Famiglie imperfette: ”Avete provato ad essere una famiglia multietnica?”

Sostengo da sempre che il futuro è delle famiglie multietniche e che le famiglie adottive sono già futuro.

Non mi va, però, di nascondere la difficoltà di essere una famiglia “bicolore”. Le famiglie devono essere accoglienti e insegnare l’accoglienza: giusto! Questi sono discorsi da adulti. Ma come vivono i bambini il loro diverso colore della pelle? Da quello che so i guai grossi cominciano con l’adolescenza. Credo, inoltre che ci sia una diversità di reazione a seconda del temperamento del ragazzo. Mi viene da pensare che un carattere aperto e solare abbia più risorse per superare eventuali “apprezzamenti razzisti” di uno timido e insicuro.

Vi parla una mamma adottiva di una ragazza di 20 anni proveniente dall’America Latina, dalla pelle marroncina, confondibile con i tratti mediterranei delle nostre donne del sud. Eppure il colore della pelle è stato un tema ricorrente alle elementari e ancora di più alle medie. Mi sono sempre chiesta come si sentisse lei, mettendo in ultimo piano i miei credo e convinzioni, pur cercando di fornire tutti gli strumenti per una legittima difesa civile.

Mi rimane comunque il dubbio se sia giusto catapultare un bambino in un’area a rischio.  Possiamo parlarci addosso finchè ci pare ma la sensazione di diversità sono i bambini che la vivono, non noi, forti delle nostre radici.

Chi adotta bambini di altre etnie è giusto che sappia che non è una favola di zucchero filato….che le certezze iniziali lasciano spazio a parecchi dubbi…..che è meglio, secondo me, avere dubbi che certezze assolute.

C’è un altro aspetto e concludo. Ho letto vari commenti sull’argomento e mi sono domandata: a parte i genitori adottivi che sanno di cosa stiamo parlando, pur vivendo esperienze diverse, gli altri si sono chiesti che cosa fanno per rendere l’integrazione di questi bambini più facile? Invitano il bambino scuro al compleanno del figlio? Telefonano alla neo mamma adottiva per sapere come sta? Fanno giocare i loro figli o nipoti con bambini che faticano ad esprimersi o che manifestano certi malesseri attraverso il comportamento?

Credo che il nodo centrale da sciogliere sia: che cosa faccio io, cittadino, per rendere migliore questo mondo?

La sentenza della Cassazione ha avuto il merito di tracciare le linee guida, noi tutti, non solo le famiglie adottive, dobbiamo contribuire al cambiamento.

Famiglie imperfette: “Un’opinione controcorrente sulla sentenza della Cassazione del 2010”

“La Cassazione lasci stare i bambini” di Alessandro Gilioli, giornalista.

Nel 2010 la Cassazione ha detto no alle coppie che chiedono uno o più bambini in adozione indicando, però, di non essere disponibili a ricevere bimbi di pelle nera o di etnia non europea. Sul web si sono scatenate discussioni evidenziando i pro e i contro sull’argomento. L’articolo di Gilioli, scritto prima della sentenza, esprime un altro punto di vista. E’ giusto parlarne.

« Gonfio di educazione politicamente corretta, di quella casellina, me ne sono quasi indignato. Ma come? Mica siamo al supermarket, che uno sceglie il prodotto. E’ un bambino, e come viene viene. Che brutalità, che schifezza, che idiozia queste caselline.

E invece, l’idiota ero io: ma l’ho scoperto solo con il tempo. Con i corsi al Ciai, con le lunghe chiacchiere insieme agli psicologi che avevano seguito centinaia di adozioni bene o mal riuscite, con i confronti con tante coppie che stavano facendo o avevano già fatto lo stesso percorso. Perché le dinamiche della genitorialità adottiva sono molto complesse, delicate e scivolose: non è una passeggiata, non è un gioco. E – soprattutto – non è in ballo il desiderio di un genitore di avere un figlio, ma il diritto di un bambino di avere una famiglia che l’ama.

Un bambino ha diritto a vivere in una famiglia che si sente pronta a farlo diventare davvero suo figlio. E tu, genitore, dovrai superare con il tuo amore totale il muro della biologia. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che si sentirà comunque diverso dai compagni di classe o dai cuginetti. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che un giorno si accorgerà di non avere il tuo colore degli occhi e ne proverà un dolore infinito. Dovrai superare con il tuo amore totale il fatto che la genitorialità adottiva può diventare perfino – quando il figlio sarà adolescente – uno strumento per farti del male, e se tu gli dirai di tornare entro mezzanotte lui ti risponderà: che cazzo vuoi tu che non sei neanche mio padre? (è successo davvero a una coppia che ho conosciuto).

