Storia familiare. Guida del SENAME 2: “I bambini che ricordano la loro vita passata”

“Nell’adozione è fondamentale il processo di ricostruzione della storia familiare, anche pre-adottiva” – dott.ssa Giuditta Borghetti – psicologa e psicoterapeuta

Una volta adottati, alcuni bambini e bambine, parlano della loro storia passata, dando dettagli della loro vita nell’istituto, degli amici e compagni, delle precettrici che li seguivano o dei pochi ricordi che conservano della loro famiglia biologica. A volte i loro racconti possono corrispondere a ricordi felici o divertenti, altre volte, possono commuovere per la loro crudezza, dando una dimensioni di ciò che il bambino/a possono aver sofferto nella loro vita passata.

Davanti al passato non possiamo far molto, salvo insegnargli ad imparare da queste sperienze, ricordandogli che quei momenti sono passati e che non torneranno mai più, perché ora ha una famiglia che è con lui per proteggerlo/a.  Che dobbiamo fare? Ascoltare il bambino/a con un atteggiamento aperto e senza pregiudizi.

Permettergli di raccontare quello che vuole e prestargli l’attenzione necessaria. Indirizzate le vostre domande per ottenere dettagli che vi aiutino a valutare il livello di danno che quella storia può avergli procurato. Cercare di non dimostrare emozioni negative come pena, angoscia, compassione o la sorpresa. Se fosse necessario richiedere aiuto professionale.

 (fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare. Guida del SENAME 1: “L’incontro”

Riprendo un passaggio della dott.ssa Annamaria Marbiero di due post fa: “Preparare all’adozione significa offrire al bambino una possibilità di ri-lettura e di ri- significazione della storia passata e delle possibilità future. Questo processo richiede anni ed è possibile solo all’interno di relazioni rassicuranti. Pertanto i bambini possono essere preparati all’incontro raccontandogli cosa avverrà nei giorni successivi ma è difficile che per età ed esperienze possano essere pronti a diventare figli, questo sarà il punto di arrivo dell’adozione e del processo riparativo.”

Mi sembra che risulti abbastanza chiara da distinzione tra incontro e preparazione all’adozione. Il primo è un’esperienza molto speciale e imprevedibile con un bambino che però si estingue ora e qui; la preparazione all’adozione è un tragitto che non finisce mai, che ha un inizio nel momento in cui la coppia decide di adottare (per il bambino, quando verrà fatto l’abbinamento) e che si evolverà finchè avremo vita. L’elemento discriminante è dunque ”il tempo”.

I prossimi post sono tratti da un opuscolo intitolato “Adottare in Cile, un lungo cammino per diventare famiglia” realizzato dagli operatori del SENAME (Servizio Nazionale dei Minori) di Santiago del Cile. Abbiamo estrapolato le sezioni che riguardano l’incontro, la ricostruzione della vita passata del bambino, il momento della rivelazione quando il bambino è piccolo. Si tratta di linee guida che possono, a nostro avviso, essere utilizzate anche in altre realtà dell’adozione internazionale.

“E’ naturale e auspicabile creare nella nostra immaginazione immagini di come sarà il momento in cui conosceremo chi può diventare quel figlio tanto atteso. Queste aspettative sul momento dell’abbinamento o dell’incontro con il bambino possono essere poco realiste. Può darsi che un giorno sarà ricordato come il più felice delle vostre vite o come un momento frustrante e deludente.

Mentre voi avete destinato molto tempo nel prepararvi per questo momento e sentite questo bimbo come il vostro, il bambino ha avuto una preparazione di alcuni mesi, il che non è sufficiente ad incorporare in lui il concetto di famiglia, pur identificandovi e chiamandovi papà e mamma. Visto che è un bambino grande (probabilmente maggiore di cinque anni) ha memoria e ricordi del suo passato biologico, così come ha coscienza del suo abbandono e dell’istituzionalizzazione. La sua visione di famiglia, è senza dubbio condizionata da queste influenze precedenti e la fiducia verso il mondo degli adulti può essere spezzata.

