La luce sugli oceani (USA-Nuova Zelanda 2016), un film per riflettere sul desiderio di maternità

 

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Può il desiderio di diventare madre scusare una menzogna? Una menzogna non da poco se da quella dipendono la vita e il dolore di altre persone.

Il bene del bambino prima di tutto! – si è urlato più volte di fronte a fatti di cronaca di bambini rubati, scambiati o partoriti in tarda età. Tutto per dare un senso alla vita di una donna, ancora ripiegata – sembra –  sulla maternità 

Già, il bene del bambino.

Di fronte alla storia di  Tom e Isabel  c’è la storia di Hannah, la mamma di nascita della piccola Lucy che i due hanno strappato alla furia del mare e che decidono di crescere in clandestinità. Le due madri a confronto. L’una giovane e con un grembo non fertile, la seconda con l’unico frutto, che crede ormai perduto, lasciato dal marito disperso in mare.

Nel film vince la legge, il rimorso, il ritorno della bimba nella sua famiglia di origine. Non senza difficoltà. Perché, per lei, la sua “vera” mamma è la mamma che l’ha cresciuta, non che l’ha generata. Un ribaltamento di ruoli, quindi, a dimostrarci come tutto sia relativo, a seconda di come si voglia leggere la storia.

Alla fine, come nei canoni del melodramma, il bene esce. Lucy cresce con mamma Hannah ma non dimentica che Tom e Isabel l’hanno salvata e  cresciuta con amore nei primi quattro anni della sua vita. Persino mamma Hannah comprende la disperazione dei due e non si accanisce alla ricerca di giustizia, nonostante il grave torto subito.  Dopo tanti anni Lucy torna da Tom e Isabel, per ringraziare e per presentare ai due suo figlio, quasi loro nipote acquisito. Ma Isabel non c’è più e non può riabbracciare la “sua” bambina tanto amata.

Dramma sulla maternità e la responsabilità, sui legami di sangue e quelli del cuore, sulla lealtà e il tradimento, sull’ossessione e il perdono. Ma anche un modo per capire che la maternità può essere desiderio di possesso. Maternità tutta da discutere e sviscerare.

E’ doveroso scrivere che La luce sugli oceani è un adattamento cinematografico di Derek Cianfrance dell’omonimo best seller del 2012 dell’autrice M. L. Stedman.

Morale. Il faro guida a distanza i naviganti ma non sa guidare la coppia che, sebbene innamorata, fatica a dare un senso alla sua vita senza figli.

La solitudine delle famiglie adottive di fronte al razzismo

 

Integrazione: da due colori diversi ne nasce un terzo, ancora più bello, un punto di contatto con il reale

Il febbraio scorso era diventato virale il post dell’imprenditrice Gabriella Nobile che invitava Salvini a moderare i toni perché i suoi figli di pelle scura temevano di essere rimpatriati una volta che quel signore fosse andato al governo. Nei vari gruppi la discussione si era animata tra sostenitori della signora e chi l’accusava di essersi intromessa nella campagna elettorale a pochi giorni dal voto.

La nota positiva della vicenda è che molte famiglie adottive, con figli di etnie diverse, hanno avuto il coraggio di raccontare la loro giornata, fatta di relazioni a scuola, al parchetto e con il vicinato. Ne è uscita una verità sconsolante dove erano palesi situazioni di razzismo anche pesanti.

Salvini ha risposto alla signora Nobile di stare tranquilla, affermando che lui non ha alcuna intenzione di allontanare i bambini, ma solo i delinquenti.

La storia, a mio avviso, può far sorgere una riflessione: in un clima fatto di slogan del tipo “A casa loro!” o “Prima gli italiani!” è sufficiente essere cittadino italiano regolare e non delinquere per essere rispettato? Parlo di chi ha tratti somatici diversi. Slogan simili si sentono in altri paesi europei.

Ecco allora la lettera di Vito.

Vito parla di un fatto accaduto a suo figlio, fermato a Nizza, pur in possesso di regolare carta d’identità italiana, perché un’ordinanza della città prevede l’esibizione del passaporto per i cittadini in transito. Prima di tutto Vito si chiede da quando un’ordinanza locale prevale su un trattato UE, quello di Schengen che consente la libera circolazione delle persone negli stati comunitari. Si domanda anche se non vi sia una sottile discriminazione o una troppo rigida applicazione dell’ordinanza, considerato che suo figlio è sì italiano, ma ha la pelle scura e tratti somatici tipici dei suoi avi cileni, visto che è stato adottato. Al di là dell’episodio burocratico è lecita la domanda di Vito: “Chi rimborserà mio figlio della dignità di cittadino italiano non riconosciuto dai francesi?”.

Nei gruppi dei ragazzi adottati risuonano spesso le discriminazioni che vivono tutti i giorni sulla loro pelle: chi per commenti gratuiti, chi per sguardi di commiserazione e disprezzo, chi per una mancanza di vera considerazione come quella della commessa che fa passare davanti altri clienti perché tu hai una carnagione diversa.

Oggi mi sono letta il Discorso Programmatico del nuovo Presidente del Consiglio al Senato e mi sono fatta alcuni appunti. Trattando dell’immigrazione il premier afferma:

  • Non siamo e non saremo mai razzisti. (…) Difendiamo e difenderemo gli immigrati che arrivano regolarmente sul nostro territorio”
  • Per garantire l’indispensabile integrazione dobbiamo combattere le forme più odiose di sfruttamento legate al traffico di esseri umani (…)
  • Riferendosi all’uccisione di Sacko Soumayla lo definisce come “uno tra i mille braccianti, con regolare permesso di soggiorno, che tutti i giorni in questo paese si recano al lavoro in condizioni che si collocano al di sotto della soglia di dignità.

Si toccano, quindi, i temi del razzismo, dell’integrazione, del traffico di esseri umani e della dignità. I nostri figli non sono immigrati, sono cittadini italiani a tutti gli effetti, parlano l’italiano. Di che cosa dovremmo preoccuparci? Hanno anche famiglie che danno loro gli strumenti culturali per difendersi dal razzismo.

Ma non è abbastanza.

Come non è abbastanza la lotta contro il traffico degli esseri umani annunciata dal Presidente del Consiglio che non si può ridurre al solo traffico di braccia lavorative, ma si deve allargare anche all’importazione illecita di bambini trafugati alle loro famiglie per darli in adozione a famiglie italiane ignare. E introduce anche il tema del lavoro. Mi domando se per chi ha un nome straniero diventerà più semplice ottenere i permessi per iniziare un’attività, quanto peserà lo smaltellamento dell’alternanza scuola lavoro, punto di forza della Germania e utile a molti dei nostri figli che danno il meglio nella manualità piuttosto che nello studio, o se diventerà più fluido muoversi per l’Europa per un lavoro come non è accaduto a Luìs.

Non mi resta che unirmi alla voce del Forum del Terzo Settore che auspica una proficua collaborazione tra Ministri e il tessuto sociale per la costruzione di una società più equa, inclusiva e sostenibile. In Italia e in Europa. Lo dobbiamo ai nostri figli che, in tanti, hanno affrontato un lungo viaggio per venire in Italia.

Per chi non avesse letto la lettera di Vito, Luìs è arrivato a destinazione con l’aereo e la sola carta d’identità italiana. Valida per via aerea, a quanto pare, e non per via terra. No passport!

AmLatina – Cile: “Pedofilia e Chiesa, tolleranza zero”

Lo scandalo degli abusi su minori, in Cile ha portato ad una frattura nella relazione tra chiesa e società. Non si fa riferimento ad istituti di minori in attesa di adozione, ma ricordiamo che molto spesso questi istituti, in tutto il mondo, sono stati gestiti da prelati. La vicenda è un richiamo alle responsabilità degli adulti di fronte a ragazzini indifesi che sono stati segnati nella loro dignità, in modo da rompere con un passato marcio e attivare una protezione in futuro. Una chiamata alla responsabilità di tutto il mondo cattolico e della comunità internazionale laica per combattere tali ignobili azioni su ampia scala.

