La fuga di Caty: “Possiamo parlare?”

–         Perché non rispondi al telefono? Almeno passa da casa che ci parliamo. Come possiamo risolvere le incomprensioni se non ci parliamo? Ogni volta che c’è stato un problema abbiamo sempre trovato una soluzione. La troveremo anche questa volta.

–         Sono fuori città e non ho tempo.

–         Sai che ci teniamo a te.

–         Sei tu che mi hai detto di andare via.

–         Ero molto arrabbiata: tre giorni a casa di Sara senza avvisare e farti sentire. Sfido qualsiasi madre a non arrabbiarsi.

–         Non è la prima volta che lo fai.

–         Ho sbagliato, ma si dà una possibilità anche al peggiore dei malandrini. Sai bene che se fissiamo un patto lo mantengo. Bisogna però parlarsi. Decidi tu quando.

–         Domani torno in città.

La fuga di Caty: “Telefonata all’amica del cuore”.

–         Pronto Sara? Sono la mamma di Caty? Mi sapresti dire dov’è? E’ da giorni che la cerco, ma non risponde al telefono.

–         Non la vedo da un po’. L’ultima volta era a casa di Clara.

–         Potresti parlarle tu? Dille di farsi sentire. Se non si parla non si può chiarire la situazione. In fondo tutto questo si è creato perchè mi ha detto che veniva a casa tua una sera, invece è rimasta tre notti senza avvisarci e senza farsi sentire. La stessa cosa l’aveva fatta la settimana prima piazzandosi a casa di Valeria. Per me è maleducazione e domenica ero molto incavolata. Si, le ho detto di andarsene se non accettava le condizione di un’educata convivenza familiare. Ma, sai bene anche tu che sei figlia e hai una madre, che certe esplosioni sono passeggere, poi bisognerebbe cercare il dialogo. Lei invece fugge.

–         Glielo dico sempre anch’io, ma non capisce. Comunque proverò a chiamarla e a parlarle. Ci sentiamo.

L’esperto: “Adolescente in fuga – lettera di una madre”

Cara dottoressa, sono una madre di 45 anni con una figlia quasi di 20 che circa 2 anni fa ha iniziato a dire che la limitavamo (io e il padre) nelle sue scelte (ha sempre fatto tutte le attività ricreative che chiedeva senza continuità). A casa si isolava nella sua camera davanti al PC chattava e pensava alla musica, anche se le chiedevo di fare ordine, mi ignorava. Diceva che l’università l’avrebbe fatta in un’altra città per fuggire da noi, ma la cosa è sfumata per vari motivi. Nel frattempo ha conosciuto un coetaneo che lavora e abita da solo, dopo 2 mesi ha detto che non poteva fare a meno di lui e che sarebbe andata a conviverci. Siamo riusciti a dissuaderla ma dopo un ennesimo litigio, ci ha detto che non sarebbe più tornata perchè non la capiamo e questo lo sappiamo perchè l’abbiamo chiamata noi al telefono. Se le concediamo un dito prende tutto il braccio, se neghiamo dice che la soffochiamo, si crea un mondo di false verità in cui vive, scoperta nega dando goffe giustificazioni.

 Risponde la psicologa

Cara Signora, dalla sua lettera si evince che sua figlia ha iniziato due anni fa ad esprimersi attraverso le classiche reazioni degli adolescenti e spesso, per raggiungere l’autonomia, i ragazzi hanno bisogno di contrapporsi a coloro che vengono ritenuti “nemici”. E spesso i genitori, per non sentirsi respinti, reagiscono concedendo e cedendo ad ogni richiesta. L’adolescenza è il periodo più critico sia per i ragazzi sia per i genitori; questi ultimi hanno una grande responsabilità e devono continuamente bilanciare stati emotivi contrapposti. Gli adolescenti che hanno questa esigenza di rendersi indipendenti (cerchiamo di ricordare come eravamo noi alla loro età) hanno modalità espressive anche molto provocatorie. L’adulto ha il compito di accompagnare la crescita, aiutando a far emergere sempre più una capacità riflessiva, il sapersi mettere nei panni degli altri, nell’ascolto delle proprie emozioni e di quelle degli altri. Si devono sanzionare i cattivi comportamenti e non la persona alla quale si deve sempre dare fiducia per un possibile cambiamento. Quando i ragazzi sentono che dietro la fermezza c’è l’amore, facilmente poi riescono a riprendere i rapporti interrotti. Non abbia timore, dimostri il bene e comunichi la capacità di attendere. Vigili comunque da lontano per sapere che non siano state intraprese strade cattive. Se i ragazzi lavorano e sanno mantenersi senza il bisogno di mamma e papà è un buon segno. Attenda fiduciosa. Auguri.

(fonte: oggi.it)

La fuga da casa. Darkie, 21 anni: “Alla ricerca della libertà”

“Da figlio adottivo capisco benissimo il desiderio di fuga: è dettato dall’incomprensione; quando uno si sente così non fa altro che cercare la cosa più istintiva in qualsiasi animale, la libertà. E perchè il 70% delle volte si torna indietro??? Perchè non si è in grado di autogestirsi!! Quindi, ripensandoci su, tutti quelli che sembravano problemi insormontabili, diventano solo fastidi in confronto a una casa calda, un letto, la tv, il computer, ecc…

 Questo però non vuol dire che il problema sia risolto, è stato solo rimandato, messo da parte…ma è solo una bomba ad orologeria, che è pronta a riscoppiare da un momento all’altro se non affrontata alla radice! Come una bomba, puoi tagliare i fili per renderla inoffensiva, ma chiunque può ricollegarla rendendola nuovamente attiva….

 E allora pongo una domanda che feci un po’ di tempo fa a mia mamma sulla quale vorrei che tutti riflettessero: “E’ giusto imporre ad un figlio adottivo di adattarsi ai genitori, o sono i genitori che si devono adattare a lui?”

 So che è una domanda molto arrogante e supponente…ma dato che da ragazzi adottati ci si sente spesso come “merce acquistata o acquisita” (perchè indicati o derisi da coetanei così….) SE TU ACQUISTI UNA MAGLIETTA CHE TI PIACE MA NON TI VA BENE ADDOSSO, LA CAMBI E NE PRENDI UN’ALTRA, NO?“… ecco, allora che ci si sente così, come quella maglietta, ogni volta che facciamo qualcosa che NON VA BENE…e allora ci si chiede: “Perchè mi avete voluto portar via da dov’ero se poi non vi va bene quello che faccio???”

 (fonte: forum AFAIV)

L’esperto: “La fuga e la ricerca dell’identità personale nel giovane adulto”

di Maura Brugnoni – Psicologa  e  Psicoterapeuta

(…) A differenza del viaggio, la fuga è una partenza impulsiva, brusca, spesso solitaria, senza una meta precisa, che per lo più si verifica in un clima di conflitto con la famiglia o l’istituzione di cui fa parte il giovane.

La fuga si configura dunque come un agito, cioè un’azione irriflessiva. Rappresenta il desiderio di rottura, la ricerca di una nuova identità, l’opposizione all’ambiente di appartenenza come unica possibilità di affermazione dell’individualità personale. 

Più è grande il conflitto tra il bisogno di appartenenza a un ambiente spesso simbiotico, invischiante, e il bisogno di affermare il proprio sé differenziandosi, più la fuga tenderà ad assumere una forma patologica.Il dubbio e l’incertezza sulla propria identità induce l’adolescente a sentirsi vivo nel momento in cui parte per ricercare delle nuove identificazioni, che non può incontrare nel contesto in cui vive.

Oltre alla fuga da casa, si possono annoverare altre forme, alcune molto recenti, di allontanamento dall’ambiente e dalla realtà quotidiana, quali il mondo virtuale, l’alcool e le droghe, a cui il giovane fa ricorso in misura proporzionale all’intensità del disagio psicologico legato al senso di identità personale.

Nei casi più gravi si può assistere alla fuga dissociativa (allontanamento inaspettato da casa o dal posto di lavoro con incapacità di ricordare il passato e confusione circa le proprie generalità), alla depersonalizzazione (persistente percezione di distacco rispetto ai propri processi mentali e al proprio corpo) o al delirio (alterazione della coscienza che comporta una modificazione percettiva della realtà).

