Famiglie imperfette: “Essere padre… 4) La gratuità

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

L’esperienza dell’ affido è caratterizzata soprattutto dalla “provvisorietà” e dalla “gratuità”.  L’affido di un minore è sempre a tempo determinato. Il periodo non lo decidi tu, ma un altro. Lo decide il Giudice del Tribunale. Talvolta proprio nel momento in cui il rapporto e il dialogo incomincia a crescere, un provvedimento del Tribunale o un intervento della famiglia di origine rischiano di interrompere tutto bruscamente, compromettendo il lavoro di mesi, di anni.  Inevitabilmente con i ragazzi si crea un profondo legame umano, che se non è vissuto con maturità e all’insegna della gratuità, non è facile poi affrontarlo con serenità ed equilibrio nel momento del distacco.

 Ciò che mi ha aiutato a crescere nella dimensione della “gratuità” è stato soprattutto il confronto quotidiano con la Parola di Dio.

Una delle pagine evangeliche più significative che mettono in risalto come la struttura portante della relazione è la gratuità e non la reciprocità è la parabola del “buon samaritano”.  Il buon samaritano è l’uomo che trova la propria identità soccorrendo l’altro.  Il Samaritano non si ferma a raccogliere l’altro perché l’altro è il suo prossimo. Infatti, non sa neanche chi sia quel povero malcapitato pestato dai briganti. Non vede neppure il suo volto. Per lui è un anonimo, l’ignoto. Eppure si ferma. Il suo gesto è pura gratuità.

In un bellissimo commento a questa pagina di Luca il filosofo e teologo Armido Rizzi vede nella parabola del buon samaritano un concentrato della teologia biblica dell’alterità.  La domanda iniziale che il dottore della legge fa a Gesù “ Che cosa devo fare per avere la vita eterna?” è una formula biblica per indicare il desiderio di trovare e realizzare la propria identità, scoprire e compiere il senso del proprio esistere.  Che cosa risponde Gesù? “ Va’ e anche tu fa lo stesso” In altre parole, come ha fatto il buon samaritano.  Perciò fare come il samaritano è la condizione per poter capire il senso del proprio esistere, il senso della propria vita.

Ma che cosa ha fatto il samaritano?  La parabola non ci dice “che ha amato il suo prossimo”, ma che “si è fatto prossimo”.

La novità sta proprio in questo. Infatti alla domanda del dottore della legge “ Chi è il mio prossimo?” Gesù contrappone un’altra domanda “ Chi si è fatto prossimo?”.  Questi due verbi: “essere” e “farsi” delineano due modi di essere molto diversi tra loro. L’ ”essere prossimo” indica un dato di fatto e definisce la collocazione dell’altro rispetto a te. Invece il “farsi prossimo” delinea una tua libera scelta, una tua spontanea iniziativa.

Per Gesù la dimensione dell’amore non è la reciprocità, ma la “gratuità”.  Io devo amare l’altro in ragione del suo bisogno, così come Dio-Padre ama ognuno di noi nella nostra radicale povertà.

Lo stesso insegnamento lo ritroviamo anche nell’altra meravigliosa parabola definita, a detta di molti a torto, la parabola del “figliol prodigo”.

Chi è, infatti, il vero protagonista del racconto? Il padre o i figli?  Ciò che scandalizza non è il comportamento dei figli. E’ abbastanza facile identificarsi nel comportamento di uno dei due figli. Chi non ha rifiutato qualche volta la casa del Padre? Chi di noi non si è sentito qualche volta invidioso?

Lo scandalo di questa parabola è l’atteggiamento del padre.

Di fronte alle richieste del figlio, non oppone resistenza. Lo lascia libero di andarsene. Non rompe le sue relazioni, ma continua ad attenderlo. Proprio la parabola sottolinea: “lo vide…,gli andò incontro…, lo baciò…”. Al ritorno non gli rinfaccia le sue colpe, non lo rimprovera, non lo punisce, ma gioisce e fa festa.  E’ un padre che perdona e ama di un amore gratuito.

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