E’ fondamentale stabilire un poco alla volta una relazione basata sulla fiducia perché il bambino possa “adottarvi come genitori”. E’ importante non perdere di vista che, come ogni relazione, quella tra genitori e figli adottivi è una costruzione d’amore che si genera per mezzo della condivisione di esperienze e giorno per giorno.

Durante l’incontro, allora, possiamo trovarci con un bambino che reagisce molto affettuosamente e che vuole solo andare a casa a vivere con voi, ma possiamo anche trovarci con un bambino che vi respinge apertamente, che piange o che ha espressioni di molta angoscia nel momento . Come reagisca il bambino alla vostra presenza non è un segnale di come sarà la relazione che avrà con voi nel tempo. Se vostro figlio reagisce in una maniera che non vi aspettavate, non lo prendete come un rifiuto verso di voi. Lui o lei deve imparare ad aver fiducia in voi per donarvi il suo affetto.

In base a ciò, è bene tener presente che non possiamo esigere dal bambino dimostrazioni di affetto o vicinanza fisica. Dobbiamo rispettare la distanza che lui imponga e costruire le strategie necessarie perché interagisca con noi, rispettando i suoi tempi”.  

(fonte: Dipartimento per le adozioni – Cile 2010)

Storia familiare. Col senno di poi…

 “…è necessario passare da una logica ‘sostitutiva’ dell’adozione, nella quale i genitori adottivi sostituiscono ed ‘estinguono’ i genitori biologici, ad una visione ‘sommativa’, dove i genitori adottivi si ‘aggiungono’ alla storia del bambino, in una prospettiva di continuità nella discontinuità” – Marco Chistolini, psicologo e psicoterapeuta familiare

Storia familiare: “La preparazione del bambino nel paese di origine

di AnnaMaria Barbiero – psicologa e psicoterapeuta

 (…) È possibile preparare un bambino all’adozione? Spesso si confonde tra la preparazione del bambino all’adozione e l’accompagnamento all’incontro. (…) Preparare un bambino all’adozione richiede che il bambino possa collocarsi in una dimensione temporale di passato, presente e futuro. Questa possibilità è collegata all’età del bambino e alle sue esperienze quotidiane.

Un bambino precocemente istituzionalizzato che ha pochi contatti con la realtà esterna farà fatica a comprendere il concetto di altrove e di cambiamento. Nella sua esperienza la successione degli eventi è circolare, la routine si ripete ogni giorno uguale, regolare con pochi segnali dello snodamento del tempo e dello spazio, prepararlo all’adozione, al cambio delle relazione diventa quindi difficile. Il vuoto e l’assenza caratterizzano l’esperienza del bambino che potrà riproporre con gli adulti con cui verrà in contatto una relazione basata sul non attaccamento e sulla distanza. 

Un bambino che invece vive in una situazione di casa famiglia a cui è arrivato a seguito di maltrattamenti e incurie nel nucleo familiare ha esperienze di traumi e fratture, di fili che si rompono, oltre che di legami e di relazioni significative. Il passaggio a nuove relazioni può essere immaginabile ma potrà suscitare ambivalenze e paura man mano che il bambino si avvicina con alternanze di comportamenti e di reazioni repentini nel corso della stessa giornata.

Preparare all’adozione significa offrire al bambino una possibilità di ri-lettura e di ri- significazione della storia passata e delle possibilità future. Questo processo richiede anni ed è possibile solo all’interno di relazioni rassicuranti. Pertanto i bambini possono essere preparati all’incontro raccontandogli cosa avverrà nei giorni successivi ma è difficile che per età ed esperienze possano essere pronti a diventare figli, questo sarà il punto di arrivo dell’adozione e del processo riparativo. (…)

Il bambino che nel Paese d’origine ha vissuto relazioni significative o ha potuto  rielaborare una parte delle sue storie passate è un bambino che si relaziona con i futuri genitori con una possibilità di fidarsi maggiore rispetto al bambino a cui è stato dato il messaggio: «verrai adottato se ti comporterai bene».

(…) Concludendo è importante differenziare tra preparazione all’incontro e preparazione all’adozione, tenere conto dell’età dei bambini ricordando che più il bambino è piccolo più è difficile e potenzialmente traumatico il momento della conoscenza con gli estranei e del distacco dalla propria quotidianità. È importante differenziare tra informazione data al bambino e possibilità di comprensione. Pertanto è difficile parlare di preparazione all’adozione per bambini al di sotto dei 7-8 anni, ed è importante ricordare che come avviene per i neonati sono i genitori a dover essere preparati ad accoglierli, utilizzando le capacità di significazione, speranza, pensiero e calore.

 (fonte: Istituto degli Innocenti “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010)

Storia familiare: “La preparazione della coppia al paese di origine del bambino”

di AnnaMaria Barbiero – psicologa psicoterapeuta 

Abbiamo trovato due interventi della stessa psicologa per quanto riguarda la formazione dei genitori alla cultura del paese di provenienza del bambino e un secondo intervento sulla preparazione del bambino prima di arrivare in Italia. Entrambi si collocano all’interno della ricerca fatta dall’Istituto degli Innocenti per la CAI  su “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale” – 2010 scaricabile da internet: vedi www.commissioneadozioni.it/media/66911/qualitàattesa%20tutto.pdf

 (…) Le famiglie in attesa vanno accompagnate alla comprensione, intesa come prendere-insieme, alla conoscenza della cultura del Paese, per poter riconoscere dignità e significato a tradizioni altre, “straniere”, ad altri modi di intendere l’infanzia non per condividerli, ma per farsene carico in modo che il bambino che si incontra possa essere ri-conosciuto con la sua storia e le sue esperienze precedenti. 

(…) Prepararsi all’incontro significa prepararsi al viaggio, imparare a camminare e collegare prassi e culture presenti nel Paese in cui si adotta per dare significati che rendano possibile la genitorialità adottiva al di là di ideologie e facili critiche. Tra gli aspetti culturali più difficili da comprendere ce ne sono alcuni, quali le modalità di abbinamento, le cartelle sanitarie, i viaggi e la permanenza all’estero, per cui la coppia va supportata in fase di orientamento rispetto al Paese e di supporto specifico nel tempo dell’attesa.

La coppia va supportata nella scelta del Paese più significativo e affrontabile, ma va anche aiutata a comprendere e a metabolizzare alcuni aspetti difficili dell’iter perché la genitorialità è possibile solo all’interno di significati generativi e non distruttivi o vissuti “illegali”. Per una coppia che adotta nei Paesi dell’Est comprendere il senso delle cartelle sanitarie, imparare a proteggersi e a proteggere il bambino, capire come vengono fatti gli abbinamenti, e perché vengono fatti in un certo modo, significa non solo essere aiutati ad affrontare il primo e il secondo viaggio ma soprattutto essere supportati nelle proprie capacità e risorse genitoriali.

Prepararsi e allenarsi all’accoglienza comporta anche cercare di immaginare le storie per individuare risorse personali e di coppia che permettano l’integrazione delle storie del bambino con le storie familiari. Significa anche e soprattutto approfondire la conoscenza culturale e antropologica del Paese di origine del bambino per diventare famiglia interculturale promotrice di educazione ed esempio di integrazione di origini diverse.

L’adozione internazionale è un’occasione personale, familiare e sociale di ampliamento dei proprio confini all’interno dei propri necessari limiti. Rispetto alle esperienze precedenti all’adozione è significativa la storia dei bambini in particolare le modalità di accudimento dell’infanzia, l’idea di famiglia e di protezione, la percezione del corpo e delle relazioni, la lingua e le usanze. Una riflessione su come il corpo dei bambini viene maneggiato, nutrito, vestito a volte maltrattato è necessaria per le capacità riparative della coppia.

Rispetto all’idea di famiglia e di protezione è fondamentale poi ricordare come le famiglie adottive necessitino di poter immaginare che il bambino abbia vissuto e sia stato amato da altre persone e come nei nuclei d’origine il bambino possa aver fatto esperienza di famiglia, di confini generazionali, di spazi, vicinanze e ruoli diversi da quelli che vivrà nel nucleo di arrivo.

