Famiglie imperfette: “Essere padre… 1) L’esperienza”

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario

Dall’ottobre del ’78 ho scelto di vivere con un piccolo gruppo di ragazzi in affidamento dal Tribunale dei minorenni.

Ho iniziato quasi per caso. Con molto entusiasmo, ma anche con tanta ingenuità e incoscienza. Con motivazioni umane e di fede maturate da anni, ma senza alcuna preparazione specifica rispetto al problema dei minori in difficoltà e dell’emarginazione.

I ragazzi affidati, sempre di età compresa tra i 13 e i 18 anni, provenivano da situazioni famigliari molto difficili. Problemi di alcolismo, droga, prostituzione, carcere, stato di abbandono. Quindi ragazzi “violentati” fin dalla loro infanzia. Cresciuti fin dai primi anni senza figure “autorevoli” di riferimento, sia dal punto di vista affettivo sia da quello educativo.

La famiglia d’origine è sempre piuttosto “fragile”, con una madre che spesso scambia il bisogno di affetto con l’immediata soddisfazione di bisogni materiali, e con un padre per lo più assente e violento.

La scuola non è assolutamente preparata a rispondere adeguatamente a questi bisogni e di conseguenza li emargina e li rifiuta.

Il quartiere non offre né luoghi né momenti di incontro. Per il tempo libero mancano spazi e proposte e la strada diventa l’unica “scuola” dove imparare a vivere e a sopravvivere.

Raramente nella pastorale parrocchiale rientrano progetti e programmi seri a favore di questi ragazzi. Le uniche iniziative “ecclesiali” sono legate a qualche persona singola, a gruppi di volontariato o a forme tradizionali di assistenzialismo.

Anche se è difficile delineare il ragazzo a rischio “tipo”, in quanto ognuno ha una sua particolare storia che lo rende “unico”, tuttavia c’è una caratteristica che li accomuna. Sono tutti ragazzi alla ricerca disperata di qualcuno disposto a volergli bene, con una personalità “debole”, cresciuti senza “spina dorsale”, che crollano alle prime difficoltà. Con una formula che esprime molto bene la realtà giovanile di oggi potremmo dire che sono “ragazzi senza padre”, cioè senza punti di riferimento, senza quel minimo di sicurezze che sono indispensabili per affrontare le difficoltà della vita.

Fin dall’inizio l’impatto con questa realtà è stato difficilissimo. Gli appoggi esterni (Enti pubblici e Chiesa) erano piuttosto latitanti. Bisognava arrangiarsi con l’aiuto e la solidarietà di qualche amico.

Anche se il problema “ragazzi” spesso mi coinvolgeva in modo stressante, tuttavia non ho mai voluto rinunciare né all’insegnamento, né allo studio e tanto meno agli “spazi personali”.

Credo che siano stati soprattutto questi momenti, accompagnati ad una esperienza di fede costretta a confrontarsi continuamente con la vita concreta, che mi hanno aiutato ad acquisire quell’equilibrio e quella serenità interiore indispensabili per non essere travolti dalle tensioni quotidiane.

Se da una parte la fede evangelica mi ha dato la forza di interpretare la vita come “condivisione” e come “gratuità”, dall’altra le critiche alla religione del Padre da parte di alcuni filosofi del sospetto, come Nietzsche e Freud, mi hanno aiutato a purificare la mia fede.

Inoltre le riflessioni di pensatori come Buber, Lévinas, Ricoeur, don Milani, Mancini, Balducci, mi hanno dato quello spunto per “inventare” di volta in volta il “che fare” di fronte ai tanti dubbi ed agli innumerevoli interrogativi.

Che cosa vuol dire “relazionarsi” con ragazzi con alle spalle esperienze traumatiche di violenza?

Che cosa vuol dire aiutare un adolescente a diventare adulto, quando nella sua infanzia non ha mai conosciuto l’affetto profondo di un padre e di una madre?

Che cosa vuol dire “educare”, “reinserire”, rendere “normale”?

Ma che cosa è la “normalità” in una società dove i valori sono ridotti al successo e al denaro?

Attraverso  dei brevi spunti di riflessione vorrei tentare di far vedere quanto sia importante cercare sempre di coniugare la teoria, cioè quello che si legge e si studia sui libri, con l’esperienza quotidiana.

(continua…)

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