Dopo le indagini all’interno degli istituti minorili cileni di cui ho trattato qualche anno fa, il Cile è balzato di nuovo nelle cronache per i casi di pedofilia all’interno della chiesa cattolica. Secondo il settimanale Internazionale il Cile sarebbe uno dei grandi nodi dopo gli Usa, Irlanda e Australia. I tutti questi casi la Chiesa avrebbe taciuto, insabbiato e tergiversato.

Secondo il settimanale, in Cile tutto ruota attorno alla figura di Fernando Karadina che sarebbe responsabile di decine di abusi sessuali su minori  tra il 1980 e il 1990. Colpisce che il prelato fosse legato ad alcune figure dell’alta borghesia cilena e avesse frequentazioni con la giunta militare di Augusto Pinochet. Era anche in ottimi rapporti con Angelo Sodano, uomo chiave del potere wojtylano. Grazie a lui molti sacerdoti hanno fatto carriera e alcuni sono diventati vescovi.

Nonostante le sue conoscenze altolocate, alcune vittime hanno avuto la forza di accusarlo e nel 2010 è stato riconosciuto colpevole. Le vittime, però, hanno indicato anche un complice, Juan Barros Madrid, che era a conoscenza degli abusi sui minori ma è sempre stato difeso dalle autorità ecclesiastiche. Barros ha addirittura fatto carriera grazie a Fernando Karadina. Questa la dice lunga.

Lo stesso Papa Bergoglio, nella sua visita in Cile, lo scorso gennaio aveva difeso Barros, fatto che ha indispettito e ferito non poco le vittime di abusi sessuali di tutto il mondo. Avendo sollevato tanta indignazione il Papa si è interrogato e ha inviato un investigatore in Cile per raccogliere testimonianze sulla vita di Barros. Una volta  letta la documentazione completa sull’accaduto, Bergoglio ha chiesto scusa affermando che non era stato ben informato sulla vicenda. Come segnale di apertura ed ascolto ha invitato tre vittime cilene in Vaticano. Il Papa ha anche convocato 34 vescovi cileni, alcuni dei quali accusati di aver insabbiato i fatti. Sette sono stati segnalati per essere rimossi, tra cui Barros.

L’azione del Papa e la pulizia nella Chiesa cilena è un segnale di tolleranza zero nei confronti di tutti quei numerosi vescovi e arcivescovi coinvolti in scandali simili. Ricordiamo, tuttavia, che le resistenze nel mondo ecclesiastico rimangono forti. Qualche anno fa a Roma era stata attivata la Pontificia Commissione per la tutela dei minori che è entrata in crisi in quanto ritenuta troppo laica e con troppe donne nel suo interno.

Mi chiedo, riuscirà una certa Chiesa a tenere il passo con la modernità?

Ilpostadozione, ricomincia dalle “altre verità” sull’adozione

Il barattolo è la nostra vita. Lo riempiamo prima con dei ciotoli che sono la parte importante (gli affetti, la salute, le amicizie …). Poi si aggiunge la sabbia, che rappresenta le piccole cose (la carriera, lo sport, la nuova auto …) e, infine, una buona birra perché il tempo per chiacchierare con un amico non deve mai mancare.

Dopo più di un anno di pausa, ricomincio da qui.

Nel 2017 ho seguito il viaggio del libro “Cara adozione” (https://www.facebook.com/caradozione/) fortemente voluto dalla Presidente di Italiaadozioni (http://www.italiaadozioni.it/), Ivana Lazzarini.

I vari autori hanno organizzato una sorta di tournée che mi ha fatto toccare varie città d’Italia. Sì, perché di un libro inter regionale e interfamiliare si tratta 🙂

Di sicuro mi è mancato il tempo per scrivere ma non per riflettere. Tutte le persone che ho incontrato l’anno scorso mi hanno fatto vedere “altre verità” dell’adozione.

