Storia familiare. L’esperto: “Dal trauma all’esperienza adottiva”

di Ivana De Bono – psicologa, psicoterapeuta, docente SPIGA di Roma

Per l’articolo integrale vedi http://www.spigahorney.it/italiano/Articolo_De%20Bono.pdf

Il neonato alla nascita possiede già un suo bagaglio che è sia biologico, sia mentale. Se prima si riteneva che il feto non avesse alcun tipo di percezione, oggi le ricerche in neurobiologia, supportate da tecnologie sempre più sofisticate, ci permettono di affermare che non solo recepisce gli stimoli trasmessi dalla madre, ma che questi stimoli assumono una funzione importante per il corretto sviluppo del cervello e lasciano una memoria corporea di esperienza prenatale che può modificare il comportamento nella vita postnatale. (…)

Ognuno di noi è dunque il frutto di un proprio patrimonio genetico e di una specifica ed irripetibile esperienza ambientale, che inizia dalla vita fetale e prosegue per tutta la vita in una interazione continua e complessa. 

(…) quanto finora affermato entra inevitabilmente in contrasto con la diffusa convinzione che adottare un bambino molto piccolo, magari neonato, annulli o riduca al minimo la storia antecedente. Questa, al contrario, ha inizio dal momento del concepimento; è una storia che lascia una memoria inscritta nel corpo e che partecipa alla costruzione dell’identità del bambino.  

(…) Non possiamo ritenere che l’influenza delle prime esperienze di vita debba tradursi in fissità per il costituirsi dell’identità adulta. Jerome Kagan, utilizzando proprio la letteratura sui bambini adottati, afferma che la prima infanzia non costringe in un solo senso il futuro dell’individuo. (…) Infatti, se il cervello ha una sua capacità plastica di modificare struttura e funzioni al mutare delle esperienze interpersonali, ciò significa che il bambino, anche gravemente deprivato, può beneficiare di figure alternative capaci di riattivare il suo sano processo di crescita.

(…) La madre non trasmette solo nutrimento ed ossigeno, ma anche elementi attinenti al suo stato mentale ed emotivo che indirizzano fin dalle prime fasi di vita il comportamento del neonato in una complessa interazione con la sua dotazione genica. (…)La madre deve però saper cogliere i segnali del bambino: per riuscirci è fondamentale che mantenga un equilibrio fra la propria empatia verso quelli che ritiene siano i bisogni del bambino e la propria obiettività nel considerarlo come una unità indipendente dai propri pensieri, sentimenti e fantasie. Se ciò non accadesse, rischierebbe di rispondere di più ai propri sentimenti e pensieri interni, erroneamente scambiati per quelli del bambino (cfr. Zetzel e Meissner, 1973, p.230).

La madre, inoltre, per funzionare da buon contenitore, necessita a sua volta di sentirsi contenuta non solo da un partner e da un ambiente esterno favorevole, ma anche da un mondo interno capace di sostenerla, in grado cioè di “tenere insieme sia la riattivazione regressiva del suo essere figlia, sia il nuovo ruolo e l’immagine di una madre interna da cui recuperare un modello” (D’Arrigo e Testa, 1992, p.76).

Il risultato di questa prima interazione è il costituirsi nel bambino di un primitivo senso di integrità e sicurezza interiore che è la base della fiducia, che si riflette nella regolarità dell’alimentazione, dell’evacuazione e del ritmo sonno-veglia. Il benessere del bambino permette alla madre di ridurre la sua ansia, di rinforzare la fiducia nelle proprie capacità personali e di contribuire ulteriormente all’instaurarsi nel bambino di una risposta di fiducia collegata alla sensazione della madre di essere degna di fiducia.

 La capacità di avere fiducia è fondamentale per ogni tipo di relazione umana e il grado in cui viene menomata avrà un’influenza determinante sugli eventuali futuri eventi psicopatologici e nei rapporti interpersonali. Se ci sono stati privazione sensoriale, eccessiva stimolazione o cure incostanti, il bambino potrà avere difficoltà o anche gravi conseguenze in futuro (cfr. Zetzel e Meissner, 1973, p.232).

