Famiglie imperfette: “Essere padre per chi non ha padre”

Don Roberto ci ha inviato questo scritto, nato da un’esperienza diretta nel campo dell’affido, che ben si inserisce a questo punto del blog. Lo ringraziamo della sua testimonianza in cui, per dubbi e difficoltà quotidiane, ma anche per le soddisfazioni, buona parte di noi si può riconoscere.

Per facilitare la lettura il testo sarà diviso in cinque parti.

 

Riflessioni su una esperienza di affido

di Roberto Vinco – sacerdote e padre affidatario 

Infinite, si dice spesso ironicamente, sono le vie del Signore.

Mi ero preparato per anni al sacerdozio. Mi chiedevo continuamente che cosa volesse dire essere prete oggi. Non mi ero mai pensato come “padre”. Improvvisamente mi sono ritrovato a far da “padre” ad alcuni ragazzi dai 13 ai 18 anni.

Le domande che mi hanno accompagnato in questi venti anni di esperienza di “padre” in un “gruppo-famiglia” con adolescenti in difficoltà sono state innumerevoli. Che cosa vuol dire fare da padre ad un ragazzo che non è tuo figlio? Che cosa vuol dire fare da padre ad un adolescente che ha vissuto la sua infanzia con un genitore spesso violento ed assente? Come conciliare i propri impegni di prete, di insegnante e di “padre”? Come parlare di Dio-Padre a chi non ha mai conosciuto l’amore profondo di un padre?

Se è vero, come ha detto Freud, che per ogni uomo, l’idea di Dio si forma a partire dall’immagine del proprio padre e che quindi il rapporto con Dio dipende dal rapporto avuto con il padre, che idea può avere di Dio un ragazzo con alle spalle una esperienza di un padre alcolizzato o drogato e dal quale ha avuto soltanto botte?

 Gli stessi interrogativi che mi ponevo nei primi mesi della mia esperienza, sono gli stessi che mi hanno sempre accompagnato in tutti questi anni e che mi pongo ancora continuamente. Più che di “risposte” ho vissuto di tentativi, di dubbi, di errori, di crisi, ma anche di grandi soddisfazioni, con qualche piccolo successo e con una fede che mi ha dato la forza di guardare sempre avanti con una profonda serenità interiore. 

Questa esperienza di “padre” mi ha insegnato soprattutto alcune cose essenziali:

–   che padri non si è, ma si diventa;

–   che diventare padri vuol dire essenzialmente diventare adulti;

–   che si cresce soltanto se si ha il coraggio di mettersi sempre in discussione. 

E’ stato l’impatto con il difficile mondo dei “minori in difficoltà”, con ragazzi che subiscono fin dalla loro infanzia diverse forme di violenza, che mi ha costretto a mettermi in discussione e a rivedere tutto me stesso, la mia mentalità, la mia formazione, le mie idee, il mio rapportarmi alla realtà dei “poveri”, degli “ultimi”, degli “emarginati”.

E’ sempre molto difficile parlare della propria esperienza personale. E’ impossibile tradurre in parole, in concetti, l’interiorità, la complessità e la ricchezza di certe esperienze. Più che un discorso articolato o una analisi di una esperienza, vorrei semplicemente offrire degli spunti di riflessione cercando di coniugare assieme tre elementi fondamentali del mio vissuto:

1) la vita quotidiana in famiglia con i ragazzi;

2) lo studio e l’insegnamento della filosofia;

3) la ricerca continua di una fede evangelica autentica.

 (continua..)

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