E il diritto del figlio a questo amore totale passa, prima di tutto, attraverso la sua completa accettazione, fin dal primo giorno. Che è un fatto profondamente intimo, privato, ed è il risultato di infinite e contrastanti spinte interiori. Non c’è scritto da nessuna parte che tutti i genitori si sentano pronti o siano capaci di crescere un bambino con una grave malattia. Allo stesso modo non sta scritto da nessuna parte che ogni genitore del mondo – specie una madre – nutra nel profondo del suo animo l’assoluta capacità di accettare e amare totalmente un bambino che, per la pelle di colore diverso, non gli assomiglia per niente.

Potete, se volete, condannare eticamente quel genitore, e probabilmente lo farei anch’io. Ma non potete imporre a un figlio di crescere con un genitore che abbia dentro di sé quelle riserve. Perché fareste davvero del male al bambino, i cui diritti devono invece prevalere su tutto il resto.

Spero proprio che la Cassazione respinga la proposta della procura, perché è una stronzata pazzesca.»

(fonte: gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/04/28/la-decisione-della-cassazione-e-una-stronzata/)

Famiglie imperfette. Un’esperienza americana: “La zona grigia”

di Debra Monroe – scrittrice statunitense

L’autrice decide di adottare una bambina di colore, ma sin dall’inizio le agenzie preposte a cui si è rivolta la sconsigliano di percorrere questa strada. Durante l’esperienza adottiva continuerà ad incontrare persone che vedono nel colore della pelle la differenza. 

“Vi spiego cos’è una giornataccia. Quando ancora vivevamo in provincia, mia figlia aveva quattro anni e un giorno va all’asilo e due bambine le dissero che gli altri bambini la trovavano brutta. Mia figlia s’inquietò e io le spiegai che esistono le persone cattive, alle quali non bisogna darla vinta, ma che è meglio circondarci di amici che ci trattano con amore e rispetto.

(…) Ci sono momenti in cui il razzismo è sottinteso, tacito. (…) quando penso che mia figlia non è stata invitata a una festa perché i genitori di turno non vedono di buon occhio le amicizie interrazziali sono troppo sospettosa? Paranoica? Ma se invece non prendo la cosa in considerazione e non vigilo sull’amicizia con quel bambino, questo fa di me una di quelle persone che vedono il bicchiere mezzo pieno per sottrarsi alle verità sgradevoli? (…)

Prima di diventare madre, la mia reazione al razzismo era di indignazione mista a sconcerto. Ora la mia indignazione è mitigata dall’istinto di protezione e dal senso pratico: punto al miglior risultato possibile con il minor dispendio di energie. Sto anche cercando di mostrare a mia figlia come difendersi con meno contraccolpi possibili. E siccome mi capita di affrontare o aggirare lo spinoso argomento “razza” una decina di volte all’anno , i miei sentimenti meno filtrati tracimano quando leggo il giornale.

(…) Mentre leggo e guardo giornali e telegiornali per cui la razza fa ancora notizia, non riesco a sottrarmi a minuscoli distorsioni del mio profilo demografico: una donna bianca che reagisce con distaccata perplessità ma anche con feroce istinto di protezione, perché il benessere di sua figlia sta sospeso nel mezzo. Non mi esprimo sull’argomento razza a meno che non sia strettamente necessario: questione di priorità. Ho sottoscritto il patto sociale per cui una discussione approfondita sui residui di razzismo è troppo rischiosa o scortese.

Le mie reazioni alle notizie sono doppiamente segregate. Reagisco come donna bianca e come madre di mia figlia. E le mie reazioni sono anche distinte ma diseguali, nel senso che se in privato ho opinioni nette, pubblicamente – salvo quella volta che ho scorticato viva una che conoscevo a malapena – tengo a freno le mie opinioni, perché è meglio così per entrambe.

Poi però penso al resto della razza (umana) e mi chiedo se sia giusto non dire nulla, o se sia un errore e un gesto di complicità.”