Nell’anno è anche mancato il caro amico Enrico Paucchi (http://www.8ealtro.it/) di cui tanto sento il vuoto per un confronto e una parola amica.

365 giorni, 365 giorni di nuove speranze e la voglia di ricominciare a scrivere. Di me, delle soddisfazioni e qualche rammarico di questo mondo che è l’adozione. Sempre guardando avanti con sguardo fiero.

Premiazione del concorso “L’adozione tra i banchi di scuola” – Milano 5 maggio 2018

I volontari di Italiaadozioni stanno preparando la premiazione per le tante  classi che arriveranno da tutta Italia.

Vieni anche tu a Milano domenica prossima.

Sarà un momento unico per te, i tuoi figli e la tua famiglia allargata. Potrai assorbire l’energia delle scolaresche che, guidate dai loro insegnanti, molto hanno da dire e comunicare su un mondo che sta cambiando velocemente.
I ragazzi sanno cogliere prima …

Tra le tante cose, essere genitori adottivi significa anche stimolare il mondo della scuola a fare di più e meglio.
Impariamo da chi si è già dato da fare.
Il prossimo anno attivati pure tu a far partecipare la classe dei tuoi figli.

Sessualità / sexsting : “Indagini Unicef su bullismo e violenza di genere”

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Sono oltre 100.000 gli U-Reporters tra i 13 e i 30 anni che hanno partecipato al sondaggio online dell’Unicef su giovani e bullismo. U-Report è una piattaforma digitale realizzata per favorire la partecipazione dei ragazzi attraverso dispositivi a loro congeniali, come smartphone, tablet e pc.

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I giovani partecipanti – provenienti da vari Paesi, fra i quali Senegal, Messico, Uganda,  Mozambico, Ucraina, Cile, Malesia, Nigeria, Swaziland, Pakistan e Irlanda – hanno risposto tramite sms, Facebook e Twitter a una serie di domande sull’impatto del bullismo nella loro comunità, sulle proprie esperienze personali e sui possibili mezzi per arginare il fenomeno.

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Questi alcuni risultati emersi dal sondaggio: un terzo degli intervistati considera normale rimanere vittime del bullismo, e una volta subito questo comportamento ha ritenuto di non dirlo a nessuno; la maggior parte degli intervistati che ha rivelato di essere stato vittima di bullismo riferisce di averlo subito a causa del proprio aspetto fisico; il bullismo è collegato anche al sesso, all’orientamento sessuale e all’origine etnica; un quarto delle vittime ha dichiarato di non sapere con chi confidarsi.

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L’indagine fa parte della campagna dell’Unicef #ENDViolence.

Vedi in particolare:

Cyberbullismo: violenza contro i ragazzi     https://ureport.in/poll/1379/

Protezione dei ragazzi on line: i governi fanno abbastanza?    https://ureport.in/poll/621/

Indagine globale sul bullismo   https://ureport.in/poll/575/

Opinioni riguardo alla violenza sulle ragazze nel mondo  

 

 

AltroNatale: “I piccoli miracoli dei gesti quotidiani”

 

Proponiamo la riflessione di don Marco e don Roberto, Parroccchia di San Nicolò all’Arena (VR) sul Natale che è passato, ma lascia tracce per la nostra vita di tutti i giorni. La figura di Giovanni Battista si distanzia da quella di Gesù. Gesù definisce Giovanni “il più grande tra i nati da donna”. Tuttavia i due sono la staffetta dell’altro nell’indicarci la strada per cambiare il mondo. Gesù ci invita a fare anche noi come ha fatto lui: seminare speranza. Aiutare a vivere. Inchinarsi per risollevare. Non giudicare. Guarire. Consolare. Noi famiglie adottive, nel nostro piccolo, un piccolo miracolo lo compiamo ogni giorno quando guardiamo con amore i nostri figli provenienti da più parti del mondo.

Se riesco ad aiutare anche una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente”.

Papa Francesco

Buone Feste a tutti!

 

«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?»

 

Il Battista sta vivendo un momento difficile. E’ in carcere, costretto al silenzio, per aver criticato il comportamento di Erode. Sente quello che le chiacchiere della gente dicono di Gesù.

