi ostacolo, di superare l’interminabile iter burocratico, di eliminare ogni forma di stereotipo e di pregiudizio; una scelta generata dall’amore e che genera amore”. Ma altri studenti hanno individuato simili peculiarità calando l’adozione nel sociale. Vediamo come.

Parlare di adozione mette a disagio?

Quando parlo di adozione a persone che non sono all’interno di questo mondo di solito percepisco due reazioni: o una sana curiosità o un netto distacco. Della serie: “Questa cosa non mi riguarda. Vade retro!” Credo che sia la stessa sensazione che prova chi lotta per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Non mi riguarda, salvo poi slogarmi una caviglia e capire che la vita può sempre riservarmi delle sorprese, piacevoli e meno piacevoli, comunque sempre migliorative della mia percezione e personalità se le so osservare dal lato giusto. Con l’adozione è lo stesso. Sembra quasi che le persone della seconda categoria allontanino un pensiero che le mette a disagio. Oppure è semplice pigrizia?

Gli studenti dell’Università di Verona la pensano in un altro modo

Grazie al progetto portato avanti con l’Università degli Studi di Verona alcuni studenti hanno mostrato capacità di osservazione e apertura mentale riconoscendo il valore sociale dell’adozione attraverso la lettura del libro “Cara adozione”. Il loro compito era di redigere una tesina cogliendo l’essenza di questo viaggio nell’adozione attraverso le lettere dei soggetti coinvolti contenute nel manuale pubblicato da Italiaadozioni.

Nel primo gruppo 2017-2018 sono state selezionate due tesine  dall’impronta empatica, quella di Annarosa Granata e quella di Vanessa Righetti. Nel secondo gruppo, quasi all’unanimità, è stato nominato Davide Cappelletti che ha calato l’adozione nell’impegno sociale.

“Credo che la purezza e l’interezza siano valori, spesso elogiati dai self-made men e dai regimi totalitari, che non sono in grado di cogliere la profondità umana. L’uomo è la storia delle sue ferite, è il segno delle proprie cicatrici, è la necessità dell’altro poiché da soli non possiamo bastare a noi stessi. La bellezza della natura umana sta nel principio di cooperazione e di solidarietà, l’essere fautori del proprio destino o del “io non ho bisogno degli altri” sono valori ingannevoli che non determinano lo sviluppo dell’uomo, ma lo isolano in un solitario egoismo. L’uomo è le sue ferite e da questo presupposto dobbiamo partire per cooperare e creare delle stabili relazioni d’affetto. I bambini adottati vivono il grande trauma del distacco dalla genitorialità biologica, mentre i genitori adottivi talvolta hanno il trauma della mancata genitorialità biologica, ma attraverso la creazione del legame tra due “mancanze” è possibile creare la base di una relazione d’affetto, senza la quale non ci può essere persona, individuo e cittadino.”

La diversità come risorsa

Davide non è stato l’unico a dare questa interpretazione. Ho letto, ad esempio, con simpatia la tesina di Viviana Veronesi che esordisce scrivendo così:

“Che cosa significa essere diversi e in che modo lo si può essere? La società odierna non ha una concezione totalmente positiva delle differenze umane. (…) La diversità, di qualunque natura essa sia, non è da considerarsi come un limite, altresì come un talento da coltivare e valorizzare. (…) In ambito teatrale le maschere camuffano la nostra identità facendoci essere qualcun altro; nella vita reale, invece, le barriere più grandi da abbattere sono l’ignoranza e l’indifferenza. Non si può dire di amare qualcuno o qualcosa di diverso da noi se prima non lo si è conosciuto. La diversità è un enorme valore e come tale va apprezzato ed esaltato nella sua totalità.”

Ma è significativo anche ciò che dice Francesca Roncadori, arrivata nella rosa dei tre finalisti:

“Le diversità e le peculiarità che caratterizzano ogni percorso adottivo sono racchiuse nel libro Cara adozione, accompagnano il lettore pagina dopo pagina, si rendono agenti di conoscenza e di ascolto verso l’Altro, di chi ha vissuto esperienze diverse, “forti”, come l’essere un figlio, un genitore, una famiglia adottiva. Ciò che traspare dalle pagine è l’adozione intesa come un iter legislativo complesso, costituito da attese, depositi di richieste ai Tribunali, sentenze di adozione, ma anche una esperienza umana fatta di solidarietà, di amore incondizionato, speranze, apertura all’alterità, accettazione del prossimo, incontro, difficile da comprendere per chi, come me, non la ha vissuta sulla propria pelle. Nonostante ogni percorso adottivo sia un unicum, la finalità dell’adozione sembra essere comune, ovverosia la soddisfazione reciproca di bisogni umani, il bisogno di sentirsi completi, creare una famiglia, di semplicemente “appartenere”, “dare e ricevere amore”.

L’integrazione e l’accoglienza nella società in cui viviamo

Il tema dell’identità e dell’accoglienza viene ripreso anche da Eleonora Galavotti che scrive:

“Il confronto tra identità diverse, il dialogo tra culture diverse, permette di aprire la mente a queste tematiche e permette di far sentire anche tutti coloro che hanno vissuto un passato più complicato parte integrante di una società senza differenze, basata sull’uguaglianza, sul rispetto della dignità umana, sulla tutela dei diritti umani. E questo deve partire dalle famiglie che con il loro vissuto, la loro esperienza possono portare questi valori fuori e far sentire tutti quelli che vengono da paesi diversi o da vissuti diversi semplicemente accolti e a non etichettare come spesso si tende a fare nella nostra società quando non si comprende fino in fondo una scelta, una persona, una situazione.”

L’adozione e la diversità come spunto di riflessione per tutti i genitori ed educatori

Davide Cappelletti rafforza questo collage di riflessioni sul sociale e con chiarezza afferma:

“Attraverso questo libro ho avuto modo di approfondire il rapporto genitori-figli attraverso l’ottica dell’adozione. È stato un percorso interessante che ho avuto modo di collegare con gli insegnamenti di Recalcati (psicoanalista, ndr) e con le riflessioni filosofiche di Galimberti. Leggendo ho notato ancora certi limiti a livello di coscienza collettiva per quanto riguarda pregiudizi o meccanismi mentali elementari. Vi è ancora la necessità di creare una maggiore sensibilizzazione ed un forte collegamento tra i vari organismi educativi per rafforzare i valori del rispetto e della solidarietà, in modo da non lasciare la famiglia ed i figli isolati nel loro piccolo mondo d’amore ma creare una base comunitaria senza fallaci valori gerarchici e senza parole dettate dalla poca profondità e sensibilità. (…) L’umanità è il mezzo contro la disumanizzazione, l’uomo deve tornare ad essere un fine e mai un mezzo e, attraverso la coscienza dell’importanza della relazione, possiamo ricreare un senso solidale in grado di narrare una preziosa testimonianza.”

L’ultima parola la lascio a Viviana Veronesi che in modo schietto ci riconduce alle nostre responsabilità verso chi è altro da noi:

“Cari amici, vi confesso che se c’è qualcosa a questo mondo che mi fa arrabbiare più di ogni altra cosa, è il modo in cui vengono trattate e talvolta addirittura evitate le persone con disabilità. Già, perché la cruda e pura verità purtroppo è che tutto ciò che è extra ordinario o nuovo ci spaventa sempre: infatti la sola idea di inserire una persona disabile in un contesto lavorativo atterrisce molte persone.  In molti casi quindi non si sa come rapportarsi con il diverso. Si può imparare a fare tutto questo? Se sì, in che modo? (…) Ora parlo per esperienza personale: frequentare una persona disabile, anche se per poche ore la settimana, cambia la vita!”.

Chi crede che il libro Cara adozione parli solo di adozione e che l’adozione non gli interessi, prenda spunto da questi studenti. Se questo è il risultato, il libro ha raggiunto il suo obiettivo: la propagazione del seme dell’accoglienza e dell’esaltazione dell’umano. I ragazzi l’hanno capito molto bene.

La scelta del nome nell’adozione

L’adozione è una scelta libera. Libero sarà anche il destino dei nostri figli. Che abbiamo accolto nelle nostre case, ma di cui non avremo mai il possesso. Perché i rapporti sani si costruiscono così. Mi ha colpito molto la riflessione sul destino di Giovanni, cugino di Gesù. Il Vangelo introduce quali significati racchiuda la scelta di un nome. In termini di autonomia. Di rottura degli schemi. Della ricerca di autenticità. Della realizzazione della propria missione in vita. Una riflessione per tutti i genitori. Per quelli adottivi con un elemento di forza in più considerato che i nostri ragazzi un nome già ce l’hanno e va, a mio avviso, custodito.

 

Riflessione di don Gabriele Giacomelli- Parrocchia di S.Nicolò all’Arena

Dal Vangelo secondo Luca – Lc 1,57-66.80

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

La figura di Giovanni, il cugino di Gesù, è stata ritenuta importante sin dalle origini. Il vangelo di Luca unisce in modo stretto e simmetrico le nascite di Gesù e Giovanni, come protagonisti dello stesso progetto di Dio; Marco collega la missione di Gesù a quella del Battista come fosse l’una continuando l’altra (…).

Giovanni testimonia cosa sia di fatto il lasciare in nome di Dio: lascia la tradizione della sua famiglia: non sarà sacerdote come il padre; lascia una casa e una situazione agiata per vivere sobriamente nel deserto; e però acquista/trova il senso del suo vivere. (…)

In questo contesto, la disputa sul nome che è segnalata dal racconto di Luca, acquista un valore simbolico più ampio che non la semplice scelta di un nome.

Parenti e amici, che vorrebbero il nome del padre o quello di un qualche antenato – predecessore – riflettono quel sentirsi più sicuri quando tutto rientra nella tradizione, e si può riconnettere – ricomprendere – anche il nuovo nelle interpretazioni che già sono state date. Ci si attende anche un ‘nuovo’, ma che non sia tanto ‘nuovo’ da modificare le sicurezze assodate. C’é del nuovo nella nascita inattesa del bambino, ma (attraverso il nome) lo si vorrebbe ricomporre sulla scia delle cose di sempre …

Zaccaria e Elisabetta, invece, già si lasciano condurre da Dio a qualcosa di nuovo (è Dio che ha suggerito il nome, e loro si fidano, e lo confermano): riconoscono così che il figlio, che pure è risposta alle loro preghiere, non è però qualcuno che possa loro appartenere: il figlio risponderà in libertà alle sfide del suo vivere e alla missione che la vita e Dio proporranno.

“Cosa sarà del bambino?” – si chiedono tutti [forse non lo avrebbero chiesto se il nome fosse stato dentro la tradizione, perché il cammino sarebbe stato segnato: sarà anche lui sacerdote, aspetterà anche lui il suo turno al tempio, si sposerà con una della sua tribù …]

Accolto il nome scelto da Dio, il bambino sarà ‘altro … Qualcuno che, preso per mano dal Signore e reso forte dallo spirito (come aggiunge Luca), – con libertà, con tanti guadi, con molte domande – interpreterà quel nome che gli è stato consegnato: Giovanni, ossi Dio che si fa misericordioso.

Spesso ci sono guadi da passare nella nostra vita – per ciascuno: guadi tra vecchio e nuovo; tra ciò che ha funzionato nel passato e sfide nuove che ci sono proposte (o imposte). Forse anche per noi, in questi momenti, il nome del Battista [il significato che porta con sé] indica un cammino prezioso:

  • anche nel deserto è possibile incontrare Dio e riconoscere percorsi insperati, inattesi;
  • perché Lui è Dio che è misericordioso; che si mostra favorevole; che sta dalla parte di chi fa fatica …
  • e che, anche con noi, saprà prenderci per mano e renderci forti – potendo così incontrare più senso, e nuova  gioia.