Il tempo dell’attesa viene vissuto dalle coppie come tempo vuoto, da superare il prima possibile, mentre le coppie andrebbero supportate per viverlo come cammino per conoscersi e conoscere il Paese di origine del bambino, per riuscire a entrare in confidenza con esso. (…)

 (fonte: Istituto degli Innocenti “Qualità dell’attesa e dell’adozione internazionale”- 2010)

Storia familiare. L’esperto: “Riempire il tempo dell’attesa”

di Mariangela Corrias – psicologa

Dalla riflessione della dott.ssa Corrias abbiamo tratto solo le parti che ci sembravano più vicine al nostro tema della costruzione della storia di famiglia.

 

(…) Durante la gravidanza si verifica un cambiamento ormonale e psicologico che permette alla donna di “ripiegarsi” su di sé, vengono riportate alla coscienza fantasie onnipotenti infantili e le relazioni con la propria famiglia di origine: tutto ciò permette la crescita ed elaborazione del bambino immaginario, quell’immagine di figlio che ogni donna porta con sé. Questo aspetto va vissuto in un certo senso anche con l’attesa, anche se non è una spinta inevitabile, biologica, ma riflettuta e voluta. La spinta biologica che porta la donna a ripiegarsi su di sé manca completamente durante l’attesa di un bambino adottivo. (…) la coppia è chiamata a recuperare un vuoto attraverso un “supplemento di cultura”.

(…) E’ importante il dialogo all’interno della coppia, condividere fantasie e timori, la comunicazione di dubbi e verifica delle proprie risorse. Pensare il bambino che verrà permette di iniziare a entrare in sintonia con lui e aiuterà i genitori, un domani, a decodificare meglio le emozioni e i desideri del figlio. 

(…) E’ anche il momento di lavorare su se stessi, per avvicinarsi alle proprie debolezze e guardarle in faccia, per smussare gli spigoli, capire cosa fa paura, cosa si desidera, cosa non si sopporta proprio, cosa irrita. E’ necessario farsi delle domande: che fare, se lui o lei reagirà in un certo modo? Se non avrà voglia di studiare o se risponderà troppo sgarbatamente? Sono disposto ad accettarlo per quello che lui è o penso che riuscirò trasformarlo a mio piacimento? E’ bene fermarsi a riflettere su questo. L’adozione è l’incontro di più persone, due genitori e un bambino, che s’incontrano portandosi dietro alle spalle un’esperienza che le ha trasformate e, in ogni caso, formate. Compito dei genitori sarà di riparare le sue ferite, dare senso a ciò che è avvenuto, e ricostruire la sua vita, ma non potremo modificare la struttura del suo carattere.

(…) Cercare il più possibile di conoscere il contesto sociale  e culturale del paese dai quali i bambini provengono. Dalla formazione della famiglia alle situazioni che portano all’abbandono, simili ma differenti per ciascun paese, dalla situazione scolastica alla realtà degli istituti che accolgono i bambini, ma anche la differenza dei generi, i ruoli genitoriali che i bambini hanno introiettato, la famiglia estesa, la relazione tra coetanei, tutto quello che permette di conoscere le problematiche dei bambini che arrivano tramite l’adozione internazionale.

(…) sviluppare la capacità di tollerare ansia e sofferenza è estremamente importante. E’ solo così che si potrà accogliere il dolore e la sofferenza del figlio. Questa potrà assumere aspetti , talvolta difficili da riconoscere e tollerare: quello della rabbia, dell’ostilità, del silenzio. Sarà possibile così contenere dentro di sé questa sofferenza e restituire a lui la fiducia in se stesso e nella vostra relazione e speranza della vita e del futuro, che insieme vi attende.