Ogni essere umano porta dentro di sé un residuo di sfiducia che riflette il parziale insuccesso della mutua regolazione tra madre e bambino. (…)

Per crescere, infatti, è necessario separarsi da persone, livelli di funzionamento, stili di pensiero e di relazione per stabilire nuovi attaccamenti e per orientarsi o riorientarsi sulla via dell’autorealizzazione. Karen Horney sostiene che l’essere umano ha un impulso innato a sviluppare le proprie potenziali capacità, ma necessita di condizioni favorevoli affinché queste possano realizzarsi (1950, p.35). Se il bambino, nell’interagire con l’ambiente cha ha cura di lui, si sente accolto nell’espressione dei suoi desideri, se il suo affermarsi nella differenza dall’altro non incontra ostacoli ma attenzioni, è possibile che “interiorizzi il piacere della crescita, il piacere di sentirsi se stesso, dove il sentirsi separato dall’altro può essere vissuto come una conquista positiva e non come esclusione di sé o dell’altro” (Kuciukian, 1995, p.21).  

(…) Anche le difficoltà di attenzione e di apprendimento che spesso insorgono in età scolare sono da ricondursi alla prima relazione madre-bambino, all’interno della quale possiamo rintracciare i precursori del desiderio di conoscenza. Nella storia pregressa del bambino adottato il cammino dalla dipendenza all’indipendenza “non si è probabilmente realizzato in modo adeguato e integrato; la difficile elaborazione della perdita dell’oggetto d’amore materno ostacola la possibilità di nuovi investimenti affettivi e intellettivi, riattivando nell’inconscio antiche angosce persecutorie che dilagano e occupano in modo massiccio la mente. Viene così impedita la formazione di uno spazio interno in cui introiettare la conoscenza e  l’apprendimento.  

(…) Nel bambino adottivo la memoria del passato suscita l’angoscia dell’antica perdita che, se non viene accettata ed elaborata dentro di sé e nella relazione parentale, tende a paralizzare la mente non predisponendola al cambiamento verso la conoscenza. Infatti sono spesso presenti disturbi della memoria, che segnalano l’impossibilità di rievocare un passato troppo doloroso per poter essere contenuto dentro di sé” (Farri Monaco e Peila Castellani, 1994, p.198-199).  

(…) E se imparare significa soprattutto saper reggere la frustrazione del proprio limite (di non sapere), il bambino adottato ha ancora bisogno di un porto sicuro dove possa trovare il calore e la protezione di un adulto in grado di contenere quegli stati d’animo che in passato lo hanno sommerso e reso fragile ad ogni successiva frustrazione.  

(…) Il genitore che in consultazione chiede quando è il momento giusto per parlare al bambino della sua storia, “dimentica che il suo compito primario è di ridare un senso costruttivo a quei vissuti già presenti nel bambino, inscritti nella sua pelle, che sono già stati elaborati in modo distorto. Quando l’adulto ritiene di dover aspettare le sue domande, dimentica che lascia ancora una volta il bambino da solo di fronte ad un compito troppo grande, che richiede proprio quella capacità di tradurre l’emozione in pensiero che non ha potuto acquisire adeguatamente con le precedenti figure di riferimento. Il blocco della rielaborazione di una sofferenza è di per sé traumatico: la non pensabilità spinge all’azione, che vede il coattivo ripetersi di modalità intrapsichiche ed interpersonali precocemente apprese.

Il genitore adottivo deve quindi essere capace di tenere presente dentro di sé la sofferenza del bambino per farsi contenitore in grado di rendere comunicabili e pensabili i suoi vissuti. Rispettando il bambino nei suoi tempi e modi di assimilazione ed elaborazione, il genitore può così utilizzare metaforicamente qualsiasi spunto della vita quotidiana con quel linguaggio degli affetti, che è innanzitutto preverbale e presensoriale, che permetta al bambino di ripristinare il filo interrotto del suo progetto vitale” (De Bono, Edizioni ETS, in corso di  pubblicazione).  

I bambini hanno bisogno di “pelle”, di vicinanza emotiva, di verità affettive e creative, non tanto della conoscenza dei fatti storici o di spiegazioni razionali che talvolta possono essere usate difensivamente dall’adulto per la sua difficoltà a rapportarsi al tema delle origini.  

(…) Il trauma, anche grave, di per sé può essere superato se la figura accudente riesce ad accogliere e condividere il dolore; diviene invece patogeno nel momento in cui chi lo subisce deve ricorrere al meccanismo della negazione, facendo proprio l’atteggiamento dell’adulto che contraddice la realtà delle sue percezioni e che afferma “che non è successo niente, che non si sente male da nessuna parte” (1931, p.75). L’evento traumatizzante scompare così dalla realtà esterna e da extrapsichico diviene intrapsichico. Il trauma diventa dunque parte integrante della sua struttura psichica e delle sue modalità di entrare in relazione col mondo. Non ci si può perciò aspettare che il bambino inserito in un contesto familiare adeguato non risentirà dell’esperienza pregressa. E non possiamo pensare che sia sufficiente l’amore e l’accudimento di genitori che hanno fretta di normalizzare ed equiparare l’adozione alla filiazione naturale. Ciò equivale a negare il senso più profondo dell’adozione in cui deve tornare ad aver voce il diritto del bambino alla sua integrità e alla sua autorealizzazione.