La luce sugli oceani (USA-Nuova Zelanda 2016), un film per riflettere sul desiderio di maternità

 

Risultati immagini per la luce sugli oceani

Può il desiderio di diventare madre scusare una menzogna? Una menzogna non da poco se da quella dipendono la vita e il dolore di altre persone.

Il bene del bambino prima di tutto! – si è urlato più volte di fronte a fatti di cronaca di bambini rubati, scambiati o partoriti in tarda età. Tutto per dare un senso alla vita di una donna, ancora ripiegata – sembra –  sulla maternità 

Già, il bene del bambino.

Di fronte alla storia di  Tom e Isabel  c’è la storia di Hannah, la mamma di nascita della piccola Lucy che i due hanno strappato alla furia del mare e che decidono di crescere in clandestinità. Le due madri a confronto. L’una giovane e con un grembo non fertile, la seconda con l’unico frutto, che crede ormai perduto, lasciato dal marito disperso in mare.

Nel film vince la legge, il rimorso, il ritorno della bimba nella sua famiglia di origine. Non senza difficoltà. Perché, per lei, la sua “vera” mamma è la mamma che l’ha cresciuta, non che l’ha generata. Un ribaltamento di ruoli, quindi, a dimostrarci come tutto sia relativo, a seconda di come si voglia leggere la storia.

Alla fine, come nei canoni del melodramma, il bene esce. Lucy cresce con mamma Hannah ma non dimentica che Tom e Isabel l’hanno salvata e  cresciuta con amore nei primi quattro anni della sua vita. Persino mamma Hannah comprende la disperazione dei due e non si accanisce alla ricerca di giustizia, nonostante il grave torto subito.  Dopo tanti anni Lucy torna da Tom e Isabel, per ringraziare e per presentare ai due suo figlio, quasi loro nipote acquisito. Ma Isabel non c’è più e non può riabbracciare la “sua” bambina tanto amata.

Dramma sulla maternità e la responsabilità, sui legami di sangue e quelli del cuore, sulla lealtà e il tradimento, sull’ossessione e il perdono. Ma anche un modo per capire che la maternità può essere desiderio di possesso. Maternità tutta da discutere e sviscerare.

E’ doveroso scrivere che La luce sugli oceani è un adattamento cinematografico di Derek Cianfrance dell’omonimo best seller del 2012 dell’autrice M. L. Stedman.

Morale. Il faro guida a distanza i naviganti ma non sa guidare la coppia che, sebbene innamorata, fatica a dare un senso alla sua vita senza figli.

La solitudine delle famiglie adottive di fronte al razzismo

 

Integrazione: da due colori diversi ne nasce un terzo, ancora più bello, un punto di contatto con il reale

Il febbraio scorso era diventato virale il post dell’imprenditrice Gabriella Nobile che invitava Salvini a moderare i toni perché i suoi figli di pelle scura temevano di essere rimpatriati una volta che quel signore fosse andato al governo. Nei vari gruppi la discussione si era animata tra sostenitori della signora e chi l’accusava di essersi intromessa nella campagna elettorale a pochi giorni dal voto.

La nota positiva della vicenda è che molte famiglie adottive, con figli di etnie diverse, hanno avuto il coraggio di raccontare la loro giornata, fatta di relazioni a scuola, al parchetto e con il vicinato. Ne è uscita una verità sconsolante dove erano palesi situazioni di razzismo anche pesanti.

Salvini ha risposto alla signora Nobile di stare tranquilla, affermando che lui non ha alcuna intenzione di allontanare i bambini, ma solo i delinquenti.

