Storia familiare. L’esperto: “Dal trauma all’esperienza adottiva”

di Ivana De Bono – psicologa, psicoterapeuta, docente SPIGA di Roma

Per l’articolo integrale vedi http://www.spigahorney.it/italiano/Articolo_De%20Bono.pdf

Il neonato alla nascita possiede già un suo bagaglio che è sia biologico, sia mentale. Se prima si riteneva che il feto non avesse alcun tipo di percezione, oggi le ricerche in neurobiologia, supportate da tecnologie sempre più sofisticate, ci permettono di affermare che non solo recepisce gli stimoli trasmessi dalla madre, ma che questi stimoli assumono una funzione importante per il corretto sviluppo del cervello e lasciano una memoria corporea di esperienza prenatale che può modificare il comportamento nella vita postnatale. (…)

Ognuno di noi è dunque il frutto di un proprio patrimonio genetico e di una specifica ed irripetibile esperienza ambientale, che inizia dalla vita fetale e prosegue per tutta la vita in una interazione continua e complessa. 

(…) quanto finora affermato entra inevitabilmente in contrasto con la diffusa convinzione che adottare un bambino molto piccolo, magari neonato, annulli o riduca al minimo la storia antecedente. Questa, al contrario, ha inizio dal momento del concepimento; è una storia che lascia una memoria inscritta nel corpo e che partecipa alla costruzione dell’identità del bambino.  

(…) Non possiamo ritenere che l’influenza delle prime esperienze di vita debba tradursi in fissità per il costituirsi dell’identità adulta. Jerome Kagan, utilizzando proprio la letteratura sui bambini adottati, afferma che la prima infanzia non costringe in un solo senso il futuro dell’individuo. (…) Infatti, se il cervello ha una sua capacità plastica di modificare struttura e funzioni al mutare delle esperienze interpersonali, ciò significa che il bambino, anche gravemente deprivato, può beneficiare di figure alternative capaci di riattivare il suo sano processo di crescita.

(…) La madre non trasmette solo nutrimento ed ossigeno, ma anche elementi attinenti al suo stato mentale ed emotivo che indirizzano fin dalle prime fasi di vita il comportamento del neonato in una complessa interazione con la sua dotazione genica. (…)La madre deve però saper cogliere i segnali del bambino: per riuscirci è fondamentale che mantenga un equilibrio fra la propria empatia verso quelli che ritiene siano i bisogni del bambino e la propria obiettività nel considerarlo come una unità indipendente dai propri pensieri, sentimenti e fantasie. Se ciò non accadesse, rischierebbe di rispondere di più ai propri sentimenti e pensieri interni, erroneamente scambiati per quelli del bambino (cfr. Zetzel e Meissner, 1973, p.230).

La madre, inoltre, per funzionare da buon contenitore, necessita a sua volta di sentirsi contenuta non solo da un partner e da un ambiente esterno favorevole, ma anche da un mondo interno capace di sostenerla, in grado cioè di “tenere insieme sia la riattivazione regressiva del suo essere figlia, sia il nuovo ruolo e l’immagine di una madre interna da cui recuperare un modello” (D’Arrigo e Testa, 1992, p.76).

Il risultato di questa prima interazione è il costituirsi nel bambino di un primitivo senso di integrità e sicurezza interiore che è la base della fiducia, che si riflette nella regolarità dell’alimentazione, dell’evacuazione e del ritmo sonno-veglia. Il benessere del bambino permette alla madre di ridurre la sua ansia, di rinforzare la fiducia nelle proprie capacità personali e di contribuire ulteriormente all’instaurarsi nel bambino di una risposta di fiducia collegata alla sensazione della madre di essere degna di fiducia.

 La capacità di avere fiducia è fondamentale per ogni tipo di relazione umana e il grado in cui viene menomata avrà un’influenza determinante sugli eventuali futuri eventi psicopatologici e nei rapporti interpersonali. Se ci sono stati privazione sensoriale, eccessiva stimolazione o cure incostanti, il bambino potrà avere difficoltà o anche gravi conseguenze in futuro (cfr. Zetzel e Meissner, 1973, p.232).

Ogni essere umano porta dentro di sé un residuo di sfiducia che riflette il parziale insuccesso della mutua regolazione tra madre e bambino. (…)

Per crescere, infatti, è necessario separarsi da persone, livelli di funzionamento, stili di pensiero e di relazione per stabilire nuovi attaccamenti e per orientarsi o riorientarsi sulla via dell’autorealizzazione. Karen Horney sostiene che l’essere umano ha un impulso innato a sviluppare le proprie potenziali capacità, ma necessita di condizioni favorevoli affinché queste possano realizzarsi (1950, p.35). Se il bambino, nell’interagire con l’ambiente cha ha cura di lui, si sente accolto nell’espressione dei suoi desideri, se il suo affermarsi nella differenza dall’altro non incontra ostacoli ma attenzioni, è possibile che “interiorizzi il piacere della crescita, il piacere di sentirsi se stesso, dove il sentirsi separato dall’altro può essere vissuto come una conquista positiva e non come esclusione di sé o dell’altro” (Kuciukian, 1995, p.21).  

