La fuga di Caty: “La partenza”

Caty è uscita di casa con la sua valigia e lo zaino in spalle. Non è la prima volta che assisto a questa scena. Questa volta però c’è qualcosa di diverso. Forse il mio sentire interiore. Forse la sua risolutezza.

–         Sei sicura di quello che stai facendo?

–         Sì.

Mi dispiace per quanto sta accadendo. So che tra qualche giorno non starò bene. Sento anche che doveva accadere e che, se deve accadere, è meglio che accada adesso.  Non so dove ci porterà tutto questo. Se devo essere onesta vedo solo catastrofe.

Caty è arrivata da noi otto anni fa. Aveva dieci anni. Ha degli splendidi occhi azzurri e un sorriso che ammaglia. Ce ne siamo innamorati subito. Non sono stati facili questi otto anni, ma eravamo fiduciosi che avrebbe capito. Avrebbe accettato la nuova famiglia, la nuova città e i nuovi amici. Sottinteso che, per primi, noi avremmo dovuto capire e accettare lei.

Adesso che se n’è andata, capisco che quello che conta non sono le domande tipiche che si pone una coppia che sta per adottare: in quale classe la inseriremo, imparerà presto l’italiano, sarà felice con noi, accetterà il nuovo cibo, saprà amarci? La domanda giusta, quella che determinerà la riuscita di un’adozione è: la nostra potrà diventare una relazione autentica?

Non c’è dubbio che abbiamo fallito. Siamo partiti con l’idea che gli adulti siamo noi. Noi abbiamo azionato la leva dell’iter adottivo. Noi abbiamo deciso di adottare. Noi abbiamo adottato una bimba. Caty, però, non ha mai adottato noi. O meglio, ha accettato la situazione i primi anni del suo ingresso in famiglia, costretta dalla tenera età. Giunta nell’adolescenza, ci ha allontanati sempre di più fino ad arrivare ad oggi, diciotto anni e l’insofferenza di un animaletto selvatico.

Nessuna regola, nessun rispetto, pretese solo pretese. Nessun impegno per la scuola, anticamera di una prospettiva di lavoro per essere libera. No, tutto e subito, senza fatica ed impegno.

Oggi se n’è andata e i libri sono rimasti qua. La sua è una vita impostata ai minimi termini: mangiare, dormire e divertirsi. Le sue amicizie rispecchiano questo vivere ai minimi termini.

Vedo spesso, qui in centro, una donna senza fissa dimora che trascina il suo trolley. Caty se n’è andata con il suo trolley rosso. Spero che la storia non si ripeta. Spero che capisca. Spero che tutto si aggiusti prima che avvenga l’irreparabile.

0 pensieri riguardo “La fuga di Caty: “La partenza””

  1. Penso con ansia e paura al giorno in cui il mio pequeño se ne andrà da casa. Spero di essere vecchissima, una mummia, in modo da non percepire il dolore nella sua tagliente presenza.

    Spero che crescendo sviluppi un minimo di autonomia in più, ad oggi non sarebbe in grado eppure di sopravvivere per un giorno… 🙂

    Sì, è vero che è solo un quattordicenne e se guardo i suoi amichetti non sono messi meglio.
    L’altro giorno uscendo dallo stadio ha dimenticato – dopo che gliel’avevo messa in mano un minuto prima – la sacca con il suo cuscinetto della squadra, la sua maglia preferita della squadra (..e la mia! …ma mi rendo conto che questa è irrilevante!) e la sua felpa preferita, il tutto smarrito in un minuto… PUF! Gone!

    No, non vi preoccupate, lui non se l’è presa più di tanto… 🙂

    gg

  2. Caty è uscita di casa con la sua valigia e lo zaino in spalle……… dici bene è uscita, questo fa pensare ad un ritorno, non chiederti quando …….. sarà quando cadrà il muro che ora vi divide… ,penso sarà prima di quanto tu possa immaginare.

    Le chiedi di essere razionale “come un’adulto” di pensare allo studio al futuro al lavoro di essere …..la brava ragazza che hai desiderato.

    Forse è questo uno dei problemi forse non si sente all’altezza delle tue aspettative, “non si sente degna di voi” forse ha tentato di “essere la brava ragazza che volevate ” (non certo costretta dalla tenera età), perche teneva molto alla vostra stima, perche vi vuole bene, ha bisogno di sentirsi accettata indipendentemente dal suo inserimento sociale e familiare.

    Alune volte noi genitori siamo visti “troppo buoni …troppo perfetti….” e loro si sentono inadeguati…. ,a questo reagiscono con la rinuncia …. , non si impegnano in nulla .., la fuga il disimpegno diventa la migliore difesa.

    Più si pretende da loro (anche con motivazioni validi e razionalmente corrette), più si allontanano, quasi a dire ..si lo so che dovrei essere ..fare…. impegnarmi per …….., ma ho da risolvere altri problemi che ho dentro, che mi fanno star male, un vissuto che non ho risolto, che non ho capito, che non riesco ad accettare (come direbbero gli esperti… non ho elaborato il lutto dell’abbandono).

    Se è cosi diventa inutile insistere con la razionalità, bisognerebbe sedersi con calma e cercare di ascoltare e capire “il loro silenzio” senza forzature…… e poi ripartire.

    Non credo assolutamente che avete “fallito” come genitori, avete una figlia che esce di casa, che fa delle scelte che ha anche il coraggio di sperimentare un nuovo “abbandono “ si sta mettendo in gioco, sta cercando un’autonomia, ………sta crescendo.
    Tutto questo lo deve a voi, nel suo paese non avrebbe avuto nessuna possibilità di sperimentare nessun tipo di autonomia, ora può farlo sapendo di poter contare sempre e comunque su di voi …. , ti pare poco?????

    Un abbraccio
    Enrico

    1. Enrico “sei sempre saggio!!” Condivido .
      La colpa è insita nell’abbandono.
      I comportamenti dei figli adottivi sono quasi sempre gli stessi.
      Si spera che “loro” prima o poi risolvano i propri problemi
      La cosa più difficile è interpretare i silenzi e anche se li capiamo, non possiamo dire ad un figlio “VAI” perché potrebbe interpretarlo male.
      Aspettiamo…….con amore ed impegno.
      Gioia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *