8 marzo 2020, omaggio alle donne che adottano bambini

Le donne nell’adozione hanno un ruolo importante. Di solito sono le donne che propongono l’adozione al proprio compagno che può accettare con entusiasmo come opporsi.

Accogliere un bambino “altro” non è per tutti ed è importante riconoscere i propri limiti ma anche le proprie potenzialità.

In occasione dell’8 marzo Italiaadozioni propone un quadro del pittore veronese Gianni Perazzoli per omaggiare le donne che decidono di accogliere una o più vite.

Una nuova iniziativa di questa associazione che nasce per divulgare la corretta cultura dell’adozione e dell’affido. La raccolta fondi servirà per finanziare i progetti scuola che portano i bambini a riflettere su che cosa è famiglia, come si formano le famiglie di oggi e cosa ha di particolare e gioioso l’arrivo di un bambino talvolta proveniente da un’altra parte del mondo.

Partecipa anche tu all’asta. Adozione è dono.

IcaR 2020 – UniCatt Milano

Ci sono ancora pochi giorni per partecipare come relatori a ICAR, International Conference on Adoption Research. L’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia – ospiterà l’evento nel luglio 2020.

Dear Colleague,

We remind you that the abstract submission for the 7th International Conference on Adoption Research (Milan, Italy, July 7-11, 2020) will close on

15th December 2019.

Please visit our website to see the guidelines for abstract submission (https://convegni.unicatt.it/icar-home-speakers).

You may submit your abstract by visiting the Ex Ordo system (you will be required to setup an account first): https://icar7.exordo.com/.

We are very thrilled to announce that there will be a Young Researcher Best Poster Award for student, PhD student, or postdoctoral researcher that are the first author of the submitted poster.

Winners will be announced during the ICAR7 conference.

For the first time in the history of ICAR, the conference will be preceded by two days of Summer School for graduate students, Ph.D. students and young researchers involved in the field of adoption.

Don’t forget to check our website and follow  ICAR7 Facebook page

Milan and the Università Cattolica del Sacro Cuore are looking forward to welcoming you!

Rosa Rosnati, Sonia Ranieri and Laura Ferrari

Natale tra gli ultimi del Brasile

Padre Paolillo, missionario comboniano che vive in Brasile a contatto con la realtà delle favelas, come ogni anno, ci ricorda cos’è il vero Natale.

Donare fa bene al cuore

LA GIOIA VERA VIENE DAL BAMBINO DI BETLEMME

Seguire Gesù non è facile. A volte significa “mettersi nei guai”, frequentare luoghi dove non vorremmo mai andare, entrare in contatto con realtà e persone scomode, affrontare sfide, provocare conflitti, fare i conti con incomprensioni, subire violenze fino al punto di essere appeso a una croce.

“Chi me lo fare!” è il dubbio in cui inciampa spesso chi decide di seguirLo. La tentazione di fermarsi a mezza strada e abbandonare tutto è molto grande. Perché imbarcarsi in un progetto di vita che costringe a rinunciare a se stesso, a rimpicciolirsi, a spremersi per passare per la porta stretta, a fare l’esperienza della solitudine e del fracasso, a relativizzare perfino gli affetti più cari, a circondarsi di persone che non contano, a prenderle da tutte le parti e a caricare una pesante croce?

Perché andare dietro a Qualcuno che non sembra preoccupato con i tempi, propone la realizzazione di un Regno di pace senza fissare scadenze mentre il male avanza a passi da gigante e vittime innocenti invocano giustizia?

Queste sono alcune delle domande che incalzano chi si ostina a seguire Gesù in questi tempi difficili, marcati dall’indifferenza, dall’individualismo, dall’odio, dalla mancanza di ospitalità, dall’avversione viscerale al Vangelo e da proposte attraenti che promettono soldi, potere e successo a condizione di non farsi scrupoli quando si tratta di calpestare gli altri, di distruggere la natura e di mettere da parte i valori.

Il Natale si avvicina ed io confesso che provo stanchezza. Ancora una volta, la liturgia mi invita a recarmi alla povera casa della periferia di Betlemme. La notizia arriva in piena notte, più tenebrosa del normale, quando sfrutto il meritato riposo dopo l’ennesima dura giornata di lavoro tra le miserie delle periferie esistenziali e le incomprensioni di chi il Vangelo lo legge a modo suo. Mi scaraventa giù dal mio comodo letto e mi obbliga ancora una volta ad infilarmi in strade malfamate con la paura di incontrare una brutta sorpresa dietro ad ogni angolo.

Sulla strada non sono da solo. Ci sono altre persone. Ma non è certamente una buona compagnia. Sono per lo più mendicanti, puzzolenti pastori, brutti ceffi, donne che vendono il corpo, delinquenti, adolescenti e giovani che fanno fatica a camminare sotto effetto di alcool e droghe. È una strana processione che si dirige alla stessa meta. Che cosa ci aspetta alla fine dei conti? Un imprenditore che ha deciso di donare ai poveri parte della sua fortuna? Un gruppo religioso che offre l´opportunità di fare una doccia e distribuisce un pasto caldo? Un babbo natale che dá le caramelle ai bambini buoni? L’ennesimo politico che sfoggia promesse in campagna elettorale? La soluzione miracolosa al problemi del mondo? Alla fine dei conti chi è che riesce a mobilizzare tutta questa gente?

Quale forza può trasmettermi un Bambino che ha bisogno di tutto? Quale speranza può infondermi nel cuore una creatura che viene al mondo in condizioni disperate? Che vita può scaturire da chi non sa neanche se sopravviverà alla povertà? Come potrà salvarmi uno che non riesce neanche a mettere in salvo la propria pelle?

Non vedo nessun motivo di allegria. Anzi, lo sconcerto mi travolge. Avrei avuto voglia di incontrare una soluzione rapida alle tante ingiustizie con cui convivo ogni giorno, un cambiamento radicale del mondo con un colpo di bacchetta magica, l’intervento miracoloso di un Dio forte che finalmente pone fine al dolore innocente. Invece c’è solo un bambino.

Ho voglio di tornare sui miei passi per continuare la mia stessa vita, facendo quello che posso. Da quella grotta, a prima vista, non mi viene nessuna ispirazione e nessuna consolazione. Ho l’impressione che sia l’ennesima fake news o l’idea delirante del sognatore di turno che ancora crede che sia possibile cambiare il mondo.

Eppure c’è un particolare che mi attrae. Nonostante la notte sia scura e fredda, malgrado l’estrema povertà della scena e dei suoi protagonisti, a dispetto della mia rabbia e delusione, c’è gioia dappertutto. Non viene dai beni materiali, non ce ne sono. Non scaturisce dal successo, c’è solo gente invisibile, costretta a vivere ai margini, nell’anonimato. Non promana dalle amicizie che contano, ci sono solo poveracci per i quali la porta non si apre mai, al massimo gliela sbattono in faccia.

C’è la gioia dell´incontro, dell´abbraccio, della solidarietà, della condivisione, dell’accoglienza reciproca senza pregiudizi e delle relazioni interpersonali impregnate d’amore.

Questa gioia mi attrae. In questo momento ne ho davvero bisogno. Lo so che costa caro. Non è facile intraprendere lo stesso cammino del Bambino di Betlemme. È un percorso in discesa che va in direzione opposta alla salita verso il successo e il potere. Semplicità, umiltà, povertà, pace, solidarietà, giustizia e gli altri valori indispensabili per vivere nella gioia sono sempre più scarsi sugli scaffali del consumismo che si veste da Babbo Natale e, grazie a una artificiale sensazione di bontà, seduce la gente a sentirsi generosi spendendo quattrini per farsi e fare regali.

I valori eterni sono doni che solo Lui può darci. Basta non avere paura, fidarsi di Lui, sapere sperare e non lasciarsi travolgere dalla fretta. L’aggressiva propaganda dell´economia di mercato offre una vasta gamma di surrogati di gioia a prezzi più accessibili e risultati immediati, anche se durano tanto quanto i fuochi d’artificio e portano con sé una lunga lista di effetti collaterali devastanti.

Si illude chi crede di oscurare il nostro orizzonte di speranza con le nubi delle sue perverse scelte o di distrarci con le sfavillanti luci dei suoi articifici propagadistici per impedirci di intravedere le scontille dell´alba dei nuovi tempi che, seppur in maniera piccola e fragile, scoppiettano da tutte le parti, incendiate dalla generosità e dal coraggio di chi è appassionato per la Vita fino al punto di rischiare la propria pelle.