(…) Anche le difficoltà di attenzione e di apprendimento che spesso insorgono in età scolare sono da ricondursi alla prima relazione madre-bambino, all’interno della quale possiamo rintracciare i precursori del desiderio di conoscenza. Nella storia pregressa del bambino adottato il cammino dalla dipendenza all’indipendenza “non si è probabilmente realizzato in modo adeguato e integrato; la difficile elaborazione della perdita dell’oggetto d’amore materno ostacola la possibilità di nuovi investimenti affettivi e intellettivi, riattivando nell’inconscio antiche angosce persecutorie che dilagano e occupano in modo massiccio la mente. Viene così impedita la formazione di uno spazio interno in cui introiettare la conoscenza e  l’apprendimento.  

(…) Nel bambino adottivo la memoria del passato suscita l’angoscia dell’antica perdita che, se non viene accettata ed elaborata dentro di sé e nella relazione parentale, tende a paralizzare la mente non predisponendola al cambiamento verso la conoscenza. Infatti sono spesso presenti disturbi della memoria, che segnalano l’impossibilità di rievocare un passato troppo doloroso per poter essere contenuto dentro di sé” (Farri Monaco e Peila Castellani, 1994, p.198-199).  

(…) E se imparare significa soprattutto saper reggere la frustrazione del proprio limite (di non sapere), il bambino adottato ha ancora bisogno di un porto sicuro dove possa trovare il calore e la protezione di un adulto in grado di contenere quegli stati d’animo che in passato lo hanno sommerso e reso fragile ad ogni successiva frustrazione.  

(…) Il genitore che in consultazione chiede quando è il momento giusto per parlare al bambino della sua storia, “dimentica che il suo compito primario è di ridare un senso costruttivo a quei vissuti già presenti nel bambino, inscritti nella sua pelle, che sono già stati elaborati in modo distorto. Quando l’adulto ritiene di dover aspettare le sue domande, dimentica che lascia ancora una volta il bambino da solo di fronte ad un compito troppo grande, che richiede proprio quella capacità di tradurre l’emozione in pensiero che non ha potuto acquisire adeguatamente con le precedenti figure di riferimento. Il blocco della rielaborazione di una sofferenza è di per sé traumatico: la non pensabilità spinge all’azione, che vede il coattivo ripetersi di modalità intrapsichiche ed interpersonali precocemente apprese.

Il genitore adottivo deve quindi essere capace di tenere presente dentro di sé la sofferenza del bambino per farsi contenitore in grado di rendere comunicabili e pensabili i suoi vissuti. Rispettando il bambino nei suoi tempi e modi di assimilazione ed elaborazione, il genitore può così utilizzare metaforicamente qualsiasi spunto della vita quotidiana con quel linguaggio degli affetti, che è innanzitutto preverbale e presensoriale, che permetta al bambino di ripristinare il filo interrotto del suo progetto vitale” (De Bono, Edizioni ETS, in corso di  pubblicazione).  

I bambini hanno bisogno di “pelle”, di vicinanza emotiva, di verità affettive e creative, non tanto della conoscenza dei fatti storici o di spiegazioni razionali che talvolta possono essere usate difensivamente dall’adulto per la sua difficoltà a rapportarsi al tema delle origini.  

(…) Il trauma, anche grave, di per sé può essere superato se la figura accudente riesce ad accogliere e condividere il dolore; diviene invece patogeno nel momento in cui chi lo subisce deve ricorrere al meccanismo della negazione, facendo proprio l’atteggiamento dell’adulto che contraddice la realtà delle sue percezioni e che afferma “che non è successo niente, che non si sente male da nessuna parte” (1931, p.75). L’evento traumatizzante scompare così dalla realtà esterna e da extrapsichico diviene intrapsichico. Il trauma diventa dunque parte integrante della sua struttura psichica e delle sue modalità di entrare in relazione col mondo. Non ci si può perciò aspettare che il bambino inserito in un contesto familiare adeguato non risentirà dell’esperienza pregressa. E non possiamo pensare che sia sufficiente l’amore e l’accudimento di genitori che hanno fretta di normalizzare ed equiparare l’adozione alla filiazione naturale. Ciò equivale a negare il senso più profondo dell’adozione in cui deve tornare ad aver voce il diritto del bambino alla sua integrità e alla sua autorealizzazione.

La famiglia adottiva, che più delle altre è una famiglia in continuo divenire, ha quindi un compito rilevante e che si dispiega nel tempo: accogliere quei frammenti della personalità in cui permane il vissuto traumatico per favorirne il risanamento e la trasformazione.

 (fonte: spigahorney.it)