La famiglia adottiva, che più delle altre è una famiglia in continuo divenire, ha quindi un compito rilevante e che si dispiega nel tempo: accogliere quei frammenti della personalità in cui permane il vissuto traumatico per favorirne il risanamento e la trasformazione.

 (fonte: spigahorney.it)

La costruzione della storia familiare: “Come fare ad integrare la storia di coppia con quella del bambino adottato in un paese straniero”

Quella che abbiamo introdotto con la canzone di Francesco De Gregori è una sezione dedicata alla costruzione della storia familiare. 

Si partirà dall’attesa, quando sia genitori che bambino devono trovare dentro di sé lo spazio per far entrare uno sconosciuto/degli sconosciuti, per passare poi all’incontro (fisico e affettivo) ed, infine, arrivare all’adolescenza e all’età adulta durante le quali c’è il rischio di pericolosi strappi se non si è preparato il terreno anni prima per la continuità. 

A questo proposito seguiranno riflessioni sulla scrittura autobiografica che può essere utile sia all’adolescente sia all’adulto per mettere ordine nella sua vita. 

In questa sezione sarà dato ampio spazio agli esperti. Sebbene siano stati fatti tentativi di riduzione del testo, i temi sono così delicati che gli articoli risulteranno piuttosto lunghi. Per alcuni verrà suggerito di stampare l’articolo originale collegando direttamente al link.

Le testimonianze sono riprese dal Convegno dell’Associazione Famiglie Adottive pro ICYC  a cui abbiamo partecipato.

La musica del cuore: “La storia siamo noi”

Avvisiamo gli animi sensibili che il video riporta immagini piuttosto forti sui campi di sterminio e non solo.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=Vg3nLV633p0]

Colorate, multietniche, allargate, separate…pur sempre famiglie…”la storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.”

Le famiglie imperfette. Il punto

Il film di Scola è un augurio alle nostre famiglie di trovare il loro filo conduttore e di capire, alla fine, quanto è stata costruttiva la strada percorsa assieme ai nostri figli.

In questa sezione segnaliamo:

–         la semplicità di papà Paolo nell’esprimere la soddisfazione di appartenere ad una famiglia in cammino

–         l’ironia di mamma Blog

–         la testimonianza di don Roberto Vinco come padre affidatario

–         le opinioni degli esperti e le testimonianze di genitori sul significato di educazione

–         l’intervento di Maurizio Corte sull’accettazione della diversità dei nostri figli.

Nei prossimi giorni inizierà “la costruzione della storia familiare” che è un proseguo di questa sezione: si parlerà sempre di famiglie in movimento verso la creazione di una storia comune, quella di due genitori con un bambino che viene da lontano.

Famiglie imperfette. Film:”La famiglia” di E.Scola (1986)

Dieci anni dopo il ritratto della famiglia degradata, ecco la versione patinata sulla famiglia girata da Scola, che però non si sottrae al ritratto dei vari personaggi con le loro piccinerie e generosità. Mi ha colpita l’immensa casa, sempre uguale, mentre il tempo passa e gli spazi ora si riempiono, si svuotano, si riempiono di nuovo. Questa è la vita di Carlo, membro di una famiglia borghese romana tra il 1906 al 1986, data di nascita e di compimento dell’ottantesimo compleanno. I due momenti sono immortalati da due foto di gruppo mentre nel mezzo di questi anni si avvicendano battesimi, nozze, lutti, bisticci, conflitti, pranzi, compromessi. Tra gli attori Vittorio Gassmam, Stefania Sandrelli e Fannie Ardant.

Il tempo passa e le persone diventano più morbide, si levigano i conflitti, rimangono i sentimenti, si allontanano le passioni…

Famiglie imperfette. Libro: “Bambini in Affido”

L’intervento del post precedente conclude: “E se non hanno figli o non li possono avere? Questo amore, perché fluisca, dovrebbe essere trasmesso a qualcun altro occupandosi di un progetto a favore della vita.”

