Storia familiare. L’esperto: “Alcuni suggerimenti per comunicare con gli adolescenti”

di Gabriel Munoz – psicologo ed educatore di minori in situazione di disagio

“Eccomi, sono qui.”

Per gli adolescenti è molto importante avere la possibilità di fare riferimento ai loro genitori quando hanno un problema. Anche quando sono ribelli, spavaldi o autonomi nelle loro scelte, nei momenti più difficili hanno bisogno di aver la sicurezza che i loro genitori ci sono. Soprattutto in questi momenti è quando dobbiamo essere attenti e non dare nulla per scontato. Se loro non stanno vivendo un bel momento e noi facciamo finta di niente o semplicemente non siamo attenti, diamo a loro una buona ragione per arrangiarsi e cercare aiuto e consigli altrove.

“Puoi venire da me ogni volta che ne hai bisogno, io sarò sempre qui per ascoltarti”

Bisogna ascoltarli, l’atteggiamento di silenzio e allo stesso tempo di attenzione verso di loro è molto importante a volte di più rispetto a tante parole o a discorsi moralisti che loro spesso non vogliono per niente sentire. L’ascolto attento stimola i giovani a parlare e li aiuta a capire quanto importanti sono per noi.

In sintesi, l’ascolto aiuta a costruire un clima di reciproco rispetto e di affetto.

L’ascolto attivo è un ATTEGGIAMENTO, il cui scopo è quello di entrare in relazione profonda con l’altro permettendogli di esprimere se stesso completamente, di esplorare anche le parti di sé non consapevoli e di ampliare la propria mappa, trovare nuove risorse per cambiare.

Come essere un buon ascoltatore? Alcune idee:

• Orientarsi col corpo all’altro che sta parlando;

• Guardare negli occhi, è una fonte di conoscenza importante;

• Chiarire le cose ponendo domande;

• Impegnarsi a non distrarsi;

• Impegnarsi a capire ciò che viene detto, nonostante emozioni e pensieri interni e rumori ambientali che possono produrre interferenze;

• Dedicare del tempo esclusivo, non si può ascoltare bene mentre si fanno altre cose.

Infine alcune domande utili alla riflessione:

I vostri figli sanno che possono contare su di voi? Ricordatevi che non basta dirlo, bisogna attuarlo: riuscite a dedicare del tempo ai vostri figli? Li ascoltate cercando di evitare il giudizio o avete già pronto il vostro discorso prima che lui/lei finiscano di parlare? Nella coppia, vi ascoltate? Dedicate del tempo esclusivo al dialogo o avete sempre qualcosa che vi distrae?

 Per altri suggerimenti con gli adolescenti vedi http://gabrielmunozpsicologia.blogspot.it/

Storia familiare. Laboratorio di narrazione: “L’importanza di raccontarsi come coppia per poi raccontarci al bambino”

Sintesi dell’intervento del Prof.Giuseppe Maiolo,  psicologo e psicoanalista -Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

Le parti in corsivo sono riflessioni di chi scrive.

 

“Essere al mondo ci fa narratori ed individui che sono narrati”  – Duccio Demetrio

Una storia esiste anche se non è raccontata. Meglio se c’è qualcuno che la racconta. Per questo l’uomo ha l’uso della parola.

A cosa serve narrare?

 

Trasmissione delle esperienze.

Le fiabe, nella loro trasmissione orale, sono sempre servite a questo, anche perché noi uomini apprendiamo per storie.

Il bambino ha bisogno di uno schema fisso, solo dopo potrà fare le variazioni sul tema (Penso alla continua richiesta del bambino di raccontare una storia, sempre quella. Anche la storia dell’adozione deve avere dei cardini ripetitivi). Il bambino ha bisogno di interagire con noi in un rapporto reciproco in cui noi educhiamo i figli ma anche loro educano i genitori. Educare, infatti, significa “tirare fuori” ed è un’attività reciproca.

 

Narrare ed essere narrati

Se non si narra significa che siamo soli.

Se non si viene narrati vuol dire che perdiamo di consistenza.

In entrambi i casi è il fattore “tempo” che approfondisce la relazione. Narrare significa allora prendersi cura dell’altro, prendersi tempo per l’altro.

 

Chi si accorge di noi, ci narra. Noi narriamo tutto ciò che amiamo.

L’adolescente lo sa bene. Per questo l’adolescente ha bisogno di essere nei pensieri dei genitori, perché alla fine, non essere narrati vuol dire essere dimenticati. (Il comportamento menefreghista dei figli adolescenti lascia il tempo che trova).

Dai tre anni in poi la memoria comincia a costruirsi. Se da tre a sette anni la memoria non c’è, qualcosa non va. Significa che non l’ho esercitata abbastanza. (Potrebbe essere il caso dei ns figli che dimenticano cose e avvenimenti importanti).

Ricordare dà emozioni

Tra queste emozioni c’è la “compassione” con il significato di condividere, sentire l’amore per quello che è accaduto

 

Chi racconta offre il “chi sono” non il “che cosa faccio”.

La conclusione è che i genitori si raccontano troppo poco ai figli. Siamo presi da mille cose, disturbati da Tv, messaggi veloci, da attività frettolose e povertà relazionale.

Da dove dobbiamo cominciare?

– rievochiamo la nostra storia

– narriamo le sensazioni della vita

– scriviamo di noi stessi su un diario

– inventiamo fiabe

– raccontiamo di noi ai nostri figli, raccontiamo della storia della nostra famiglia

 

Nel tempo dell’attesa è importante che la coppia si racconti, che entri in intimità. All’arrivo del bambino non ci sarà più tempo. Allora si entrerà nella seconda fase, quella della narrazione al bambino. E’ solo raccontandoci che insegneremo al bambino a raccontarsi.

 

Nell’adolescenza è importante narrare le vicende familiari dai nonni e trisavoli, per far capire come si sono evoluti i rapporti ed evidenziare le peculiarità dei personaggi. Solo così il figlio potrà capire che ci sono varie strade per raggiungere la meta e che anche il suo sentiero non è già stato tracciato, sarà lui a dargli una sua originalità.