Storia familiare. Mamma Paola: “Darsi tempo all’inizio della storia di una nuova famiglia”

Testimonianza Convegno ICYC 2012 – La storia siamo noi

“Al convegno di quest’anno mi è stata chiesta una testimonianza sull’età preadolescenziale. Cerco di focalizzare il concetto di ‘preadolescenza’ e rifletto  che in realtà, con mia figlia oggi tredicenne, ho invece la sensazione che non siano applicabili definizioni nette. Decido di testimoniare semplicemente i passaggi più significativi di questi primi cinque  anni  di post adozione, qualunque sia la loro definizione, forse perché penso che la preadolescenza possa avere radici lontane.

Circa cinque anni fa, a fine luglio, mio marito ed io rientrammo in Italia con nostra figlia, dopo una permanenza di quasi due mesi in Cile. A metà settembre, l’inizio della scuola. Ricordo la telefonata  di una signora della Fondazione – una mamma adottiva  – che mi consigliava di tenere a casa la bambina da scuola, per 6 mesi o un anno, di stare con lei, a casa dal lavoro, per poterla ‘sentire veramente mia’, per costruire il nostro ‘legame di madre e figlia’.

Io e mio marito ci pensammo un po’, consultammo un paio di coppie adottive, valutammo anche il ‘nulla osta’ della psicologa cilena. E pensammo che il mio part time fosse sufficiente. Eppure, l’aver deciso di mandare nostra figlia a scuola quel settembre (pur se iscritta alla 1° classe, quindi con un ‘vantaggio’ di due anni), e, ancor più, nell’unica formula disponibile del ‘tempo pieno’, è stata una decisione che, nel mondo dei ripensamenti, con la sensibilità di oggi, metterei in discussione.

Oggi, quando mi volto indietro, vedo quella miriade di capricci iniziali, di intemperanze e di opposizioni, come il suo grido di disagio. E vedo anche la nostra inadeguatezza iniziale. I nodi per nostra figlia erano la gestione delle frustrazioni e dell’esclusione sociale, le difficoltà cognitive, le relazioni con gli altri. Dopo quasi due anni di post adozione sembrava che quei nodi avessero quasi un crescendo di intensità.

Decidemmo di chiedere aiuto alla psicologa della Fondazione ed entrammo in un progetto di sostegno all’inserimento scolastico. Il primo feedback dei professionisti fu un giudizio di inadeguatezza del corpo insegnanti sotto il profilo relazionale con la bambina. Realizzammo che i veri Insegnanti sono quelli che si accertano di aver trovato le strade efficaci per insegnare, che si spendono per una relazione non superficiale con chi resta indietro e ha più bisogno. Cambiammo scuola e finalmente trovammo due insegnanti meravigliosi: gli ultimi due anni di scuola primaria sono stati un sogno; ho visto mia figlia andare a scuola volentieri poiché si sentiva accolta, soprattutto dagli insegnanti. Anche i quaderni hanno iniziato a parlare di un’altra bambina. Ricordo un commento di questi meravigliosi insegnanti: ‘..basta saperla prendere..’. In due anni non mi hanno mai chiamato una volta perché gestire ogni situazione in classe (e qualcuna un po’ spinosa c’è stata) faceva parte, come mi hanno riferito, ‘del loro lavoro’.

In questa relazione di aiuto, il secondo consiglio, per noi genitori, fu di migliorare il clima famigliare marginalizzando in qualche modo il tema ‘scuola’. Purtroppo la nostra società oggi offre un sistema scolastico che ha dei ritmi e degli obiettivi del tutto innaturali per i bambini. I ritmi sono quelli del lavoro degli adulti. Gli obiettivi spesso sono, nella sostanza, di uniformità e non di rispetto delle diversità, di nozionismo e non di valori. Per chi non resta al passo e non si inserisce la scuola può diventare un lungo disagiato parcheggio.  Seguendo il consiglio abbiamo iniziato a trasmettere il valore scuola semplicemente parlandone in casa in molti modi, senza insistere, disquisendone con un certo apparente distacco ed eliminando le estenuanti battaglie per fare i compiti. Accettando anche le decisioni ‘scolastiche’ a volte poco salubri di nostra figlia.

Riconoscendo che stava crescendo e che aveva il diritto di decidere da sola– ecco forse un tratto della preadolescenza – pur prospettandole serenamente le conseguenze delle sue azioni. In breve tempo ci siamo accorti che rispondeva molto meglio dove non trovava costrizioni bensì possibilità vera di scelta. Per noi genitori esercitare questa disciplina amorevole alla scuola, ma anche alle regole in generale, ha significato un esercizio salomonico di pazienza, l’esercizio del rispetto per definizione delle scelte di nostra figlia compreso quella di sbagliare; ha significato  il saper controllare la naturale preoccupazione che hanno tutti i genitori per il futuro dei propri figli oltre a metabolizzare nell’intimo che il valore di una persona non dipende in ultima analisi dalla sua carriera scolastica.

La scuola non doveva essere così importante da rovinare la nostra quotidianità famigliare. Marginalizzandola, abbiamo riscoperto e posto al centro dell’attenzione con nostra figlia molti altri temi di dialogo, su cui non c’era dissidio, su cui c’era molto più spazio per stimolarla, premiarla, sostenerla, darle fiducia ma anche esaudirla, accettarla e accoglierla senza pretese. Il tutto con l’obiettivo di darle un po’ di quell’autostima che normalmente dovrebbe arrivare da una età precedente alla scuola. Un tempo di nostra figlia che tutti noi – ma soprattutto lei – ci siamo persi completamente e di cui non saremo mai in grado di valutare fino in fondo i danni.  Ecco allora in che termini poteva e doveva avere un senso il darsi un tempo più o meno lungo, fuori dalla giostra della vita, all’inizio della nostra storia di nuova famiglia.

Da poco nostra figlia ha iniziato la 1° media e ci sembra che l’approccio sia positivo. Oggi, pur già in presenza di alcune situazioni di frustrazione vediamo che ha trovato in sé delle risorse per superarle. E questo per il momento è già positivo.”