Famiglie imperfette. L’esperto: “Figli “diversi” e la sfida insidiosa della convivenza”

di Maurizio Corte – Docente di Comunicazione interculturale e di Giornalismo Interculturale
Università degli Studi di Verona (www.csiunivr.eu)

La diversità? E’ una sfida difficile. Molto difficile. Lo studioso Milton Bennett, all’inizio del libro “Principi di comunicazione interculturale” (FrancoAngeli, 2005), ce ne dà un assaggio gustoso. Provate a immaginare i nostri antenati, quelli che abitavano nelle caverne, seduti una sera a mangiare attorno al fuoco. Provate a pensare a un estraneo che si avvicina loro e, con gesti e suoni incomprensibili, comunica qualcosa. Cosa pensate? Pensate che faranno largo e aggiungeranno un posto a tavola, attorno al fuoco, felici di accoglierlo? Oppure gli si avventeranno contro, scacciandolo e battendolo? O resteranno gelati e immobilizzati dalla paura?

Gli psicologi sociali ci insegnano – quale frutto delle loro ricerche – come ci metta a disagio e in imbarazzo, fino al fastidio, il parlare con una persona che male conosce la nostra lingua. Altre ricerche di psicologia sociale ci dicono che anche le persone contrarie al razzismo, e sensibili alla diversità, possono avere reazioni istintive di esclusione, quando si trovano d’improvviso a contatto con qualcuno o qualcosa che non conoscono. Il motivo è presto spiegato: la reazione istintiva, frutto di messaggi non verbali e visivi (o uditivi od olfattivi),  viene prima dell’intervento del pensiero.

Gli stereotipi e i pregiudizi, infine, che sono forme di economie di pensiero, minacciano anche i più illuminati, i progressisti e gli “aperti” all’alterità.
C’è allora da stupirsi se un nostro figlio (o una nostra figlia), dalla pelle più scura o dai tratti somatici differenti, viene “escluso” e trattato come un “diverso” inconciliabile?

La mia non vuole essere affatto una giustificazione. Voglio cercare di spiegare che non serve a nulla “demonizzare” gli stereotipi e i pregiudizi, che per altri aspetti svolgono una funzione importante nella nostra relazione con la realtà; così come è sciocco fingere che non esistano problemi di convivenza fra diversi ed esaltare la diversità fine a sé stessa.

Il problema è come superare quei pregiudizi, attrezzando nostro figlio e nostra figlia per affrontare il disagio, la violenza e l’umiliazione che certi gesti e atteggiamenti provocano in loro. Dall’altro lato, il problema è di trovare la via per “educare” chi ha pregiudizi ad andare oltre le apparenze e ad accettare la diversità.

Io credo che proprio l’educazione, la formazione, la cultura consentano di superare gli ostacoli al rispetto della diversità. L’educazione, la cultura e la formazione mettono in grado i nostri figli di rapportarsi “alla pari” con chi vorrebbe escluderli ponendoli in una condizione di inferiorità. L’apprendimento della lingua, la coscienza delle proprie origini e del proprio passato, la consapevolezza di poter essere oggetto di pregiudizio sono strumenti formidabili nelle mani dei nostri figli per fare in modo di non restarne vittime. Possono consentire loro di evitare – in un “sano evitamento” – le persone e le situazioni che li mettono a disagio; oppure possono consentire loro di ribattere in modo efficace a chi vorrebbe discriminarli, sopraffarli, escluderli.

Nessuno di noi ama essere escluso, in ragione di un qualche incomprensibile motivo, oppure per le caratteristiche fisiche, sociali, economiche e culturali che porta con sé. Ma l’esclusione perde il suo potere destabilizzante, trasformandosi tutt’al più in umana amarezza, nel momento in cui abbiamo modo di ribattere alla pari e di protestare la nostra dignità; e nel momento in cui siamo consapevoli che l’altra persona escludente non ci merita.

Il peggio che possa capitare a un nostro figlio (o a una nostra figlia) è di non avere argomenti da ribattere, di dover rimanere in silenzio o di dover scappare piangente e avvilito. Lo scrittore Cesare Pavese insegnava che “bisogna studiare per fare a meno di quelli che studiano”. Possiamo parafrasarlo, dicendo che “bisogna avere coscienza dei pregiudizi, per fare a meno di chi ha pregiudizi” nei nostri confronti.

Quanto alla “conversione” di chi disprezza la diversità – o di chi, anche in modo inconsapevole, si dimostra escludente, discriminatorio ed affetto da pregiudizi negativi – è bene prima di tutto “studiare l’avversario”. Solo un esame attento di ogni singolo caso, solo un ascolto attento dell’altra persona, solo una visione lucida della situazione, possono permetterci di capire e quindi di intervenire.
Ci permettono soprattutto di scegliere: se evitare pure noi chi osteggia il diverso; o se provare a convincerlo che bisogna andare oltre le apparenze.

Quello che dobbiamo evitare nel modo più assoluto è di chiuderci in noi stessi. O, peggio, di discriminare e criminalizzare coloro che disprezzano la diversità di nostro figlio, trattandoli come un gruppo omogeneo, monolitico e inattaccabile. Saremmo anche noi in preda al pregiudizio e saremmo sciocchi nella nostra chiusura, così come si dimostra sciocco chi crede (anche in buona fede) che la diversità sia una “ricchezza a prescindere”, e che il problema non sussista.

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