In definitiva, la fuga è una condotta a cui il giovane ricorre per discostarsi da una situazione di tensione, quando non dispone di strategie per affrontare e migliorare in altri modi le proprie condizioni di vita.

Ad adottare sistematicamente questo tipo di risoluzione disfunzionale, sono soprattutto i giovani e gli adolescenti per i quali il conflitto tra dipendenza ed indipendenza risulta più problematico, perché provenienti da un contesto familiare che non ha favorito un attaccamento sicuro, tale da promuovere lo sviluppo di un’identità autonoma.

Paradossalmente, infatti, le fughe sono più frequenti nei ragazzi per i quali il lutto delle immagini genitoriali infantili diviene patologico e, in questo caso, fonte di depressione.

(fonte: sito CERAL)

La fuga di Caty: “Scambio di SMS”

–         Sono molto triste. Torna a casa. Il saggio lascia casa con un lavoro sicuro e un posto stabile dove andare. Tempo un anno e mezzo, conclusa la scuola, e sarai libera. Torna a casa, non è ancora tempo di andare. Abbi la pazienza di costruire qualcosa prima di andartene. Torna a casa.

–         Sei tu quella che voleva che andassi fuori casa, no? Adesso ci sono, lasciami stare. Martedì me l’hai detto e sono andata da Clara e scommetto che sei stata bene. Non può che farmi piacere. Ciao!

–         Torna a casa con meno arroganza e la convivenza sarà più facile e piacevole. La tranquillità, non chiedo altro. Sei riuscita a gestirti con gli orari, puoi riuscire con la sincerità. La mia rabbia nasce da lì, voglio potermi fidare di te. Dove andrai, poi?

–         Non ho ancora trovato un posto.

–         Torna a casa, quando ti sarai organizzata ci penserai. Ti voglio al sicuro e al caldo, non con il trolley per la strada. Se porti pazienza avrai un futuro pieno di soddisfazione. …ci sono le lasagne della nonna…

–         …….

–         Ho trovato da dormire da un’amica. Rimango da lei finchè non decido. Perché dovrei tornare? Perché domani ho scuola?

–         Perché questa è casa tua finchè non avrai l’autonomia e un posto tutto tuo dove stare. Torna, il portone è già aperto. Tra un po’ arriva anche papà e dimentichiamo questa brutta giornata

–         No, non torno, sto da lei.

La fuga di Caty: “La partenza”

Caty è uscita di casa con la sua valigia e lo zaino in spalle. Non è la prima volta che assisto a questa scena. Questa volta però c’è qualcosa di diverso. Forse il mio sentire interiore. Forse la sua risolutezza.

–         Sei sicura di quello che stai facendo?

–         Sì.

Mi dispiace per quanto sta accadendo. So che tra qualche giorno non starò bene. Sento anche che doveva accadere e che, se deve accadere, è meglio che accada adesso.  Non so dove ci porterà tutto questo. Se devo essere onesta vedo solo catastrofe.

Caty è arrivata da noi otto anni fa. Aveva dieci anni. Ha degli splendidi occhi azzurri e un sorriso che ammaglia. Ce ne siamo innamorati subito. Non sono stati facili questi otto anni, ma eravamo fiduciosi che avrebbe capito. Avrebbe accettato la nuova famiglia, la nuova città e i nuovi amici. Sottinteso che, per primi, noi avremmo dovuto capire e accettare lei.

Adesso che se n’è andata, capisco che quello che conta non sono le domande tipiche che si pone una coppia che sta per adottare: in quale classe la inseriremo, imparerà presto l’italiano, sarà felice con noi, accetterà il nuovo cibo, saprà amarci? La domanda giusta, quella che determinerà la riuscita di un’adozione è: la nostra potrà diventare una relazione autentica?

Non c’è dubbio che abbiamo fallito. Siamo partiti con l’idea che gli adulti siamo noi. Noi abbiamo azionato la leva dell’iter adottivo. Noi abbiamo deciso di adottare. Noi abbiamo adottato una bimba. Caty, però, non ha mai adottato noi. O meglio, ha accettato la situazione i primi anni del suo ingresso in famiglia, costretta dalla tenera età. Giunta nell’adolescenza, ci ha allontanati sempre di più fino ad arrivare ad oggi, diciotto anni e l’insofferenza di un animaletto selvatico.