(fonte: italiaadozioni.it – 16/06/2012)

Storia familiare. Col senno di poi…

 

“…la diversità del bambino adottivo è un fatto oggettivo, che non può e non deve essere nascosto o camuffato. Egli deve essere, piuttosto, aiutato a comprendere che il suo percorso di vita è stato  sostanzialmente diverso da quello degli altri bimbi…” – Marco Chistolini, psicologo e psicoterapeuta familiare

Storia familiare. Mamma Maria: “Un diario che regalerò a mia figlia quando sarà grande”

“Mi è sempre piaciuto scrivere, fin da ragazza. Da quando abbiamo ricevuto la telefonata del Tribunale dei Minori per l’abbinamento (adozione nazionale) ho deciso di iniziare un diario per la mia bambina. Nessuno me l’ha suggerito, è nato da una mia spontanea esigenza di raccontarle la storia del nostro incontro. Ho pensato che un giorno, diventata grande (adesso ha 5 anni) avrebbe avuto piacere di conoscere i miei stati d’animo mentre l’attendevo. Giorno dopo giorno questo diario continua e si arricchisce. Segno i miei pensieri e le affermazioni simpatiche di mia figlia. Ho chiesto di partecipare anche a mio marito per integrare ricordi e momenti familiari significativi. E’ il mio modo di dirle: ”Sono felice che tu sia qui e cresca con noi”.

Curiosità. Esiste un sito dove una mamma adottiva, una pedagogista e un’illustratrice si propongono, dietro compenso, per costruire il libro della storia del bambino. Per maggiori informazioni vedere http://italiaadozioni.it.

Storia familiare. Mamma Ceci: “El libro de Vida”

“Che cosa ricordo dell’attesa? Sogni, paure, curiosità. Ho letto tanti libri, ho seguito i forum su internet e con mio marito ho incontrato tante persone. Direi che sentire l’esperienza di altre famiglie già collaudate dava maggiore concretezza al nostro sogno. Poi è arrivato l’abbinamento e abbiamo potuto sentire, via telefono, la vocina di nostra figlia dall’altra parte del mondo. Solo allora, quando abbiamo ricevuto le sue foto e noi abbiamo mandato le nostre, ho cominciato a costruire un album dove raccontavo a mia figlia come siamo arrivati ad incontrarla. Anche lei, seguita da una psicologa, stava costruendo il suo diario-album, “El diario de vida”. I due album sono andati avanti in parallelo ed è un dono reciproco che ci siamo fatti all’inizio per far incrociare le nostre vite. Sono stati completati in Italia con l’incontro della famiglia allargata. Il suo copre le tappe dei suoi trasferimenti nei vari istituti e ricorda le figure di riferimento importanti della sua vita. Il nostro è un affettuoso benvenuto ad una piccolina spaurita e sola. Mia figlia non è tipo da smancerie. Quell’album, però, a distanza di tempo, lo trovo spesso sul suo letto e la sicurezza che l’ha apprezzato ce l’ho quando lo mostra alle sue amiche più care.”

 Curiosità.  Dalle nostre conoscenze “El libro de vida” si prepara in Cile e Messico

Storia familiare. L’esperto: “L’integrazione della storia nella storia familiare dell’adozione”

di Ester di Rienzo – psicologa psicoterapeuta

Vedi articolo completo 

http://www.sviluppointelligenzaemotiva.it/Editore/Collane/Dispense/DownloadDispense/Adozione.pdf

 1. La doppia nascita

Figlio biologico e figlio adottivo ‘nascono’ da porte diverse: il parto e l’adozione. Tutti i figli hanno bisogno di essere ‘adottati’ nel senso di essere scelti e di partecipare ad un processo di affiliazione, di avere cioè uno spazio interno nella mente e nel cuore dei genitori. Possiamo dire che alcuni bambini nascono prima del concepimento nel pensiero, nel desiderio, altri durante la gravidanza, altri alla nascita, altri dopo molto tempo….La differenza tra filiazione e affiliazione consiste proprio in questo processo di maturazione del sentimento di genitorialità da parte dei genitori adottivi e di affiliazione da parte dei figli. Un processo di reciprocità ‘circolare ‘che attraversa diverse fasi. (…) Il bambino però, anche se piccolo, può avere una sua storia in cui ha vissuto stili di attaccamento disfunzionali, poco rassicuranti, che avendolo reso diffidente ed evitante, non gli permettono di corrispondere in modo immediato alle manifestazioni di affetto e cura. (…)

 

2. Aspettative e figlio “ideale”

Quali aspetti meritano più attenzione e tempi di ‘riorganizzazione’ in questa doppia attesa, dei genitori e del bambino?

(…) Il genitore deve essersi legittimato come ‘vero genitore’, ossia aver superato le paure di essersi appropriato di un bambino di altri, aver elaborato il sentimento di invidia verso i genitori in grado di generare figlio, aver bonificato il fantasma persecutorio del genitore biologico, aver superato il lutto per la sterilità e la naturale depressione. Aver dedicato un tempo ed uno spazio a sé ed alla coppia per consolarsi e coccolarsi. E il bambino? Nel caso di bambini molto piccoli, entro il primo anno di vita, il presupposto è che il bambino mantiene una memoria emozionale degli eventi precedenti la sua adozione. (…) Il bisogno di entrambi è quello di riconoscersi in un ruolo, il ruolo di genitore e il ruolo di figlio. L’affiliazione si costruisce attraverso la costruzione di una storia comune. (…) Il bambino ha mantenuto una memoria emozionale e gli va narrata una verità narrabile, che non produca fantasmi persecutori inutili, con parole che parlino al mondo emotivo e in cui possano ritrovarsi genitori e figlio.

 

3. Come parlare

Prima che col bambino il dialogo è con sé stessi ed all’interno della propria coppia. Permettersi di ascoltarsi e ascoltare il compagno, di darsi una vicinanza, di esprimere la propria ansia… Se ci si accoglie, si condivide, nella coppia nasce una ‘forza’ ed è più facile affrontare le difficoltà e accogliere il bambino. Le parole per narrare a sé stessi e al figlio sono quelle che parlano al mondo emozionale proprio e del bambino. (…)

Il bambino piccolo, di 2-3 anni, ha bisogno di considerare ‘vera’ la madre, vuol essere rassicurato che non è magico, ma nato in una pancia, sentita come una custodia che lo ha portato al mondo. (…) Il bisogno primario di genitori e figli è assegnare il ruolo ai personaggi della loro storia: il bambino ha bisogno sapere quale ruolo ha la persona che lo ha portato nella pancia, il genitore d’altra parte può provare rabbia, dolore, dispiacere di non aver avuto sempre vicino il figlio, di non averlo partorito. Dal racconto delle storie può nascere una vicinanza, possono essere raccontate come simili per la ricerca e l’ attesa reciproca, trovando così una possibilità di espressione per i sentimenti provati.

Col bambino non va usata la parola “abbandonato”, che connota negativamente il bambino come un oggetto rifiutato, proveniente da un contesto deprivato. Va evitata la svalorizzazione dei genitori biologici che farebbe sembrare i genitori adottivi pietosi più che desiderosi. (…) Un delicato spazio di cura emotiva va dedicato verso sé e verso il figlio nel periodo dell’adolescenza. Le domande del figlio adolescente rappresentano un’invasione emozionale importante per il genitore. Di seguito si evidenziano i passaggi più significativi del processo di affiliazione..

 

4. L’integrazione delle storie

Con il figlio adottivo si accoglie anche il suo passato, il suo specifico livello di sviluppo, frutto delle esperienze vissute negli ambienti precedenti all’adozione, la sua storia. Allo stesso modo il sistema familiare adottivo ha bisogno di integrare la sua storia con quella del bambino. Come affrontano i genitori adottivi la gestione della storia precedente del bambino, legata alla sua famiglia biologica, alle sue esperienze passate, alla sua condizione di adottato?  

Il genitore può avere difficoltà ad accostarsi al suo passato se sente che ciò fa riemergere nel bambino vissuti difficili. Gli adulti possono faticare a parlare del dolore coi bambini e di loro deprivazioni affettive e tendere ad evitare l’argomento o attribuire la ‘colpa’ del dolore ad un soggetto specifico che appartiene alla vicenda storica del bambino, manifestando ostilità e aggressività verso questa figura. Quali gli scenari prevedibili? C’è reciprocità nelle due attese…La ricerca delle appartenenze passa anche dal riconoscimento delle conflittualità, delle differenze.  

