Seminari su adozione e scuola a settembre 2020

La dott.ssa Livia Botta, psicologa e psicoterapeuta, esperta in problematiche del post-adozione, per il prossimo autunno organizza seminari per le famiglie e per la scuola dedicati all’adozione.

FORMAZIONE PER GENITORI
I seminari per genitori verranno proposti nelle due versioni, in presenza e on line. In entrambi i casi il numero di partecipanti sarà limitato.
I seminari in presenza si svolgeranno, come sempre, nell’intera giornata del sabato, mentre quelli on line verranno suddivisi in tre moduli di due ore a cadenza settimanale. 
Di seguito una breve presentazione:
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“LA MENTE ADOTTIVA” seminario per genitori
– in piccolo gruppo IN PRESENZA sabato 3 ottobre 2020 a Genova dalle 10.00 alle 17.30
ON LINE sulla piattaforma Zoom lunedì 5-12-19 ottobre dalle 18.00 alle 20.00
Sintesi. In che modo le relazioni familiari – soprattutto quelle dei primi anni di vita – influenzano lo sviluppo della mente del bambino? Come le esperienze traumatiche possono tradursi nella compromissione di alcuni circuiti cerebrali (processi mnemonici e capacità di gestire situazioni stressanti) e/o dare origine a stati dissociativi? Come le relazioni interpersonali influenzano lo sviluppo delle strutture cerebrali durante tutta la nostra esistenza? Come cambia il cervello di un adolescente? come influiscono differenti pattern di attaccamento genitori-figli? Come relazioni di attaccamento sicure e un ambiente relazionale sensibile possono aiutare bambini, adolescenti e adulti a raggiungere un migliore equilibrio emotivo?
Per maggiori informazioni clicca qui
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“FIGLI A SCUOLA”
– sabato 14 novembre IN PRESENZA
lunedì 16-23-30 novembre ON LINE
Sintesi. Difficoltà che possono presentarsi e indicazioni per superarle, nei diversi livelli di scuola.

“IL LUOGO DELLE ORIGINI”
– sabato 16 gennaio 2021 IN PRESENZA
Sintesi. Come aiutare i figli a coniugare l’appartenenza al nuovo contesto familiare e sociale con le radici originarie, dal momento dell’adozione all’età adulta.

SEMPRE CONNESSI”
– sabato 20 febbraio 2021 IN PRESENZA
Sintesi. Fragilità dell’adolescenza adottiva e usi problematici della rete. L’impatto dei social media sulla famiglia adottiva.

Per saperne di più, potete andare alla pagina dedicata e/o iscrivervi all’incontro di presentazione del 7 settembre.   Lunedì 7 settembre 2020, ore 18.30-20.00 incontro online gratuito di presentazione dei seminari per genitori 2020-21 Iscrizioni qui

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FORMAZIONE PER LE SCUOLE   Anche per i corsi per insegnanti è prevista sia la versione in presenza che quella online, concordandone le modalità con le scuole stesse.
Di seguito una breve presentazione:

“SCUOLA E ADOZIONE. PER UNA DIDATTICA INCLUSIVA” | Per Istituti Comprensivi
Sintesi. Dalla conoscenza della condizione adottiva alle buone prassi suggerite dalle Linee d’Indirizzo

“LA FATICA D’IMPARARE DEGLI ALUNNI CON STORIE DIFFICILI” | Per Istituti Comprensivi
Sintesi. Gli effetti dell’incuria e dei traumi precoci sulla capacità di apprendere e le possibilità di recupero

“ADOLESCENZE ADOTTIVE. QUANDO LA FATICA DI CRESCERE ENTRA IN CORTOCIRCUITO CON LA SCUOLA” | Per Scuole superiori
Sintesi. La complessità dell’adolescenza adottiva nelle sue ripercussioni con l’apprendimento e con le relazioni tra pari

Trovate maggiori informazioni nella pagina dedicata del sito.

Sette università italiane per una ricerca sull’adozione di bambini

Sette università hanno collaborato insieme per la ricerca ICONA (Italy and Current Opinion on Adoption) coordinata dall’Associazione Italiadozioni che si occupa di cultura dell’adozione e dell’affido.

Sintesi della ricerca ICONA di Italiaadozioni

Gli italiani hanno un’opinione tutto sommato positiva dell’adozione di bambini. Tanto che la consiglierebbero, come via da prendere in considerazione, a una coppia che è impossibilitata a procreare.

A pari merito viene, come consiglio, la fecondazione omologa. In via successiva sono consigliati l’affido e la fecondazione eterologa.

L’aspetto interessante è che il consiglio di adottare arriva proprio da chi l’adozione la conosce in modo diretto, grazie ai contatti con persone e famiglie adottive.

Questo si apprende dal comunicato stampa e dagli articoli su varie testate giornalistiche.

Le università che si occupano di adozione nella ricerca

Io, però, vorrei di nuovo sottolineare l’impegno straordinario di sette università dislocate in tutta Italia che, finalmente, hanno deciso di muoversi all’unisono, se pur con sensibilità differenti, per un tema tanto importante che riguarda l’infanzia.

I docenti universitari coinvolti nel progetto di ricerca sono Lavinia Barone (Università degli Studi di Pavia), Maurizio Corte (Università di Verona), Davide Dragone (Università di Bologna), Cinzia Novara (Università di Palermo), Chiara Oldani (Università degli Studi della Tuscia), Venanzio Raspa (Università di Urbino) e Rosa Regina Rosnati e Laura Ferrari (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano).

La ricerca è stata resa possibile grazie ai contributi di Fondazione Cattolica Assicurazioni, Fondazione Cariplo e Banca di Credito Cooperativo di Milano.

Università e sponsor di non poco conto, insieme, per un obiettivo comune: inquadrare il sentiment degli italiani verso l’adozione di bambini e bambine tracciando la via per un messaggio importante: tutti noi dovremmo fare fronte comune per il bene dei bambini del mondo!

Spero in cuor mio che questa collaborazione possa svilupparsi e vedere l’aggregarsi di altre università di spessore che si occupano – nelle varie discipline di giurisprudenza, psicologia, scienze sociali, comunicazione, pediatria, pedagogia, … – della formazione delle nuove generazioni ad una società più accogliente.

Gli italiani sono davvero così aperti e accoglienti?

Dall’opinione degli italiani sull’adozione si apprende che siamo un popolo che si entusiasma davanti all’arrivo di un bambino anche se, secondo me, un piccolo retaggio del vincolo di sangue permane sebbene l’adozione venga consigliata, a parole, alla stregua della fecondazione omologa.

Nessuno nega che l’adozione possa essere più complessa perché è un fatto sociale che coinvolge più soggetti. Lo dice anche la Presidente di Italiaadozioni, Ivana Lazzarini: “Le scelte familiari, che in genere si configurano quali scelte private, sappiamo invece avere ampie ricadute sul piano sociale. Questo è ancor più valido nel caso dell’adozione dove il benessere di tutti gli attori coinvolti e l’accoglienza influiscono sulla riuscita finale”.

Nelle risposte si legge che molti degli intervistati conoscono famiglie adottive e ne hanno una buona opinione, se non addirittura sono coinvolti nell’adozione  attraverso parenti e amici. Questo non mi stupisce. Dalle tesine scritte su Cara adozione dagli studenti dell’Università di Verona sono uscite molte esperienze personali. I ragazzi, si sa, sono proiettati verso il futuro e non si fanno tante remore se un figlio è entrato in famiglia in modo diverso. Il pregiudizio s’insinua forse di più in quelli di età più elevata. Sono curiosa di leggere il prosieguo della ricerca, quando verranno pubblicati i dati analitici.