Nessuna regola, nessun rispetto, pretese solo pretese. Nessun impegno per la scuola, anticamera di una prospettiva di lavoro per essere libera. No, tutto e subito, senza fatica ed impegno.

Oggi se n’è andata e i libri sono rimasti qua. La sua è una vita impostata ai minimi termini: mangiare, dormire e divertirsi. Le sue amicizie rispecchiano questo vivere ai minimi termini.

Vedo spesso, qui in centro, una donna senza fissa dimora che trascina il suo trolley. Caty se n’è andata con il suo trolley rosso. Spero che la storia non si ripeta. Spero che capisca. Spero che tutto si aggiusti prima che avvenga l’irreparabile.

La fuga da casa: “Forse è arrivato il momento”

Per una madre non è mai il momento che un figlio se ne vada di casa. Sembra sempre che ci sia qualcosa di più da imparare, qualcosa in più da trasmettere, uno strumento da lasciare in più come dote per affrontare la vita. S’immagina che una figlia se ne possa andare dopo aver trovato la sua strada: avere un titolo di studio o una professione, un lavoro con cui mantenersi. Se poi ci fosse anche un compagno di vita ci sentiremmo più tranquille perché la vedremmo più protetta. Sappiamo bene che la vita reale non è così. I compagni di vita non sempre sono tali e il posto di lavoro a volte una chimera. Ci sconvolge, però, che i nostri figli siano molto spesso  irrequieti sin dalla prima adolescenza, quando le statistiche in Italia danno per certo che una buona percentuale di giovani adulti rimane in famiglia oltre i 30 anni. La crisi economica ha peggiorato questo aspetto.

Molti dei nostri figli, invece, sono trepidanti. L’insofferenza delle regole familiari, la difficoltà a creare un buon rapporto con le figure genitoriali ed adulte fa nascere la necessità di prendere il volo il prima possibile, per dove non si sa. Una cosa ho imparato: i rapporti familiari tra genitori e figli adottivi non sono “classici”.  In alcuni casi non posso pretendere che un ragazzino abituato a razzolare per le strade per sopravvivere sia ligio agli orari canonici di una famiglia o abbia una visione della vita ordinaria. Lo può fare per un certo periodo, per compiacerti, ma prima o poi la sua anima libera si rivelerà. E’ allora che una madre dovrà chiedersi se è arrivato il momento di mollare, per i figli già grandi, intendo. Certo si vorrebbe che la cosa avvenisse in maniera civile. Invece lo strappo non è mai piacevole e molte volte è preceduto da profonde incomprensioni e affermazioni aggressive.

Ci sono vari tipi di fuga: la fuga da casa è la più comune, ma vi è anche la fuga dal rapporto e la fuga dalle responsabilità. Non è detto che un figlio tutto casa e famiglia sia un figlio con la “F” maiuscola: dipende dal rapporto sottostante. Quello, secondo me, fa la differenza e vale anche per i figli bio.

A differenza del mese precedente ci sarà una piccola storiella intitolata “La fuga di Caty”. Caty è una ragazza immaginaria, come la storia,  prototipo di ciò che potrebbe accadere nelle nostre famiglie. Seguiranno via via riflessioni sul tema.

La solitudine delle mamme. Il punto

Concludiamo questa sezione ricordando gli interventi a nostro avviso più significativi.

–         Mamma Gio e papà Enrico ci hanno trasferito un po’ della loro saggezza di genitori collaudati

–         Abbiamo ospitato la filosofa Michela Marzano con la sua riflessione sull’amore

–         Abbiamo apprezzato la poesia di Mamma BLOG che ci ha trasmesso quanto sia doloroso e al contempo entusiasmante tenere tra le braccia un bambino speciale

–         Ringraziamo Katia per averci illustrato il suo punto di vista di mamma bio e Gioia per il suoi commenti

Nel mese di maggio si aprirà un nuovo capitolo sulla “fuga da casa” che ci accompagnerà indicativamente fino a metà giugno.