(fonte: Internazionale – 22/06/2012)

Famiglie imperfette. Arun: “Cognome italiano con “involucro” cambogiano”.

“Sono cambogiano, anzi no, sono italiano, come tanti figli adottati in adozione internazionale, ho tratti somatici molto differenti da quelli dei miei genitori. Ho tratti somatici differenti anche da quelli dei miei zii, dei nonni, dei cugini, dei miei compagni di scuola, dei miei amici e conoscenti.

Mi sono ormai arreso all’evidenza di vivere sapendo di essere diverso, costantemente diverso, ma sarei diverso anche vivendo in Cambogia, perché ormai non conosco la lingua, le abitudini, le tradizioni, i gesti, ecc. Sono un perfetto italiano in un involucro da cambogiano! Il mio amico filippino, figlio di immigrati, ha un aspetto molto simile a me, tanto che spesso scambiano anche me per un filippino, ma lui ha i genitori che gli assomigliano, in casa mangia dei piatti che ricordano la cucina filippina, i suoi genitori parlano spesso in filippino tra di loro e raccontano storie filippine, la loro casa è come un piccolissimo pezzetto di filippine trapiantato in Italia. Il mio amico si sente un po’ filippino e un po’ italiano. Io forse non mi sento ne’ italiano, ne’ cambogiano.

Io sono stato adottato quando avevo due anni, i miei genitori e mia sorella hanno fatto un lungo viaggio per accogliermi nella loro famiglia, io ero stato abbandonato dalla nascita ed ero sopravvissuto negli stenti e nella povertà. Senza l’adozione forse non sarei vivo, sicuramente non avrei goduto dell’amore e delle possibilità che mi hanno offerto. Non parlerò in questa sede delle domande irrisolte relative al mio abbandono e che vorrei porre alla persona che mi ha generato e che poi mi ha abbandonato. Ma ora mi chiedo: “chi sono?” La mia cambogianità sopravvive in me nel colore della pelle, nel taglio degli occhi, nel profilo un po’ schiacciato del mio naso, nella mia statura, ma tutto il resto, il modo che ho di interagire con il mondo è da italiano, i gesti lo sono, non solo la lingua ma anche il modo di pronunciare i suoni della lingua è italiano, anzi lombardo, il modo di pensare, di agire e di reagire è italiano, probabilmente tutto il mio comportamento è diverso da come si comporta un mio coetaneo cambogiano di Cambogia.

Quando pian piano ho abbandonato i gesti abituali del mio mondo di provenienza per sostituirli con quelli attuali, ho imparato a parlare questa nuova lingua, ho cambiato le espressioni del viso, le posture, i modi di approccio alle persone e ho compiuto un percorso senza ritorno, potrò studiare e imparare perfettamente il cambogiano, potrò studiare gli usi, i costumi, la storia, la cultura, le espressioni, ecc. della Cambogia ma non saranno mai più mie come se le avessi ereditate crescendo.

Quando mi dicono che sono cambogiano, quando mi chiamavano ‘piccolo khmer’, facevano riferimento all’involucro, questo è naturale, contenuto e contenente generalmente coincidono. Ho pensato che potrebbe sentirsi come me anche un discendente di terza o quarta generazione di immigrati, quando il legame della famiglia con la terra d’origine è diventato molto labile (i dotti direbbero fantasmatico), ma non è così, perché sarebbe comunque un discendente e potrebbe sempre pensare di avere degli avi tangibili giunti qui in cerca di lavoro e di fortuna. Pur avendo perso i legami culturali avrebbe i genitori e i parenti presenti che sarebbero somaticamente come lui. Il fantasma cambogiano che è in me invece è solo in me e non nei miei parenti, mi consola che se avrò dei figli lo condividerò con loro come condividerò il cognome italianissimo che a volte spiazza gli interlocutori, e che mi diverte non poco.

Per fortuna non sono stato vittima di comportamenti razzisti particolarmente gravi, solo qualche idiota (le loro mamme sono sempre incinte come cita il proverbio) che ha tentato di prendermi in giro o di isolarmi, di emarginarmi. Ci vuole ben altro per crearmi dei problemi. Famiglia e cognome italiano in questi casi è molto importante, direi che per fortuna mia, ma non per gli immigrati, fa la differenza in molti aspetti della vita di tutti i giorni. Un certo fastidio soprattutto all’inizio è stata la fatica di dover spesso dimostrare che non ero straniero Perché appena uscivo dall’ambito familiare e dei conoscenti, trovavo subito qualcuno che si stupiva della mia capacità di esprimermi bene in italiano, oppure trovavo qualcuno che mi trattava da straniero. Poi ho fatto l’abitudine a queste piccole noie e, anzi, ho cominciato a divertirmi dello stupore provocato. Prima era una seccatura, ora è quasi una risorsa con cui convivo bene.