Anche Giovanni, come tutti, si aspettava un Messia diverso.

Un Messia re, un uomo di potere capace di liberare il popolo di Israele dai romani.

Invece Gesù si presenta come un Messia mite, che sta dalla parte degli ultimi.

Difende le vedove, le prostitute, i bambini, va a mangiare con i peccatori, con i pubblicani. Non grida. Parla con tenerezza. Usa misericordia con tutti.

I dubbi di Giovanni sono gli stessi interrogativi che anche noi ci poniamo tante volte.

Chi di noi non si è mai posto la domanda se quel Gesù di Nazaret sia veramente il figlio di Dio? Sono duemila anni che la chiesa e i preti dicono sempre le stesse cose.

Gesù è venuto a dirci “Beati i poveri”, ma noi siamo ancora convinti che i veri fortunati sono i ricchi.

E’ venuto a portare la pace e la mitezza, ma siamo ancora circondati da guerre e da arroganti.

Non è che siamo tutti dei poveri illusi? Stiamo forse sbagliando strada? Stiamo perdendo tempo?

Sono gli interrogativi che accompagnano la nostra fatica quotidiana di credere.

Oltre a Giovanni, anche Maria, anche Giuseppe dubitano.

Dubitare è umano. Non si può credere senza dubitare.

Ma che cosa risponde Gesù ai discepoli di Giovanni?

 

 “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete:  i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano,… i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”.

 

Potremmo oggi tradurre così le parole di Gesù: “Venite a vedere quello che faccio ogni giorno. Andate a dire a Giovanni ciò che avete visto con i vostri occhi:

Chi ha perso il senso della vita, ritrova un po’ di speranza. Chi è stato colpito da una malattia, da un lutto, da un fallimento, ora ritrova il coraggio di rialzarsi. Gli ultimi, i disprezzati da tutti, sono diventati i preferiti da Dio”.

Gesù non risponde con un ragionamento. Non si preoccupa di dimostrare che lui è il Messia. Cita Isaia per sottolineare che segue la strada dei profeti non dei potenti.

Per Gesù ciò che conta sono i fatti, non le parole.

Il Vangelo è vita concreta, non discorsi, non chiacchiere, non slogan.

Bella la testimonianza di papa Francesco.

In una delle sue prime interviste (Civiltà Cattolica) parlando della sua fede ha detto che a lui la fede più profonda gliel’ha trasmessa nonna Rosa e non i teologi. E’ la fede vissuta della gente semplice.

Nel Vangelo di oggi c’è una frase di Gesù che ci fa pensare. Dopo aver fatto l’elogio  di Giovanni definendolo il più grande tra i nati da donna, aggiunge:

 

« tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui»

 

Che cosa voleva dire?

Forse Gesù voleva sottolineare che, con la sua venuta, finiva il tempo della religione ed iniziava il tempo della “bella e buona notizia”, cioè del Vangelo. Il tempo della fede che supera anche la religione.

Giovanni esprime ancora la mentalità religiosa. Infatti annunciava un Dio severo che giudica e condanna.

Gesù invece annuncia il Dio della misericordia e del perdono. Non giudica nessuno, non condanna. Si prende cura degli ultimi.

La spiritualità di Gesù è diversa dalla religiosità di Giovanni.

Per Giovanni, il mondo nuovo si realizza attraverso la penitenza, il digiuno e i sacrifici, cioè i gesti tipici di chi è “religioso”.

Per Gesù invece, un altro mondo è possibile attraverso il donare, il condividere, lo “spezzare il pane”. E’ lo stile di vita di chi ha “fede-fiducia” in Dio.

Gesù non è venuto per risolverci i problemi a suon di miracoli, ma per indicarci la strada per cambiare il mondo. Con il suo esempio ci ha insegnato lo stile di vita delle Beatitudini. Accettare questo non è semplice. Ecco perché aggiunge una nuova beatitudine: «Beato colui che non trova in me motivo di scandalo»

 

Giovanni parlava di bruciare i peccatori.