Parliamo allora di affidamento, diverso ma anche molto simile all’adozione. Anche le famiglie affidatarie sono imperfette, di quella imperfezione che le rende vibranti di luce propria. In verità è un tema che merita una sezione tutta per sé. Qui vogliamo solo proporre un libro ricco di testimonianze di bambini, di genitori ed esperti che seguono questo mondo. L’approccio è semplice e lineare, ma molto esaustivo.  

Mi ha colpito il capitolo sesto intitolato “strumenti” in cui viene fatta una carrellata di percorsi terapeutici per avvicinarsi ai ragazzini in maniera poco invadente e per aiutarli ad esprimere le loro emozioni. Ma ci sono anche i capitoli sui bisogni del bambino, sulla gestione della sua storia familiare e riflessioni sull’accoglienza. 

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Michela Rebellato e Barbara Pianca

“Bambini in affido”

Tutto quello che c’è da sapere per

dare una famiglia a chi non ce l’ha

Ed Sempre 2011

 

«Questo contributo apre orizzonti interessanti per una scelta, quale quella dell’affido, che è uno degli atti di amore più gratuiti e significativi: il dono di un papà e di una mamma per una crescita armoniosa ed equilibrata, per il benessere del bambino.»

(dalla prefazione di Giovanni Paolo Ramonda)

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Per chi fosse interessato all’acquisto, seguire le istruzioni sul sito  http://www.apg23.org/la-comunicazione/sempre-comunicazione/libri  dove è disponibile anche la scheda libro e una breve presentazione delle autrici.

Famiglie imperfette. “Le costellazioni familiari: i genitori danno, i figli prendono”

di Alberta Mantovani – “Le radici dell’anima” – ed tecniche nuove 2006

Dalla copertina del libro: “Le costellazioni familiari, metodo ideato da Bert Hellinger (psicoterapeuta tedesco conosciuto a livello internazionale), fanno chiarezza sulle dinamiche inconsce che stanno alla base dei rapporti tra i membri di una famiglia e aiutano a ritrovare l’armonia (…) Essere in armonia con il mondo significa accogliere consapevolmeete ciò che è, essere al centro di se stessi, in equilibrio. La sensazione che ne deriva è di pace, rilassatezza, disponibilità e leggerezza. Ci si sente in sintonia con il proprio destino e ci si accorge che è tutto più semplice.” Riporto di seguito un capitolo che riguarda i rapporti tra genitori e figli secondo l’autrice. 

(…) Dissi a mia figlia Monica: “Sai qual è uno degli ordini più importanti dell’amore? I genitori danno e i figli prendono.”

(…) A molti potrà sembrare banale, ma questa regola, se non rispettata, genera grandi squilibri. Quanti figli si sentono superiori ai loro genitori, quanti li giudicano e pretendono di insegnare loro a vivere? E’ capitato anche a me, soprattutto con mia madre che vedevo fragile e che mi permetteva di fare la grande fin da piccola. E sbagliavo.

Facendo così dimenticavo che insieme a mio padre mi aveva dato la vita. E con la vita mi avevano trasmesso  qualcosa che veniva da molto lontano.

Dopo un po’ ho capito che i miei genitori mi hanno dato ciò che hanno ricevuto dai loro genitori e ciò che hanno preso l’uno con l’altro come coppia. Niente di più perché non ne erano in grado.

Se, per esempio, tutta la vita una persona riceve da sua madre freddezza, come farà ad essere una madre dolce piena d’amore? E’ praticamente impossibile perché la tenerezza non l’ha mai conosciuta. Quindi nessuna colpa.

Il dare e il prendere tra genitori e figli si muove perciò in una sola direzione, come l’acqua di un fiume che dall’alto scorre in basso: chi arriva prima di là e chi dopo. Il legame tra genitori e figli sarà sempre, perciò, fra persone di diverso livello, come tra insegnanti e allievi.

“Voi siete i miei genitori, voi venite prima, io vengo dopo.” È una frase che detta col cuore mi ha dato forza.

Questo non significa che, come figlia, valgo di meno dei miei genitori ma semplicemente che riconosco il mio ruolo e in questo ruolo mi rilasso.

Avevo ragione quando intuitivamente non ritenevo auspicabile l’amicizia tra genitori e figli: una madre che vuol fare solo l’amica della figlia non farà il suo bene e un padre che vuole fare “il compagno” del figlio non verrà preso sul serio e perderà autorevolezza.

I figli cercano esempio, sicurezza, protezione e devono poter alzare lo sguardo verso i loro genitori.

