La solitudine delle mamme. Mamma Gio: “Esperienza ventennale”

Ogni genitore adottivo ha esperienza di come e quanto il percorso dell’adozione sia seguito e monitorato prima ed immediatamente dopo l’arrivo del bambino: colloqui per ottenere l’idoneità, contatti ripetuti e a volte snervanti con chi può concretamente offrire l’opportunità dell’adozione, verifiche e controlli durante la fase dell’affidamento.

E poi?

Poi il vuoto.

L’esperienza quotidiana, anno dopo anno, del rapporto con un figlio adottivo e delle problematiche che pian piano emergono viene vissuta senza il minimo supporto istituzionale organizzato.

E’ per questo che lo scambio di esperienze e, dove possibile, la relazione amicale fra genitori adottivi rivestono una grandissima importanza, un vitale ruolo sostitutivo rispetto alla latitanza delle Istituzioni.

Le riflessioni che seguono, attinenti all’esperienza personale, intendono essere un piccolo contributo in questa direzione. 

Un problema che spesso si pone ai genitori adottivi (e che viene vissuto con frustrazione e senso di inadeguatezza) è quello delle difficoltà scolastiche dei figli. Ci si colpevolizza, ci si pongono interrogativi sulle loro effettive capacità, si soffre molto ed in solitudine. Personalmente, soltanto attraverso il confronto e la condivisione  sono venuta a sapere che da un incrocio di studi a livello mondiale è risultato che buona parte dei bambini/ragazzi adottati ha problemi a scuola e che ciò non ha niente a che fare con il  loro quoziente d’intelligenza: la maggior parte è dotato d’intelligenza media, molti la superano. La difficoltà  nell’apprendimento è dovuta alla loro carenza affettiva “primordiale” ed è indipendente dall’età in cui il figlio viene adottato. Per quanto riguarda la svogliatezza e poca propensione allo studio, esse sono legate ai mille pensieri che occupano la mente dei ragazzi e che non consentono loro di concentrarsi adeguatamente. 

Un altro (e a mio parere ben più grave) problema che in particolare molte madri adottive vivono con sofferenza ed in solitudine è la difficoltà, man mano che i figli crescono, di sentire il rapporto con loro come totalmente equiparabile a quello che ipotizzano si possa avere con un figlio naturale. Si chiedono: sono per lui/lei veramente una madre? Mi percepisce come tale? Ed è normale che io, di fronte alla sua individualità che cresce e sempre più si differenzia da me, percepisca a volte una difficoltà di identificazione, un senso di estraneità? 

Anche in questo caso, solo il confronto con chi vive la nostra stessa esperienza genitoriale può lenire i nostri sensi di colpa e la nostra sofferenza.

Ed è proprio attraverso questo confronto che io sono giunta alla conclusione (forse ovvia per molti, ma non per me) che per certi aspetti il rapporto fra genitori e figli adottivi è inevitabilmente diverso da quello fra genitori e figli naturali e che questa diversità, a cui nessuno ci prepara prima dell’adozione, va capita ed accettata. 

Nessuno potrà togliere ad un figlio adottivo la nostalgia delle sue radici, la curiosità di conoscere i propri genitori naturali (quando non li ha conosciuti), di trovare qualcuno nei cui tratti somatici rivedere i propri. E nessuno potrà mai togliere ad una donna che è stata privata dell’esperienza della gravidanza e del parto il senso di menomazione e di lutto che da ciò deriva.

 Prendere coscienza serenamente di tutto ciò è, a mio parere, di grande importanza per poter accettare le difficoltà relazionali che a volte emergono con i nostri figli, i momenti in cui è difficile comunicare con loro e il disagio che a volte ci assale constatando quanto siamo diversi.

Secondo me, è la necessaria base di partenza per costruire una relazione affettiva più sincera, matura, amorevole e generosa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *