Famiglie imperfette: “Essere padre… 3) Padre non si nasce, ma si diventa”

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

Educatori non si nasce, ma si diventa, poco alla volta. Dopo i primi tre mesi dell’esperienza di affido volevo abbandonare tutto. Mi sentivo soprattutto incapace di affrontare certi problemi e situazioni umane così difficili e delicate. L’incontro con un ragazzo che ha subito ogni forma di violenza e che si ritrova con una personalità distrutta, fa crollare ogni schema educativo prefissato e ti costringe ad “inventare” di volta in volta il “che cosa fare” senza falsi preconcetti e con la disponibilità a ricominciare sempre di nuovo. Di fronte ai continui fallimenti sei costretto a recuperare una buona dose di “capacità-autocritica” attraverso una continua verifica dei progetti e dei programmi. Bisogna imparare ad accettare con serenità il proprio limite, la propria debolezza, la propria parzialità, cercando di non lasciarsi sopraffare dall’emotività. La coscienza del tuo limite ti mette in convizione di percepire il mistero che ti circonda.

Qual è la condizione fondamentale che sta alla base di una vera relazione?

Bisogna partire – scrive Lévinas – dall’ascolto dell’altro”.

Il vero atteggiamento perché il soggetto possa scoprire l’altro come soggetto e non come oggetto, è una profonda capacità di “ascolto”.

E “ascoltare” l’appello di chi si trova in difficoltà, vuol dire saper cogliere la negatività della persona che ha subito violenza per cercare di eliminarla, investendovi volontà, intelligenza, cuore, affettività, tempo, soldi. La totalità del mio “io”.

Vuol dire imparare a guardare la realtà dal punto di vista degli “sconfitti”, degli emarginati.

Il volto dell’altro, scrive Lévinas, è la “differenza” che come visitazione, irrompe con la forza della sua nudità di bisogno, e mi convoca alla responsabilità“.

Ciò che mi obbliga eticamente, prima ancora che religiosamente, a fare qualcosa per l’altro, è l’appello che ogni vita gracile e indifesa rivolge a me che le sto accanto.

Quindi più che “conoscere” l’altro bisogna anzitutto rendersi conto delle “responsabilità” che si hanno di fronte all’altro.

I care” aveva scritto don Milani sulla porta della scuola di Barbiana. ” Me ne importa, mi prendo cura“.

L’altro non chiede di essere compreso, conosciuto, posseduto o compatito. Chiede essenzialmente una risposta di “giustizia”, una assunzione di responsabilità.

C’è una espressione di cortesia che spesso diciamo quando incontriamo qualcuno all’ingresso di una porta: “Prego dopo di lei“.

Secondo Lévinas questo “dopo” non è semplicemente una formalità ma esprime qualche cosa di “ontologico-metafisico”: “l’altro ha sempre la precedenza su di me“.

Perchè? Perchè io non ho alcun potere su di lui. Anzi sono chiamato ad occuparmi di lui, del suo benessere, della sua salute.

E me ne devo occupare senza esigere reciprocità, perché la relazione con l’altro non è simmetrica.

La solidarietà non è una conoscenza in più, ma una diversa qualità della relazione con l’altro. Una relazione all’insegna del “dono” della “gratuità”, dell’ “uscire da sé”.

Ed uscire da sé non vuol dire perdersi o rinnegarsi, ma un “crescere”, un aprirsi a possibilità nascoste, imprevedibili. Vuol dire concepire la propria esistenza non più basata sul “conosci te stesso”, sul “potenziamento” del proprio io, ma sulla “relazione”. Una relazione che è un “faccia a faccia”, un entrare in rapporto, un “comunicare”.

Se non viene rispettata questa correlazione, le conseguenze sono tragiche. Infatti se l’io non ammette l’altro come soggetto cercherà di ridurlo ad oggetto. E questo vale non solo per le persone, ma anche per le cose, per la natura, per Dio.

Famiglie imperfette: “Essere padre… 2) Per poter dare, bisogna essere”

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

 Le prime difficoltà mi hanno fatto prendere coscienza che “per poter dare veramente, bisogna prima essere”. Di fronte a certi problemi e a certe situazioni, non è sufficiente l’entusiasmo e la buona volontà. Occorrono preparazione, riflessione, maturità. L’incontro con la realtà dell’emarginazione ha infranto tutte le mie sicurezze, le mie certezze, ha messo in questione tutta la mia personalità. L’altro, in particolare l’altro-povero-emarginato, ti interpella, ti provoca, ti educa, ti cambia, ti costringe ad uscire dall’indifferenza, a cercare delle risposte, ad assumere delle responsabilità.

 La relazione con l’altro, dice Lévinas, è il punto di partenza per la ridefinizione di noi stessi. “E’ l’altro che fa scoprire te stesso”.

E il grande scrittore e poeta Pablo Neruda diceva: “Nascere non basta, è per rinascere che siamo nati”.

Ma per riuscire a mettere al primo posto l’altro, scrive Italo Mancini, “ci vuole un vero arrovesciamento di cultura e di mentalità”.

Bisogna passare dall’umanesimo del “soggetto”, dell’ “io”, all’umanesimo dell’altro uomo. Bisogna, dice ancora Ricoeur, deporre l’io dalla sua sovranità per far posto all’altro e ripensare la propria esistenza come “essere per l’altro, con l’altro e grazie all’altro“.

Occorre, come scrive Lévinas, vedere nell’altro “un volto da scoprire, contemplare, accarezzare”.

Ad Ulisse, ideale di uomo del mondo greco-classico, bisogna contrapporre la figura di Abramo, immagine dell’uomo che ha le sue radici nella tradizione ebraico-cristiana.

Ulisse è il simbolo dell’uomo che ricerca se stesso, che ha dei progetti ben delimitati e chiari, che pone la sua fiducia solo nelle sue forze.

Abramo invece è il simbolo dell’uomo che esce da sé, che si fida dell’Altro, che interpreta la vita come un continuo “esodo”.

Impostare la vita secondo gli schemi e i principi ben precisi di Ulisse dà molta sicurezza e tranquillità. Pur in mezzo a tante difficoltà e rischi, Ulisse sa dove va.

L’avventura di Abramo invece è molto più dura e piena di incertezze. Abramo non sa dove va, conosce soltanto quello che lascia. Ha il biglietto di sola andata e il suo domani è incerto. Il suo futuro non è “a casa”, ma “altrove”, non è in un ritorno, ma in una “uscita”. 

Ma il “rinascere” ad una nuova cultura, ripensare una nuova antropologia, non è frutto di una semplice decisione razionale. E’ necessario un lungo cammino di ricerca, di tentativi, di progetti, di fallimenti.

(continua…)