Di scintilla in scintilla il fuoco dell´Amore incendierà il mondo. Vi garantiamo che noi continueremo a fare la nostra parte. Grazie a tutti voi che ci date una mano.

Ancora una volta vi auguro una profonda esperienza di Natale capace di inondare la vostra vita con la vera gioia.
Dio dica bene di tutti noi.

P. Saverio Paolillo
Missionario Comboniano in Brasile

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Chi volesse donare a Padre Paolillo per i progetti in Brasile:

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Causale:
CEDHOR Santa Rita – Progetto Legal

L’adozione nel film Joker (USA 2019) di Todd Phillips

 

Joker è stato adottato o no?

Premetto che non avevo intenzione di andare a vedere questo film di Todd Phillips (USA 2019). Mio marito mi ha fatto vedere il trailer e l’impressione è stata di un film troppo violento per i miei standard. Poi una mamma, su un gruppo facebook, fa una domanda: “Avete visto “Joker”? Lui è stato adottato …” A questo punto mi incuriosisco e vado.

Cosa c’entra l’adozione

Il film si apre con la notizia di uno sciopero delle immondizie che dura da tanto, troppo tempo. Le strade sono invase dalla spazzatura e la gente sta diventando sempre più nervosa. Un mondo sporco. La solita contrapposizione caos esterno e tentativo di fare ordine dentro di sé. Ci prova Arthur (alias Joker) sebbene la sua vita sia già stata segnata da un internamento in un ospedale psichiatrico, non sa neppure lui perché. C’è poi la presenza di una mamma anziana che ha bisogno di essere accudita, ma con la quale ha un buon rapporto, e un lavoro da clown, ripiego del suo sogno di diventare un comico, che gli permette un minimo di sussistenza.

Ad un certo punto tutto comincia ad incepparsi. Anche quel poco di sicuro che c’è nella sua vita malandata e infelice, sfuma. Pestato da una gang giovanile, licenziato, tradito dal collega di lavoro, senza un affetto, con i sussidi tagliati, senza un obiettivo verso il quale andare …

“Non sono mai stato felice in nessun attimo della mia vita”. E’ una dichiarazione forte. Una richiesta di aiuto. Come quando, perso il lavoro e con la madre in ospedale, entra senza invito nella casa della vicina e afferma: “Ho avuto una brutta giornata”.

Non mi dilungo oltre nella trama. E nemmeno voglio fare una recensione. Ce ne sono già tante, molto profonde ed articolate. Il film ha di sicuro diverse chiavi interpretative. E’ un progredire di solitudine, angoscia, sfighe, violenze, disamore. Tutta la trama, tutte le scene sono attraversate da una implacabile denuncia sociale, dove gli invisibili non contano proprio niente e chi non è allineato viene soffocato.

Arthur, allora, è stato adottato o no? Perché si è deciso di inserire l’adozione nella trama? L’adozione dà spessore al personaggio?

Io non sono sicura che Joker sia stato adottato sul serio. E’ quello che gli vogliono far credere. Ho visto il film due volte. Si, proprio due volte! Ad un certo punto, quando legge la lettera della madre e scopre di assere figlio di un noto personaggio politico, la madre gli spiega che lei e suo papà erano giovani, che si dovevano salvare le apparenze, che allora le hanno fatto firmare un sacco di carte. La mamma di Joker e il noto politico non erano dei pari: lei era una delle tante serve di casa, anche piuttosto carina…

Altra scena: Joker si avvicina alla casa del suo presunto papà e fa giochi di prestigio con il suo presunto fratellino, ben più piccolo. Arriva la guardia del corpo, non certo simbolo di libertà di pensiero,  e alla scoperta dell’identità di Arthur gli ride in faccia dicendo che sua madre è una svitata e che si è inventata tutto. Lui in realtà è stato adottato.

Altra scena legata all’argomento adozione: Arthur chiede la documentazione della madre negli archivi dell’ospedale psichiatrico dove era stata ricoverata e sottrae all’impiegato l’incartamento in cui c’è la documentazione dell’adozione. Scopre così di essere stato oggetto di abusi e violenze da parte del convivente della madre.

Ultima scena attinente: nel bagno del teatro dove incontra il suo presunto padre, Thomas Wayne, questi lo schernisce e dà della psicopatica a sua madre che si è inventata tutto. Arthur, in realtà, è stato adottato. Ripete un po’ le parole della guardia del corpo, la verità ufficiale.

Ora, l’interpretazione più semplice è accettare la versione dell’adozione. Ho letto in alcune recensioni che Arthur sarebbe il risultato di una mamma bipolare, di un’adozione dove il papà adottivo avrebbe abusato di lui. Ma è davvero così?

Sarebbe curioso spulciare tra le regole americane in vigore negli anni ’80, visto che la storia si svolge a quel tempo: i servizi sociali americani potevano essere così superficiali da destinare un bambino ad una donna con disturbi della personalità? O ad una coppia che faceva uso di alcol e droghe? Qualche dubbio emerge, in effetti.

L’adozione in mano ai potenti

Pure la lettera della mamma è scritta con una scrittura fluida ed equilibrata, ben lungi da essere quella di una malata mentale cronica. Non potrebbe essere piuttosto lei stessa vittima della sua debole posizione sociale? Una serva, quanto conta una serva? Meglio far cancellare le tracce. I potenti possono questo ed altro, anche far passare per adozione una nascita naturale, se scomoda.

E quella della madre non potrebbe essere una malattia legata alle violenze subite prima e dopo la gravidanza? Prima violenze psicologiche (negare, sempre anche l’evidenza!) e poi quelle determinate da droghe e stupefacenti per dimenticare? Magari crollata dopo l’abbandono in una depressione post-partum? Lasciata sola da chi non vuole prendersi cura di lei e del figlio da nascondere? Sembra la storia di tante mamme dei nostri figli.

E’ interessante, questo sì, osservare come secondo questa versione l’adozione sarebbe adoperata con intento manipolatorio , come copertura di una gravidanza indesiderata. Usandola al contrario: mio figlio non è mio figlio perché dalle carte risulta che tu l’hai adottato. Carta canta.

Qual è l’immagine dell’adozione nel film?

Che orrore! Si trasforma per l’ennesima volta un istituto splendido come l’adozione in uno strumento diabolico in mano ad adulti che pensano di avere diritto di vita e di morte sugli altri.

“Riguarda solo me o stanno tutti impazzendo?” – L’adozione dà spessore al personaggio o serve per sollevare il nostro spirito? A noi non può capitare perché non siamo stati adottati e non abbiamo subito certi traumi. E’ proprio vero? Io credo che l’adozione debba essere guardata con molto rispetto. Offre segnali anticipatori. Sa cogliere le contraddizioni del nostro tempo. Si ribella ad esse. Ma non può essere usata come attenuante delle nostre responsabilità di cittadini, uomini e donne. Se un bambino sta male io sono responsabile. Noi adulti lo siamo tutti. Bambino adottato o non adottato. Nessuno si senta in pace. E al sicuro.

Morale. L’adozione è stata usata nel film perché una bambino solo o una donna sola sono simbolo di fragilità. L’uso dell’adozione come strumento manipolatorio per nascondere la verità è un raffinato effetto moltiplicatore dell’accusa contro il potere perverso delle èlite di cui è intrisa tutta la trama. 

Adozione e film: “Maudie, una vita a colori” di Aisling Walsh (Irlanda/Canada 2016)

Maudie e suo marito nella loro casa in Canada

Trama. Maudie è una ragazza canadese ammalata di artrite giovanile. Dopo la morte dei suoi, e la palese indifferenza del fratello, trascorre alcuni anni a casa di una zia. Ben presto anche la zia diventa insofferente alla vista della ragazza così Maudie decide di andarsene di casa. Lavorerà da un uomo piuttosto burbero e grezzo nei modi che sta cercando una donna di servizio. L’incontro tra due diversità fa scoccare un’unione particolare, tanto che i due decidono di sposarsi. L’attività del marito fa scoprire il talento di Maudie che disegna cartoline e le distribuisce ai suoi clienti. Una signora di Boston acquista un quadro e fa conoscere oltre confine l’arte della donna tanto che la Casa Bianca acquista due dipinti su commissione. La coppia diventa nota, arrivano da tutta l’America per intervistarli e ben presto la loro casa è luogo di visita di turisti che acquistano i quadri di Maudie. Ma i due non si montano la testa e continueranno a vivere nella loro modesta dimora, tutta decorata dalla piccola moglie, finché lei non morirà.

Ci sono due passaggi del film che hanno a che fare con l’adozione. Il primo è riferito al marito di Maudie: orfano è vissuto in orfanatrofio e alla maggiore età ha raggiunto la sua indipendenza. Pur essendo rispettato dalla gente del posto, per la comunità porta il marchio dell’istituto avvalorato dall’eredità di modi poco garbati.

Il secondo riguarda Maudie che, secondo quanto rivelato dalla donna prima delle nozze, a vent’anni avrebbe avuto un figlio deformato morto subito dopo il parto. Ma alla fine del film la zia ormai anziana le rivela che era tutta una storia inventata, che in verità la bambina nata sana è stata adottata da una famiglia del luogo. Un giorno il marito la porta in macchina nelle vicinanze della casa dove vive la ragazza, in modo da dare la possibilità a Maudie di vedere sua figlia. Neppure un cenno ad interferire nella vita della ragazza, ma si apprende la grande emozione di Maudie nell’osservare questa “sua” figlia sane e bella nella pacifica vita familiare.

La delicatezza con cui è stato trattato l’argomento della ricerca delle origini mi ha indotto a delle riflessioni: chi cerca? Il figlio? La madre? E poi che si fa? Maudie ha fatto una scelta generosa, quella di non interferire in una vita serena. Eppure la figlia le era stata tolta con l’inganno. Avrebbe potuto urlare, farsi avanti, pretendere. Ciò non significa che bisogna accettare i soprusi o l’ingiustizia. Ma chiedersi, questo sì, cosa sarebbe successo altrimenti è doveroso. Forse vale la pena di pensarci.  

Morale: la semplicità si fa arte e mostra che la diversità sa essere gioiosa e rispettosa delle vite degli altri.

Cara adozione al Circolo della Rosa a Verona

UN LIBRO SULL’ADOZIONE DI BAMBINI
PRESENTAZIONE AL “CIRCOLO DELLA ROSA” DI VERONA
mercoledì 17 aprile 2019 – ore 18
Circolo della Rosa, via Santa Felicita 13 (Verona)

Mercoledì 17 aprile 2019, alle ore 18, al Circolo della Rosa, in via Santa Felicita 13, Verona, sarà presentato il libro “Cara Adozione”, curato da Roberta Cellore, rappresentante dell’Associazione Italiaadozioni.

Il libro affronta il tema dell’adozione dei bambini sia dal punto di vista personale, con lettere di genitori e di figli adottivi che raccontano la loro esperienza di vita, sia da quello legale, uno degli aspetti che più tocca le famiglie interessate.

Alla presentazione intervengono Roberta Cellore, curatrice del libro, Patrizia Meneghelli, psicologa e psicoterapeuta, e Federica Panizzo, avvocata penalista.

Il Circolo della Rosa è il luogo dedicato alle donne dove si coltivano relazioni, tenendo sempre presente il tema della differenza e dell’intercultura.

In questo contesto si inserisce l’incontro organizzato dall’Associazione Italiaadozioni, con un libro che vuole essere un momento di riflessione, di confronto e di sensibilizzazione sul tema delle adozioni nazionali ed internazionali di bambini.

Affido, la città umana si apre all’accoglienza


Generare è accogliere. Nascere è essere accolti. La fecondità non moltiplica ma dilata la vita vera. E la vita vera è fatta anche di bambini lasciati soli e di famiglie altre, diverse da quella di origine, che allargano le loro braccia per ospitarli e dare loro una dignità di persona. Un inno all’apertura verso l’infanzia, quella autentica. Fatta non di parole ma di azioni concrete.

Si chiude così a Verona “Dònàti”, un incontro organizzato dalla Direzione Servizi Sociali e Integrazione Socio Sanitaria in collaborazione con il Forum Veneto delle Associazioni Familiari. Dònati e donàti, con il doppio accento, proprio a significare il dono reciproco dell’affido (e dell’adozione). Un evento che ha visto coinvolte molte altre città italiane per rilanciare una scelta di famiglia o di singolo adatta non solo a pazzi, santi o strani come ha sottolineato all’inizio il moderatore dell’evento.