Rimane sempre quella domanda iniziale: “chi sono?”, anzi meglio “cosa sono?”. Viene risvegliata sempre dall’automatismo “tratti somatici = appartenenza etnica” che vorrebbe attribuirmi un’identità etnica che è assente, che vorrebbe affibbiarmi un’etichetta che in realtà è vuota, che è solo un involucro. Tutti gli insegnanti che ho incontrato prima o poi mi hanno parlato della grandezza dell’impero khmer, della cultura khmer, delle vicissitudini politiche cambogiane degli anni 70. Io apprezzo molto il fatto che abbiano studiato argomenti che altrimenti non avrebbero mai approfondito, e mi sembra anche indelicato dir loro che io con quella cultura e quella storia ho poco a che fare, ma è la verità: cosa può significare per me? Mi può interessare di più la storia dell’impero romano o la storia dell’impero khmer? Forse nessuna delle due.

Quando a scuola mi chiamano straniero e qualche idiota aggiunge di tornarmene a casa mia, cosa posso rispondere? straniero non mi sento proprio, anche se non sono nato qui, ci vivo da così tanto tempo che non mi ricordo altro luogo, e quindi non posso tornare in nessun luogo che non sia questo. Immagino che se andassi (e uso il verbo ‘andare’ al posto del verbo ‘tornare’ volutamente) in Cambogia mi scoprirei molto simile alle persone che si incontrano per strada ma sarei anche molto diverso da loro, non avrei la stessa lingua, non avrei gli stessi gesti, essendo ormai un occidentale, anche se mascherato da indocinese. Mi sento italiano in tutto tranne che nei tratti somatici.

I miei genitori (adottivi) mi dicono che la Cambogia è un paese bello, che i cambogiani sono accoglienti, sorridenti, gentili e che sono un popolo di cui posso andare fiero, che non devo vergognarmi delle mie origini, anzi che provengo da un popolo con una storia importante, che ha avuto recenti vicissitudini drammatiche che lo hanno reso povero ma mai domo, e che anche per questo devo esserne orgoglioso… ma come faccio a essere fiero di qualcosa che non conosco e che in fondo non mi appartiene. Le mie origini sono perse per sempre, rimane solo l’indirizzo dell’istituto dove sono stato per una manciata di mesi. Altre notizie certe della mia provenienza non ce ne sono, c’è il caldo, la polvere o la pioggia, le palme e le acacie, i profumi dei fiori e delle spezie che ho conosciuto quando ero molto piccolo e di cui non ho ricordo.

Fortunatamente il mio carattere è sufficientemente positivo da accettare questi aspetti potenzialmente traumatici dell’esperienza adottiva. Non sono solo, i miei genitori e mia sorella (lei è nata in Italia) mi vogliono bene, non sono solo, conosco altri ragazzi nati in Cambogia e adottati in Italia, non sono solo, ho tanti amici che sono affascinati dai miei tratti somatici esotici. Siamo tutti cittadini del mondo e il resto conta poco.”

(fonte: italiaadozioni.it 11/04/2011)

Famiglie imperfette: “Il minore di altra etnia: uguale o diverso?”

di Alessandro Bruni – papà biologico e affidatario

Questi brani sono riferiti all’affido di un minore straniero, ma, a mio parere, possiamo trarne spunti di riflessione anche per l’adozione. Nel nostro caso il bambino/ragazzo non è direttamente influenzato dalla famiglia biologica, ma, certe volte, competere con fantasmi e fantasie del passato può essere più complesso.

“Le nuvole sono diverse, ma tutte formate dalla stessa sostanza. E’ questa la loro bellezza.”

“Alcune sere fa ad una riunione di mutuo aiuto di famiglie accoglienti è nata una discussione su cosa è bene fare quando si accoglie un minore di altra etnia e di altra religione. La discussione è partita dall’alimentazione ed è proseguita sull’educazione religiosa. I toni, dapprima pacati e basati su cosa fare nella pratica, si sono successivamente alzati verso teorizzazioni e luoghi comuni più ideologici che concreti. Si è così giunti alla formazione di due gruppi di tendenza, gli uni ribadenti l’importanza degli aspetti spirituali nella accezione di osservanza tradizionale-religiosa della famiglia e gli altri affermanti l’impostazione laica nella accezione di esercizio della libertà di coscienza. La discussione ha così preso, in termini assolutamente civili e dialettici, un connotato più radicale e uno sviluppo più ideologico nel tentativo di comprendere quale fosse il percorso migliore verso l’integrazione culturale del minore accolto. Tutti i convenuti concordavano su questi punti:

1. L’integrazione culturale di un minore di altra etnia è un processo complesso che deve essere agito in modo differente rispetto all’adulto. L’adulto ha l’autonomia di poter scegliere come e quando procedere verso l’integrazione culturale. Egli ha anche la possibilità di scegliere la non integrazione culturale, mantenendo per quanto gli è possibile la cultura propria del suo paese. Il minore nato biologicamente in una cultura e trapiantano in una cultura differente propria della famiglia accogliente, ha alcuni condizionamenti dovuti alla pressione della famiglia d’origine, che cerca di conservare l’identità culturale del proprio figlio, e la cultura della famiglia accogliente che vorrebbe far procedere il processo integrativo rapidamente, pena un ritardo nel processo identitario del minore nella relazione tra pari, nelle istituzioni, nel vivere civile.

2. Vivere con un minore di altra etnia in una stretta relazione con i genitori biologici (come avviene nell’affido) implica una apertura mentale davvero ampia. La motivazione all’accoglienza ha una forte base utopica, etica e spirituale, mentre il vivere l’accoglienza nel quotidiano determina tanti piccoli confronti, che se non sono vissuti con empatia, determinano via via micro fratture di pensiero, collosi distinguo impropri che mettono il minore in grande difficoltà dovendo spesso fare distinzione tra l’appartenenza ai suoi genitori biologici e quella alla famiglia affidataria. (…)

3. Il perdurare di stereotipi di massa, con affermazioni che nascono più dal sentito dire e dalle cronache distorte di certo giornalismo, finisce col definire erroneamente un differente stile di vita. Certi flussi informativi manipolati o semplicemente stupidamente superficiali determinano innalzamenti di steccati che nel vivere comune sono molto meno rilevanti. Paradossalmente basta ascoltare un mediatore culturale per comprendere quanto tra etnie culturali esistano barriere preformate di pregiudizio che possono essere abbattute con semplici azioni concrete quali preparare assieme il cibo, lavorare assieme ad un progetto, ecc. L’aver accolto un minore di altra etnia pone problemi non solo pratici, ma anche di natura etica e quindi spirituale, che devono essere affrontati in modo aperto proprio come impone l’atto di accoglienza: una azione che supera e vuole superare le barriere.

4. Considerato quanto detto nei punti precedenti, la famiglia accogliente deve avere ben chiaro che l’unico vero fine è operare per il bene del minore, anche a costo di fare passi indietro rispetto alle proprie convinzioni. (…)

Queste considerazioni dovrebbero indurre la famiglia accogliente ad una alta flessibilità, a meno teorizzazioni e luoghi comuni, e a considerazioni di alto ascolto della famiglia d’origine. Questo presuppone una chiarezza etico spirituale, ovvero un viaggio, un percorso, per fondare i presupposti dell’azione quotidiana. Bis ogna almeno aver cercato di comprendere quali sono le fondamenta su cui si regge l’accoglienza di un minore straniero (ma si noti, il problema è il medesimo per i minori italiani che provengano da strati sociali lontani culturalmente da quelli della famiglia accogliente). (…)

Per l’uomo laico, dunque, l’integrazione non può essere un processo unidirezionale, ma bidirezionale. Per la persona laica accogliere un minore significa accoglierne le differenze, siano esse proprie del minore, siano del suo tessuto culturale perché egli è non sono in funzione di quello che egli diverrà, ma anche in relazione a quello che culturalmente è stato. La natura sacrale della persona accomuna i rami più fioriti alle radici: ogni persona è tutt’uno e come tale deve essere accettata senza cedere alla tentazione di potarne i rami che meno somigliano a noi.”

(fonte: crescerefiglialtrui.typepad.com – 25 marzo 2012)