Storia familiare. L’esperto: “Se il figlio adottivo è in crisi”

di Marco Schiavi – psichiatra e psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza  – Membro di comitato della Società Ticinese di Psichiatria e Psicoterapia

Alcune riflessioni sul difficile compito dei genitori di fronte al problema dell’adozione in età adolescenziale.

C’è chi dice che i bambini sono tutti uguali ma ai genitori che vedo per la valutazione dell’idoneità psichica all’adozione spesso racconto che ce ne sono tanti diversi perchè, anche se ancora piccoli, hanno già una ferita psichica enorme, determinata dall’abbandono.

L’intento è di suscitare nei futuri genitori adottivi degli strumenti di comprensione di qualcosa che sarebbe altrimenti inspiegabile: le difficoltà di attaccamento di alcuni dei loro figli, che sembrano non accettare le cure e l’affetto dei nuovi genitori, nonostante sia opinione comune e condivisibile, che l’amore che si dona al figlio adottivo (e non) abbia anche una dimensione riparatrice di questa ferita e sia di grande importanza per il migliore sviluppo del bambino. Potremmo in altri termini dire che viene rifiutato ciò di cui si ha più bisogno e che è venuto meno al momento dell’abbandono: l’amore della mamma.

I futuri genitori solitamente non aspettano altro che un piccolino da amare e crescere, desiderio che origina spesso diversi anni prima, e la sua mancata realizzazione lo rende una vera fatica. Infatti alcune coppie hanno già figli biologici, più raramente è una futura madre “single” a formulare la richiesta di adozione, ma la maggior parte della coppie vi giunge perchè i figli tanto desiderati non arrivano. A questi ultimi ricordo, valorizzandola, che hanno una sofferenza in comune col figlio adottivo: un’altra ferita psichica, per loro legata alla sterilità (assoluta o relativa); sicuramente più gestibile di quella del bambino perchè verificatasi in età adulta, in un periodo di minore vulnerabilità, tuttavia facilmente sottovalutata perchè sopraffatta dalla gioia di diventare ugualmente genitori. Tanti tra loro si sono sottoposti ad esami medici, a trattamenti farmacologici, a fecondazioni assistite ed in vitro, e i colleghi che lavorano nei centri per la fertilità sanno che pesanti vissuti emotivi muove questo percorso, ma torniamo alle difficoltà cui accennavo prima.

Non è una regola e non vi è neppure un’età o un tempo specifico per questa “crisi” del figlio adottivo, che a un certo punto rifiuta apertamente l’affetto dei genitori. La maggior parte delle famiglie si rivolge allo psichiatra quando un minore è preadolescente o adolescente, spesso dopo un periodo in cui “le hanno provate tutte”. Le manifestazioni sono le più varie, ma di fondo il tema è sempre lo stesso: tu non sei mia madre (o mio padre) e non puoi dirmi cosa fare, oppure quando il bambino è più piccolo, si oppone “semplicemente” a quanto richiesto dal genitore, “screditandolo” indirettamente. In verità questi comportamenti non sono specifici dei figli adottivi, sono frequenti in tutti i ragazzi, è però anche vero che l’intensità dell’emozione soggiacente ed il tempo piuttosto lungo del periodo che precede la crisi (durante il quale già si manifestano delle complicazioni) gli conferiscono un peso tale da poterlo collocare tra le difficoltà sulle quali riflettere prima di adottare un bambino.

Sottolineerei che anche il valore simbolico dell’atteggiamento di rifiuto del genitore, nella situazione d’adozione, ha un impatto importante sull’adulto che è consapevole di non avere la maternità o la paternità biologica del figlio. Se aggiungiamo a questo aspetto anche la dimensione della sofferenza che spesso i genitori adottivi hanno vissuto per non aver potuto avere figli biologici (particolarmente dolorosa per la donna), troviamo la classica piaga nella quale il figlio adottivo mette il dito, perchè quando provocatoriamente accusa il genitore di non essergli padre o madre, non solo gli rinfaccia una verità (parziale) ma cerca “uno spettro” ben celato nell’armadio.

Tante volte il compito educativo dei genitori richiede quella fermezza che origina dalla ragionevole consapevolezza di essere nel giusto; il genitore adottivo deve essere consapevole che il valore maggiore della genitorialità si trova nella continuità della relazione di tutti i giorni, ed è pertanto più padre e più madre dei genitori biologici del bambino adottivo, senza però negare che senza il loro contributo (generante) il minore stesso non ci sarebbe. L’impegno e la presenza quotidiana del genitore sono la via per aiutare il figlio a superare la crisi, non solo nella loro applicazione concreta (perchè solitamente i genitori già lo sanno), ma anche nella loro esplicitazione in termini di valore e di affetto. Quando una coppia mi racconta: “non ci dà retta, ci rifiuta nonostante tutto quello che abbiamo fatto per lui” li invito a condividere questo valore: “avete un storia in comune di gioie e di fatiche che avete scelto di vivere per lui e per voi” ricordando che la prima gratificazione della genitorialità è nella genitorialità stessa. Si può dunque riprendere il tema col figlio in questi termini: noi abbiamo scelto di essere la tua mamma e il tuo papà perché volerti bene ci dà una grande gioia, speriamo quindi che tu possa presto condividerla con noi anche se ora sei molto arrabbiato.

Non è tanto utile, a mio avviso, dare dei consigli generici in uno spazio stretto come questo articolo, tuttavia ci tengo a sottolineare questo aspetto importante: generalmente il bambino piccolo occupa la posizione centrale nel suo mondo. Quando viene abbandonato se ne attribuisce più o meno consapevolmente la responsabilità, come se dicesse: “se mi hanno abbandonato è perché io sono troppo cattivo (oppure non valgo niente)”, e non rinuncia facilmente a questa sua spiegazione perché ne trae un vantaggio importante: conferisce un senso ad un avvenimento altrimenti inspiegabile, e permette di “salvare” l’immagine positiva dei genitori biologici e quindi delle sue origini. Il figlio adottivo ha dunque bisogno di tanto tempo prima di cambiare la considerazione che ha di sè (esito del trauma dell’abbandono) ed agirà la sua supposta “cattiveria” per darsene costantemente conferma.

Un secondo aspetto importante è costituito dalla necessità di controllare gli avvenimenti quando hanno avuto una valenza traumatica; il minore preferisce dunque gestire il prossimo abbandono, accentuando al sua negatività, prima di subirlo passivamente e traumaticamente come è già stato il caso nella sua esperienza. Tanti genitori raccontano infatti: “…sembra che faccia di tutto per metterci alla prova, per vedere se anche noi lo abbandoniamo…”.

Ė però importante sottolineare come l’esperienza dell’adozione sia nella maggior parte delle situazioni molto gratificante. Diventare genitori è un’esperienza di crescita personale, anche per la fatica che comporta. Prendersi cura di una persona che sta diventando grande è impegnativo perché richiede attenzione e dedizione, ma è anche nella natura dell’essere umano. Se i nostri genitori non avessero avuto il desiderio di metterci al mondo e la pazienza di crescerci, l’umanità sarebbe probabilmente già estinta.

(fonte: spazioadozioneticino.blogspot.com)