Sessualità/adulti deviati. Mamma Roberta: “Le responsabilità della pubblicità nell’adultizzazione dei nostri figli”

E’ parere di chi scrive che l’emancipazione dei nostri figli vada di pari passo con l’emancipazione femminile (e maschile).

In questi giorni mi è capitato di leggere in contemporanea due articoli che avevo archiviato tempo fa, ma sempre attuali. Il primo riguarda la precocità dei nostri figli (“Aiuto ci stanno rubando l’infanzia” – NOI 07/2010) e il secondo parla dell’idea di liberazione delle donne (“Il falso femminismo della pubblicità” – Internazionale 2014). Entrambi puntano il dito sulla società dei consumi e la pubblicità.

“E’ in corso un attacco da più fronti volto all’erosione dell’infanzia, attraverso prodotti di vario genere che anticipano la crescita delle bambine, chiamate ad assumere pose e atteggiamenti adulti e con una spiccata valenza sessuale. (…) proposta di oggetti e accessori da adulti al pubblico delle cosiddette twinagers che comprende bambine dai sei ai dodici anni.“ Nell’articolo si fa l’esempio di reggiseni imbottiti per bambine di sette anni, sette anni!

C’è poi un passaggio che mi ha colpita: “Proteggendo loro, in realtà salviamo anche noi stesse perché promuoviamo un’immagine di donna più fedele alla realtà non rinchiusa in un’impossibile eterna giovinezza, ma dotata di un corpo che cambia lentamente nel tempo, mantenendo la sua bellezza. Per far questo abbiamo bisogno di madri che recuperino il buon senso e siano capaci di proibire ciò che a loro avviso non è adatto alle loro figlie”.

Forse, se ci spendessimo di più nella nostra funzione di educare, avremmo molto meno bambini adultizzati.Ma per fare questo bisogna essere donne (e uomini) emancipati. A questo punto ben si inserisce l’articolo di Laurie Penny sul falso femminismo. Secondo l’autrice, giornalista britannica, noi donne pensiamo di essere emancipate perché fumiamo o usiamo prodotti che la pubblicità ci propina come “femministi”. In realtà è vero il contrario. “Quello della pubblicità è un settore in cui si combattono importanti battaglie culturali. Nella metropolitana di Londra i manifesti che pubblicizzano la chirurgia estetica sono diventati più rari da quando hanno cominciato a essere sfregiati e coperti di adesivi che ne denunciano il sessismo. (…) Anche la pubblicità più provocatoria di solito sfrutta le mode e le tendenze della sua epoca (…) La giustizia sociale in sé è più difficile da vendere  (…) significa permetterci di vivere una vita in cui siamo qualcosa di più del nostro corpo, di quello che compriamo e di quello che abbiamo da vendere. (…) Non c’è niente di male nel farsi propaganda né nell’usare idee femministe per vendere cioccolato o cosmetici. Ma ci sono idee che rimarranno provocatorie e inquietanti per quanto le si voglia camuffare. Non basta entrare in un negozio e comprare una torcia della libertà: devi accenderla tu stessa e passarla.”

Anche Loredana Lipperini nel suo noto libro “Ancora dalla parte delle bambine” – Feltrinelli 2007 – lanciava un SOS. Secondo l’autrice all’eccessiva attenzione degli adulti verso l’infanzia non c’è un’equilibrata difesa della stessa: “Ci si interroga su come sia possibile che i medesimi (bambini) vengano così precocemente sospinti alla pubertà, e perché i loro comportamenti emulino così smaccatamente quelli dei grandi. Colpa dei mass media, si deduce. Invece, almeno una delle risposte possibili dovrebbe suonare come “perché gli è stato chiesto”. Anche lei parla delle tweens a cui sono propinati cosmetici per l’infanzia, biancheria intima, lucidalabbra, paillete per il corpo, ombretti, smalti per unghie.

“Si chiama entry point. E’ il punto d’ingresso della marca, significa abbassare l’età del target. In sostanza significa che i temi, i prodotti , i programmi televisivi rivolti apparentemente ai quattordicenni vengono in realtà fruiti dai bambini di otto anni. (…) A metà degli anni novanta le bambine comprese tra i sei e dieci anni divennero improvvisamente più consapevoli delle etichette. (…) Anche gli stereotipi femminili passano da spot a spot. Lasciando a chi guarda (specie se giovanissima) il dubbio di come si concili la donna delle automobili con quella dei prodotti per la casa, dei cosmetici e del cibo. Perché mettendo in fila tutte queste femmine, viene fuori una storia che non tiene. (…) Nella confusa femmina pubblicitaria la bambina si specchia e a volte si riconosce. (…) Dunque le bambine si osservano allo specchio di una femminilità multipla, ma con due imperativi principali: piacere e accudire.

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