Accogliere la propria storia, essersi pacificato con le parti dolorose, raccontarsi e raccontare di sé al figlio. Nell’interezza della propria esperienza, nel riconoscimento di sbagli… Se un genitore ha sperimentato il conflitto con i propri genitori, se a volte si è sentito incompreso, rifiutato, se ha fatto esperienza di differenze tra le aspirazioni dei suoi genitori su di sé, rispetto alla scelta degli studi, del lavoro, della fidanzata… se a volte ha sentito poca fiducia verso sé, trova nella sua esperienza una ‘memoria’ che lo può aiutare a vivere le difficoltà senza spaventarsi. Chi non ha nessuna esperienza dei conflitti che possono nascere tra genitori e figli, chi ha vissuto nell’idillio, nella coincidenza di idee e scelte non ha maturato esperienza di sé nella differenza… Il rischio è che nel confronto tra figlio Ideale e figlio reale, l’adulto non abbia memoria della propria esperienza di debolezza, sofferenza sperimentata da bambino.

 La grande risorsa è la possibilità di fare i conti col bambino che si è stati, con la propria competenza autobiografica, di attingere alla capacità di sintonizzarsi col passato, sia quello goduto che quello sofferto. Nella costruzione di una storia comune, largo spazio interno può avere la propria storia, il ricordarsi chi si è e come lo si è diventati.  Se ci si chiede ‘chi sono?’ si accoglierà il bambino che si chiede ‘chi sono?’.

Difficilmente il bambino sarà il bambino dei sogni,  facilmente sarà poco prevedibile. Attenzione se il bambino cerca di diventare il Figlio Sognato, se cerca di adeguarsi presto alle richieste…Il naturale bisogno reciproco di dare e ricevere affetto, il giusto desiderio di essere ricambiati trovano più facilmente risposta se viene mantenuto il contatto con la propria infanzia, con i limiti sperimentati, se ci si prende cura di sé prima che del figlio. Se il genitore accetta i punti deboli della propria infanzia, non la idealizza… sarà più facile accogliere l’imprevedibile. Genitore e bambino non sanno chi incontreranno.  Il genitore si identifica col bambino sognato, il bambino vuole diventare il figlio sognato. Può essere difficile accettare l’alterità, sintonizzarsi con le differenze intellettuali,  fisiche, psichiche, con la spiacevolezza.

Nell’integrazione delle storie non si tratta di scegliere, ma di accogliere con ritmi e tempi del genitore e del bambino.

 

Il bambino che viene da lontano

Bambini che appartengono ad altre etnie hanno difficoltà con la lingua, a volte mancano loro gli strumenti di comunicazione, che sono invece comuni nel paese dei genitori adottivi. L’ identità etnica può rappresentare una risorsa, ma anche un ostacolo, soprattutto inizialmente.  Nel caso di adozione internazionale si aggiungono infatti differenze di tipo razziale e culturali e lo stile comunicativo precedentemente conosciuto ed utilizzato. Ad esempio in culture dove si pratica una stretta vicinanza tra madre e figlio piccolo, l’allontanamento dell’adulto può essere vissuto come perdita o può generare sensi di colpa e fantasie di punizione. (…) Lasciare il proprio paese, una cultura familiare, può provocare sentimenti di perdita e non l’apprezzamento di nuove abitudini (…) L’integrazione nella nuova cultura viene facilitata se la nuova famiglia considera positiva l’etnia di provenienza, ne accetta i valori, l’identità multietnica, il patrimonio culturale… (…) Il contesto intorno alla famiglia può farla sentire accolta o emarginata. Gli insegnanti si possono sentire impreparati ad accogliere un bambino ‘diverso’.  Il confronto col mondo esterno può rappresentare una risorsa o essere fonte di difficoltà. Ci si può sentire dotati di risorse all’interno della famiglia e sprovvisti all’esterno. Emozioni ricorrenti possono essere l’impotenza, l’incertezza, la frustrazione, la sorpresa, la rabbia per la delusione verso altri…

Nell’adolescenza può essere forte il desiderio di tornare nei luoghi di origine per la ripresa di contatto con la realtà della propria nascita. Quando il figlio deve dimostrare prima di tutto a sé stesso, di essere diverso, di non avere un bisogno assoluto di loro, di potersi dare altri modelli di identificazione, può desiderare di ricercare la sua storia, le sue origini. Possono esserci crisi quando il figlio sa che da qualche parte ci possono essere i suoi genitori biologici infelici. Si tratta di un periodo ‘critico’ in generale,  in cui la ricerca delle origini può attivare nei genitori insicurezza ed ansia. In realtà se le informazioni sulla storia delle proprie origini sono integrate con normalità nella trama storica narrativa familiare, se figlio e genitori hanno stabilito un buon legame, la conoscenza che deriva dalla ricerca dei genitori biologici, servirà per rinforzarne l’identità, chiarire, completare. 

La famiglia con altri figli … (…)  Si può dire che la presenza di fratelli facilita l’adeguamento del bambino a stili educativi nuovi e l’integrazione del passato nel presente.

 

5. Il bambino che porta un grande dolore dentro di sè

Credo che spesso i bambini adottati siano in questa condizione…

La minimizzazione o negazione di esperienze dolorose possono ostacolarne la conoscenza: un bambino difficilmente parla della sua sofferenza se sente che l’adulto non è disponibile, ma anzi ne è spaventato. (…)Il silenzio del bambino anziché sfiducia può rappresentare un movimento protettivo nei confronti del genitore (“Non parlo per non far soffrire papà e mamma”). Un tale movimento protettivo comporta però la mancata espressione di sentimenti profondi. (…) il bambino che ‘evita di ricordare’ ha poi difficoltà a pensare e ad elaborare le esperienze spiacevoli.  Il problema si pone nell’adolescenza se la famiglia non ha fatto un confronto con passato. Il bambino può avere ferite invisibili che i genitori hanno bisogno di imparare a riconoscere. Il minimo sfioramento con la ferita farà scattare il bambino con reazioni anche difficili da gestire o riattiva comportamenti disfunzionali.

Le reazioni possono essere le più varie:  un bambino può non sopportare l’eco di atteggiamenti che gli richiamano il rifiuto o minacce di abbandono, un altro bambino chiede o rifiuta,  in entrambi i casi in modo estremo, il contatto fisico… (…) Quello che segue è un esempio pratico di come con un bambino, anche molto piccolo,  si può costruire nel tempo il sentimento di reciproca appartenenza e l’integrazione delle storie. (…)

 

6. Libro – album sulla storia del bambino

Questo strumento, utilizzato spontaneamente da diversi genitori adottivi in vari modi,  è stato illustrato da P.Bardaji Suarez (P.Bardaji Suarez, in Ecologia della mente, n.2, 2002).

1) Com’era la mia famiglia di origine o il luogo dov’ero accolto:

chi c’era,  i loro nomi,  foto,  disegni,  ricordi,  oggetti conservati,  indumenti, giochi,  abitudini alimentari,  usanze o foto di persone che accudivano il bambino.

2) Il legame con la famiglia adottiva:

  • il viaggio dei genitori verso di lui
  • il saluto dei parenti che aspettano
  • l’incontro
  • la permanenza nel paese di origine
  • il viaggio verso casa
  • il giorno dell’arrivo
  • la festa
  • ricordi
  • foto,  oggetti,  disegni…

3) Com’è la mia famiglia adottiva:

  • chi la forma?
  • i loro nomi
  • compleanni
  • com’è il mio quartiere,  la mia città,  il paese in cui vivo…
  • com’è la mia scuola:  foto, quaderni, pagelle…
  • le cose che mi piacciono di più e di meno…
  • cosa piace di più a me di mamma e di papà…
  • cosa piace di me a mamma e a papà…

Il libro-album si costruisce insieme e si arricchisce nel tempo, divenendo un legame tra i tempi: il passato, il presente, il futuro.