Dopo i saluti istituzionali dell’assessore a Servizi Sociali di Verona, Stefano Bertacco, del direttore dei Servizi Socio Sanitari dell’Ulss 9, Raffaele Grottola, e del vicario episcopale, Monsignor Giancarlo Grandis, prende la parola don Francesco Pilloni, direttore del Centro Pastorale Familiare di Verona.

Pilloni pone l’accento sulla necessità di trasferire un messaggio di speranza alle nuovi generazioni. L’attenzione alla famiglia è molto alto da parte della Chiesa in quanto costitutiva del tessuto umano. La sconfitta dell’isolamento e della solitudine, secondo Pillon, passa dalla fecondità intesa non come atto generativo ma come fare spazio all’accoglienza e quindi all’affido e all’adozione di bambini in difficoltà.

“Dove non c’è amore che accoglie non c’è civiltà, ci sono macchine. Nessuno può vivere bene in una città se non c’è accoglienza con amore. Le famiglie sono le nuove chiese dove le persone si incontrano. Le famiglie sono i luoghi che rendono umana una città.”

Intervento diverso degli altri è quello di Valeria Colosi del Centro dell’Affido e Solidarietà Familiare di Legnago. Diverso perché parla di un cammino parallelo tra operatori e famiglie, dove l’operatore è sì il tecnico con un’ampia casistica attraverso i suoi studi mirati, ma soprattutto attraverso lo studio e la partecipazione umana con la famiglia, portatore di esperienza diretta. “L’ente pubblico è a servizio della famiglia non viceversa. ” Sono gli stessi cittadini, che sono nel servizio, che danno sostegno ad altre famiglie. Le associazioni e le famiglie si accolgono reciprocamente, vi è un’umiltà reciproca nel riconoscere i propri limiti e il fatto di poter imparare dagli altri e insieme. La svolta è pensare che tutti sono a servizio di tutti: la famiglia a servizio delle altre famiglie, i servizi sociali al servizio delle famiglie. Anche in questo caso ritorna il dònàti del titolo dell’incontro: nella sussidiarietà orizzontale il professionista si dona, senza cercare “gloria” personale.

Sono seguite testimonianze di genitori e di figli. In particolare Nicola, 28 anni, un figlio che ha subìto l’affido di un fratello. Subìto perché, allora tredicenne, non era d’accordo con la decisione dei suoi genitori e ha mantenuto nel tempo la promessa di rendere poco ospitale la permanenza di questo “estraneo” alla famiglia. Solo allontanandosi da casa per gli studi universitari ha cominciato ad accettare che lui ci fosse. Una maturazione lenta, forse attivata da un appartamento condiviso con studenti sconosciuti di cui ha dovuto conquistare la fiducia giorno dopo giorno. Il cambiamento, come ha approfondito Nicola, è sicuramente scattato con la crescita personale ma soprattutto rispondendo alla domanda: chi voglio diventare? Lui c’è, come mi voglio porre davanti a lui? Che uomo voglio essere nel mondo? “Era – dice Nicola – il tempo di una risposta. Ho accettato la sua presenza. Ho accettato che lui ci fosse. Ed oggi che ho un buon rapporto anche con la sua famiglia di origine, quando non lo vedo da un po’ mi preoccupo e mi chiedo dove possa essere andato a finire. Perché lui, adesso, è parte della mia vita”.

“Si ride in una famiglia affidataria, si ride in una casa famiglia. Ma c’è una specialità in questo ridere e scherzare insieme. Lo si fa con persone diverse, di età e colore diverso, con esperienze passate diverse”. Asia, 19 anni, era tanto arrabbiata quando l’hanno tolta alla sua famiglia. Ma poi ha accettato questa soluzione temporanea che ha dato alla sua mamma il tempo di ritornare a fare la mamma. Oggi abita di nuovo con lei ma non dimentica di fare visita ai bambini che ha conosciuto nella casa famiglia e che le corrono incontro chiamandola per nome.

Per saperne di più

Prossimità educativa. Una o più famiglie offrono il proprio appoggio per affiancare famiglie con difficoltà organizzative nella vita quotidiana, ragazze minorenni neo mamme, nuclei con un solo genitore che sentono il carico di numerosi compiti, famiglie extracomunitarie che non hanno una rete di conoscenze, genitori con figli disabili, famiglie isolate, genitori con problemi di salute o di particolare affaticamento.  E’ richiesta la disponibilità di qualche ora durante la settimana o nei fine settimana. L’unico requisito è di essere disponibile e accogliente. La durata massima è di un anno.

Affido. Accogli nella tua casa un bambino di una famiglia in temporanea difficoltà. Può essere un affido diurno, nel fine settimana oppure per tutto il giorno, per un tempo definito o indefinito. Sono previste visite ai genitori biologici sulla base di accordi con i Servizi Sociali e su indicazione, talvolta, del Giudice. Nei casi più difficili dura due anni e poi si rinnova sempre con l’intervento del Tribunale dei Minori. L’obiettivo è di far rientrare in famiglia il bambino una volta superata l’emergenza. A volte il bambino viene dichiarato adottabile perché la situazione di emergenza non si supera.

Prossimità educativa e affido sono aperte anche ai single e alle coppie di fatto.

Auguri di cittadinanza attiva per il 2019 da ilpostadozione

Banksy e il bambino che gioca con la neve

La scoperta di questo 2018 è stata Banksy. Si lo so, sono un po’ in ritardo. Ma Banksy l’ho incontrato sulla mia strada l’estate scorsa grazie ad un articolo pubblicato su un quotidiano prima della mostra al Mudec di Milano e prima della sua ultima opera contro l’inquinamento in Galles. Un ragazzino che crede fiocchi di neve la cenere bianca sprigionata da un cassonetto in fiamme, simbolo degli schifezzi che respiriamo.

Mi sono accorta anche che ho già usato su questo blog di sicuro una delle immagini dei suoi capolavori pur non avendola collegata con l’autore.

Ma chi è Banksy? Nessuno lo sa. Sembra un artista inglese.

Credo che Banksy, proprio per il suo linguaggio di denuncia sociale, vada fatto conoscere ad un pubblico sempre più ampio, anche ai non appassionati d’arte. In questo caso si parla di street art.

La sua critica al mondo contemporaneo è elegante, efficace e immediata. Un invito a guardarci intorno e ad alzare lo sguardo.


Per augurare un Buon 2019 aggiungo a Banksy una riflessione attribuita ad Albert Einstein.

“Il mondo non è minacciato

dalle persone che fanno il male,

ma da quelle che lo tollerano.”

Allora, Buon Lavoro a tutti per diventare cittadini migliori. Il nuovo anno ce lo consentirà, giorno dopo giorno, passo dopo passo.

Adozione di bambini e mass media: la ragione non è mai da una parte sola

Inserisco nel blog questo articolo pubblicato su ProsMedia che evidenzia come i mezzi di comunicazione quali radio e TV non sempre siano all’altezza dei temi trattati. Soprattutto, secondo me, non ci si sforza abbastanza di dare spazio alle più voci dell’adozione, che sono davvero tante e tutte meritano rispetto.

Adozione di bambini, sui media il solito copione “ideologico”

La musica del cuore: Ermal Meta, una canzone contro la violenza sulle donne

Il punto di vista di un bambino che vede sua madre maltrattata da quello che dovrebbe essere l’uomo di famiglia. Qual è il ruolo dei maschi? Uno è di sicuro quello di proteggere la propria compagna e la prole. Purtroppo non è sempre così. Ne sanno qualcosa molti dei nostri figli.

VIETATO MORIRE 

Ricordo quegli occhi pieni di vita
E il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia
Ricordo la notte con poche luci
Ma almeno là fuori non c’erano i lupi
Ricordo il primo giorno di scuola
29 bambini e la maestra Margherita
Tutti mi chiedevano in coro
Come mai avessi un occhio nero
La tua collana con la pietra magica
Io la stringevo per portarti via di là
E la paura frantumava i pensieri
Che alle ossa ci pensavano gli altri
E la fatica che hai dovuto fare
Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore
Hai smesso di sognare per farmi sognare
Le tue parole sono adesso una canzone
Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai
E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai
Figlio mio ricorda
L’uomo che tu diventerai 
Non sarà mai più grande dell’amore che dai