I figli, quindi, prendono dai genitori e tra fratelli i maggiori danno ai minori. Il secondogenito, ad esempio, prenderà da mamma e papà e dal fratello maggiore e darà solo ai fratelli più piccoli. Nelle famiglie numerose l’ultimogenito è “il piccolino”, quello che prenderà da tutti e che da adulto si occuperà dei genitori anziani come per restituire tutto l’amore che ha avuto.

Ma a chi andrà tutto l’amore che i figli prendono dai genitori? Come lo possono ricambiare? Semplicemente trasmettendo a loro volta ai loro figli.

E se non hanno figli o non li possono avere? Questo amore, perché fluisca, dovrebbe essere trasmesso a qualcun altro occupandosi di un progetto a favore della vita.

Famiglie imperfette. L’esperto: “Figli “diversi” e la sfida insidiosa della convivenza”

di Maurizio Corte – Docente di Comunicazione interculturale e di Giornalismo Interculturale
Università degli Studi di Verona (www.csiunivr.eu)

La diversità? E’ una sfida difficile. Molto difficile. Lo studioso Milton Bennett, all’inizio del libro “Principi di comunicazione interculturale” (FrancoAngeli, 2005), ce ne dà un assaggio gustoso. Provate a immaginare i nostri antenati, quelli che abitavano nelle caverne, seduti una sera a mangiare attorno al fuoco. Provate a pensare a un estraneo che si avvicina loro e, con gesti e suoni incomprensibili, comunica qualcosa. Cosa pensate? Pensate che faranno largo e aggiungeranno un posto a tavola, attorno al fuoco, felici di accoglierlo? Oppure gli si avventeranno contro, scacciandolo e battendolo? O resteranno gelati e immobilizzati dalla paura?

Gli psicologi sociali ci insegnano – quale frutto delle loro ricerche – come ci metta a disagio e in imbarazzo, fino al fastidio, il parlare con una persona che male conosce la nostra lingua. Altre ricerche di psicologia sociale ci dicono che anche le persone contrarie al razzismo, e sensibili alla diversità, possono avere reazioni istintive di esclusione, quando si trovano d’improvviso a contatto con qualcuno o qualcosa che non conoscono. Il motivo è presto spiegato: la reazione istintiva, frutto di messaggi non verbali e visivi (o uditivi od olfattivi),  viene prima dell’intervento del pensiero.

Gli stereotipi e i pregiudizi, infine, che sono forme di economie di pensiero, minacciano anche i più illuminati, i progressisti e gli “aperti” all’alterità.
C’è allora da stupirsi se un nostro figlio (o una nostra figlia), dalla pelle più scura o dai tratti somatici differenti, viene “escluso” e trattato come un “diverso” inconciliabile?

La mia non vuole essere affatto una giustificazione. Voglio cercare di spiegare che non serve a nulla “demonizzare” gli stereotipi e i pregiudizi, che per altri aspetti svolgono una funzione importante nella nostra relazione con la realtà; così come è sciocco fingere che non esistano problemi di convivenza fra diversi ed esaltare la diversità fine a sé stessa.

Il problema è come superare quei pregiudizi, attrezzando nostro figlio e nostra figlia per affrontare il disagio, la violenza e l’umiliazione che certi gesti e atteggiamenti provocano in loro. Dall’altro lato, il problema è di trovare la via per “educare” chi ha pregiudizi ad andare oltre le apparenze e ad accettare la diversità.

Io credo che proprio l’educazione, la formazione, la cultura consentano di superare gli ostacoli al rispetto della diversità. L’educazione, la cultura e la formazione mettono in grado i nostri figli di rapportarsi “alla pari” con chi vorrebbe escluderli ponendoli in una condizione di inferiorità. L’apprendimento della lingua, la coscienza delle proprie origini e del proprio passato, la consapevolezza di poter essere oggetto di pregiudizio sono strumenti formidabili nelle mani dei nostri figli per fare in modo di non restarne vittime. Possono consentire loro di evitare – in un “sano evitamento” – le persone e le situazioni che li mettono a disagio; oppure possono consentire loro di ribattere in modo efficace a chi vorrebbe discriminarli, sopraffarli, escluderli.

Nessuno di noi ama essere escluso, in ragione di un qualche incomprensibile motivo, oppure per le caratteristiche fisiche, sociali, economiche e culturali che porta con sé. Ma l’esclusione perde il suo potere destabilizzante, trasformandosi tutt’al più in umana amarezza, nel momento in cui abbiamo modo di ribattere alla pari e di protestare la nostra dignità; e nel momento in cui siamo consapevoli che l’altra persona escludente non ci merita.

Il peggio che possa capitare a un nostro figlio (o a una nostra figlia) è di non avere argomenti da ribattere, di dover rimanere in silenzio o di dover scappare piangente e avvilito. Lo scrittore Cesare Pavese insegnava che “bisogna studiare per fare a meno di quelli che studiano”. Possiamo parafrasarlo, dicendo che “bisogna avere coscienza dei pregiudizi, per fare a meno di chi ha pregiudizi” nei nostri confronti.

Quanto alla “conversione” di chi disprezza la diversità – o di chi, anche in modo inconsapevole, si dimostra escludente, discriminatorio ed affetto da pregiudizi negativi – è bene prima di tutto “studiare l’avversario”. Solo un esame attento di ogni singolo caso, solo un ascolto attento dell’altra persona, solo una visione lucida della situazione, possono permetterci di capire e quindi di intervenire.
Ci permettono soprattutto di scegliere: se evitare pure noi chi osteggia il diverso; o se provare a convincerlo che bisogna andare oltre le apparenze.

Quello che dobbiamo evitare nel modo più assoluto è di chiuderci in noi stessi. O, peggio, di discriminare e criminalizzare coloro che disprezzano la diversità di nostro figlio, trattandoli come un gruppo omogeneo, monolitico e inattaccabile. Saremmo anche noi in preda al pregiudizio e saremmo sciocchi nella nostra chiusura, così come si dimostra sciocco chi crede (anche in buona fede) che la diversità sia una “ricchezza a prescindere”, e che il problema non sussista.

Famiglie imperfette. Mamma Clara: “Non è sempre facile vivere in campagna”

“Vivere in campagna o vivere in città? Che cosa è meglio per i nostri figli. A mio avviso la campagna espone le vicende familiari al dominio pubblico con una certa facilità. In paese, tutti sanno di tutti. Ciò può creare tensione su una famiglia, come quella adottiva, che già presenta elementi di fragilità alle radici. Come nota positiva, però, il bambino viene accolto nella comunità come figlio di qualcuno che si conosce bene e forse potrebbe diventare più facile l’integrazione. In città le marachelle del figlio si confondono nella massa. I vicini possono sentire le urla e le tensioni in casa, ma difficilmente qualcuno ti viene a chiedere particolari se non sei tu a raccontarglieli. Come nota negativa si amplifica il senso di solitudine. Fare buon viso, sempre, non è salutare, anche se difende dalla curiosità. D’altro lato, però, in città c’è più possibilità di scelta: scelta del gruppo dei pari e di nuove amicizie. Il nucleo più ristretto della campagna porta ad adeguarti agli stili, altrimenti sei fuori e senza alternative.”

Famiglie imperfette. Stefani: “Cos’è carnagione”

Liberamente tratta da un fatto accaduto a scuola.

 

Arrivo da un paese lontano.

Un giorno mia mamma e papà mi preser per mano

Mi han detto:“Pedrito, un paese nuovo vedrai.

Sarà facile, ti abituerai”.

Inizio in una scuola italiana in un giorno preciso

E tu, caro bambino, mi accogli con un grande sorriso.

Poi una mattina, non la dimenticherò mai

Mi prendi da parte e mi dirai:

“Alla mia festa tu non sei invitato”

“Perché?” chiedo io al tuo tono irritato.

Ecco una scusa pronta per ogni stagione:

“Per la tua carnagione!”

 

Cos’è “carnagione”?

Non conosco questa parola, non so darmi spiegazione.

Tu a scuola parli di pace, di amore e di essere tutti amici

Adesso che cosa mi dici?

 

 

 

 

“Cos’è “carnagione” maestra?”

La signora si avvicina alla finestra

Come ad ammirare paesi lontani

Ci parla di leoni, di tigri e di caimani

Che vivono in climi diversi

Ma sono creature di questo mondo, persi

nella savana, foresta e deserto

Ma figli di un unico Dio, questo è certo!

 

 

Noi uomini ci spostiamo nel mondo

Ma portiamo la traccia della nostra cultura fino in fondo.

La prima cosa che vedi è il colore della pelle

A seconda del cielo del paese di nascita e le sue stelle

Che fa unico ogni bambino nel suo genere

E l’orgoglio di esser nato nero, giallo o meticcio nessuno potrà spegnere.