La storia, a mio avviso, può far sorgere una riflessione: in un clima fatto di slogan del tipo “A casa loro!” o “Prima gli italiani!” è sufficiente essere cittadino italiano regolare e non delinquere per essere rispettato? Parlo di chi ha tratti somatici diversi. Slogan simili si sentono in altri paesi europei.

Ecco allora la lettera di Vito.

Vito parla di un fatto accaduto a suo figlio, fermato a Nizza, pur in possesso di regolare carta d’identità italiana, perché un’ordinanza della città prevede l’esibizione del passaporto per i cittadini in transito. Prima di tutto Vito si chiede da quando un’ordinanza locale prevale su un trattato UE, quello di Schengen che consente la libera circolazione delle persone negli stati comunitari. Si domanda anche se non vi sia una sottile discriminazione o una troppo rigida applicazione dell’ordinanza, considerato che suo figlio è sì italiano, ma ha la pelle scura e tratti somatici tipici dei suoi avi cileni, visto che è stato adottato. Al di là dell’episodio burocratico è lecita la domanda di Vito: “Chi rimborserà mio figlio della dignità di cittadino italiano non riconosciuto dai francesi?”.

Nei gruppi dei ragazzi adottati risuonano spesso le discriminazioni che vivono tutti i giorni sulla loro pelle: chi per commenti gratuiti, chi per sguardi di commiserazione e disprezzo, chi per una mancanza di vera considerazione come quella della commessa che fa passare davanti altri clienti perché tu hai una carnagione diversa.

Oggi mi sono letta il Discorso Programmatico del nuovo Presidente del Consiglio al Senato e mi sono fatta alcuni appunti. Trattando dell’immigrazione il premier afferma:

  • Non siamo e non saremo mai razzisti. (…) Difendiamo e difenderemo gli immigrati che arrivano regolarmente sul nostro territorio”
  • Per garantire l’indispensabile integrazione dobbiamo combattere le forme più odiose di sfruttamento legate al traffico di esseri umani (…)
  • Riferendosi all’uccisione di Sacko Soumayla lo definisce come “uno tra i mille braccianti, con regolare permesso di soggiorno, che tutti i giorni in questo paese si recano al lavoro in condizioni che si collocano al di sotto della soglia di dignità.

Si toccano, quindi, i temi del razzismo, dell’integrazione, del traffico di esseri umani e della dignità. I nostri figli non sono immigrati, sono cittadini italiani a tutti gli effetti, parlano l’italiano. Di che cosa dovremmo preoccuparci? Hanno anche famiglie che danno loro gli strumenti culturali per difendersi dal razzismo.

Ma non è abbastanza.

Come non è abbastanza la lotta contro il traffico degli esseri umani annunciata dal Presidente del Consiglio che non si può ridurre al solo traffico di braccia lavorative, ma si deve allargare anche all’importazione illecita di bambini trafugati alle loro famiglie per darli in adozione a famiglie italiane ignare. E introduce anche il tema del lavoro. Mi domando se per chi ha un nome straniero diventerà più semplice ottenere i permessi per iniziare un’attività, quanto peserà lo smaltellamento dell’alternanza scuola lavoro, punto di forza della Germania e utile a molti dei nostri figli che danno il meglio nella manualità piuttosto che nello studio, o se diventerà più fluido muoversi per l’Europa per un lavoro come non è accaduto a Luìs.

Non mi resta che unirmi alla voce del Forum del Terzo Settore che auspica una proficua collaborazione tra Ministri e il tessuto sociale per la costruzione di una società più equa, inclusiva e sostenibile. In Italia e in Europa. Lo dobbiamo ai nostri figli che, in tanti, hanno affrontato un lungo viaggio per venire in Italia.

Per chi non avesse letto la lettera di Vito, Luìs è arrivato a destinazione con l’aereo e la sola carta d’identità italiana. Valida per via aerea, a quanto pare, e non per via terra. No passport!