Gesù invece va a pranzo con loro. E’ lo scandalo della misericordia! (Ronchi)

Gesù ci invita a fare anche noi come ha fatto lui: seminare speranza. Aiutare a vivere. Inchinarsi per risollevare. Non giudicare. Guarire. Consolare.

Il desiderio di Dio è di vederci contenti, di vederci sorridere, di sapere che stiamo bene, che viviamo delle relazioni belle e profonde.

Il credere non vuol dire sacrificare la propria vita. Invece vuol dire amarla profondamente. Vuol dire aprirsi a cammini inediti, a possibilità impensabili.

Vuol dire passare anche noi dall’essere religiosi al diventare credibili.

E credibile diventa chi vive la fede attraverso i piccoli miracoli dei gesti quotidiani, come uno sguardo, un sorriso, il saper ascoltare, il rispettare, il non giudicare. Profondamente evangelico quello che dice Papa Francesco nella “Evangelii Gaudium”: “Se riesco ad aiutare anche una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente”.

Sessualità/omosessualità: “Restituito perché omosessuale”

Questa è la storia di un ragazzino dato in affidamento raccontata qualche anno fa. E’ bene non cancellare certi fatti dalla memoria. Ci teniamo ad evidenziare la difficoltà di un adolescente a manifestare la sua omosessualità (nessuno ha indagato se si tratta di reale omosessualità o di fuga da rapporti con l’altro sesso per motivi più profondi e dolorosi?) e l’inadeguatezza della coppia ad affrontare una situazione anomala (ma le coppie adottive affidatarie non dovrebbero essere preparate a gestire situazioni fuori dall’ordinario, se capitano?).

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di Marida Lombardo Pijola, giornalista

ROMA – Solo e discriminato dagli amici e dai genitori. Questa è la triste storia di un ragazzo di 14 anni raccontata nel blog di Marida Lombardo Pijola su “Il Messaggero”. Il ragazzo è stato oggetto di bullismo e di discriminazione da parte dei suoi coetanei perché omosessuale, ma quello che è ancora più grave è che lo stesso è stato fatto dai genitori. Luca è stato abbandonato due volte: dai genitori naturali a cui è stato sottratto in tenera età e dai genitori affidatari. Gli stessi genitori che lo hanno voluto con tanta forza e tanto desiderio ma che una volta scoperta la sua omosessualità gli hanno voltato le spalle. Lo hanno portato nella casa famiglia da dove lo avevano preso: «Ci crea troppi problemi, non riusciamo a gestirlo, a scuola i compagni non lo accettano, tutti ci dicono ma chi ve lo fa fare?». Così Luca si è trovato solo per l’ennesima volta, senza amici che non accettano la sua natura sessuale, senza genitori biologici a cui è stato allontanato da bambino e senza la famiglia che aveva sognato, perché è un ragazzo “troppo problematico”.

(…) Luca ha vissuto così sin da piccolissimo, quando è stato sottratto ai suoi genitori biologici, al clou di una di quelle storie disgraziate che possono trasformare la vita di un bambino nel buco nero di una quotidiana dannazione. Nel tempo successivo, Lucia e Nicola (nomi inventati pure questi), due brave persone sui quaranta, hanno voluto con ostinazione che Luca diventasse figlio loro. Hanno deciso che doveva assolutamente essere lui, così dolce timido carino, a colmare quel loro grande vuoto per non aver potuto avere figli naturali. Lucia e Nicola, purtroppo, hanno saputo dissimulare bene il loro non aver compreso affatto come dovrebbe funzionare esattamente in modo capovolto, in questi casi: erano loro, a dover colmare i vuoti di Luca, non l’opposto. Eppure, a chi doveva giudicare, sono sembrati adatti a diventare i suoi nuovi genitori. Capita a tutti, talvolta, di sbagliare
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(…) Lucia e Nicola lo hanno riportato in casa famiglia tempo dopo, e lo hanno restituito al mittente, come si fa con una merce difettata. “Ci crea troppi problemi, non riusciamo a gestirlo, a scuola i compagni non lo accettano, tutti ci dicono ma chi ve lo fa fare?”. Già, chi glielo fa fare, a un genitore, di fare il genitore? Che te ne fai, di un figlio che funziona male, di un figlio inceppato, complicato? Di un figlio che ti fa far brutta figura? Di un figlio che poi, alla fine, magari è persino omosessuale?

(…) E adesso io sogno, caro Luca, che nella solitudine della tua non-casa non-famiglia qualcuno ti aiuti a governare il tuo incommensurabile dolore. Sogno cose talmente semplici e banali, caro Luca, che quasi mi vergogno a dire “sogno”. Sogno nient’altro che diritti, nient’altro che amore. Sogno dei genitori capaci di accoglierti, di amarti, di proteggerti, di aiutarti a crescere, a riconoscere e accettare ogni singola e comunque splendida sfumatura della tua personalità. Sogno due genitori che siano genitori, tutto qui. E sogno che l’omofobia un bel giorno smetta di cadere come una mannaia sulla serenità delle persone, e che nulla del genere possa accadere più a nessun bambino, a nessun giovane, a nessun adulto, mai. (…)

(fonte Messaggero.it – 17 Marzo 2014)

Sessualità/omosessualità. Papà Carlo: “L’amore non ha niente a che fare con la perversione”

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“Figura femminile” di Ciro D’Alessio

Questa è uno stralcio di lettera scritta da un padre. Parla del concetto di amore nei rapporti etero e omo. Lui l’ha capito attraverso la storia di sua figlia lesbica. Non tutti i genitori sono capaci di far emergere il lato sensibile di fronte alla dichiarazione esplicita del proprio figlio di essere omosessuale. Così, ancora una volta, i figli si trovano soli a gestire qualcosa ancora lontano dall’essere accettato dalla nostra società. Non sappiamo dare delle risposte. Crediamo che uno sforzo vada fatto nel capire perché sta accadendo ad uno dei nostri figli, con storie non del tutto chiare alle spalle. Mettiamoci, per lo meno, in ascolto.

(…) “Non ho mai scritto a giornali o associazioni o raccontato ad altri, se non agli amici, questi brevi e, mi auguro, non così eccezionali fatti, lo faccio oggi con lei perché mi è piaciuto molto, oltre alla posizione che condivido pienamente sull’importanza personale e sociale del coming-out, vedere finalmente puntualizzare un fatto di cui non si parla spesso, il contrasto cioè all’idea comune che lega troppo fortemente l’omosessualità al sesso.

Chi non sa, nel senso che non ha vissuto in prima persona, ha spesso in mente una tale raffigurazione che è incrostata da anni nella nostra cultura: quando sente parlare di omosessualità pensa in modo immediato a due corpi su un letto, come se sempre ci fosse il sottinteso di un altro termine antico nella nostra cultura: perversione.

Io che nel mio piccolo invece ho visto, so che si tratta di amore. Dai primi innamoramenti a quelli più maturi sono semplicemente legami d’amore che certamente, come dice anche lei contengono anche e per fortuna la sessualità ma che corrispondono in tutto allo stesso senso che il pensare comune attribuisce ai rapporti affettivi eterosessuali.

Mi piacerebbe che anche gli altri lo sapessero e che coloro che lo sanno lo dicessero più spesso e mi piacerebbe anche che in un mondo ideale persino il termine omosessualità venisse sostituito quando se ne parla con altri termini che contengano al posto della radice della parola sesso quella della parola amore.”

(fonte: huffingtonpost.it 01/2013)

Sessualità/omosessualità. Col senno di poi …

“Per quanto riguarda le vittime sappiamo che le bambine risultato essere abusate in maggior misura rispetto ai maschi anche se occorre evidenziare che per questi ultimi si somma, oltre che la violenza subita attraverso l’abuso sessuale, anche quella derivante dalla stigmatizzazione per l’omosessualità.” – Monica Rizzi, psicoterapeuta infantile.