Inoltre, secondo la maggioranza degli italiani, quelli adottivi sono considerati genitori a tutti gli effetti, persone altruiste e benestanti, pur mosse dal bisogno di riempire un vuoto. Di certo molti guardano al genitore adottivo con curiosità sana: s’informano, partecipano. A volte non usano il giusto linguaggio, è vero, ma non credo per malizia, piuttosto per ignoranza nel senso etimologico del termine. Perché non si conosce abbastanza questo mondo.

Le famiglie adottive tra stereotipi e pregiudizi

Sul fatto che le famiglie adottive siano “altruiste” e “benestanti”, anche qui non si può generalizzare, secondo me. La varia umanità attraversa in modo traversale tutte le famiglie, con picchi di eccellenza e picchi di mediocrità. Per quanto attiene all’aggettivo “benestanti”, beh, anche su questo punto, sulla mia strada ho incontrato famiglie di tutto un po’. Di certo l’impegno economico per un’adozione internazionale non è da poco, qualcuno se la può permettere senza problemi, altri la raggiungono a costo di elevati sacrifici.

Visto che, come riporta la ricerca, gli intervistati della ricerca si informano in prevalenza attraverso la televisione, i social e internet, è su questi mezzi che bisognerebbe agire per superare le rappresentazioni semplicistiche se non addirittura distorte dell’adozione da parte dei media che spesso riportano fatti di cronaca nera che hanno connessione con l’adozione con superficialità e sensazionalismo, gettando una luce negativa sull’intera questione.

Pasqua ai tempi del Coronavirus

L’orchidea fiorita in casa in questa strana Pasqua: anche lei ha voglia di vita.

Pubblico volentieri l’omelia della Parrocchia di San Nicolò in questa Pasqua strana, lontana dagli affetti di sempre, ma in un raccoglimento che ci fa sentire ancora più famiglia e gruppo. L’intimità non è data solo dal contatto fisico. Il contatto spirituale, a volte, ci fa capire che cosa è davvero importante.

di don Angelo e don Roberto

Quello che è accaduto esattamente la mattina di Pasqua di duemila anni fa non lo sapremo mai. I Vangeli non si preoccupano di portarci prove per dimostrare che veramente Gesù è risorto. Perché?

Perché la risurrezione non si dimostra. Nessun reporter ha mai fotografato la risurrezione. Nessuno ha mai portato prove oggettive e scientifiche.

Pasqua è un evento da vivere, da contemplare, non da spiegare.

Ma che cosa vuol dire allora “credere” che Cristo è risorto?

Giovanni nel suo Vangelo ci propone come esempio di fede una donna.

La Maddalena, una emarginata, forse una prostituta. Ha incontrato il Cristo e la sua vita è cambiata. E’ ri-nata.

E’ lei che per prima al mattino di Pasqua, quando era ancora buio, corre al sepolcro.

La Maddalena crede, non perché vede, ma perché era una innamorata. Credeva nella vita. Credeva nell’impossibile. La sua fede nel risorto nasce dall’amore.

E’ proprio a lei che Gesù dice quella frase oggi di grande attualità:

«Noli me tangere. Non mi toccare ».

Non significa che Gesù non voleva essere toccato. In vita si era perfino lasciato baciare i piedi. Gesù vuol far capire alla Maddalena che ora la sua relazione con il risorto non è più fisica, ma interiore, spirituale. Ora il Cristo lo devi incontrare nell’altro, nell’amico, nella sorella, nel povero, nel malato.

E’ nel gesto della condivisione che appare l’invisibile. Solo chi ama profondamente l’altro può fare esperienza di “toccare” con mani il divino, ciò che è invisibile, ciò che non si può spiegare, ma si può sentire, si può vivere.

Stiamo vivendo un tempo di fatica, di crisi. Ma forse è proprio nei momenti più difficili che sappiamo tirar fuori il meglio di ognuno di noi stessi.

Eravamo malati ci ha ricordato papa Francesco,. Eravamo tutti sempre di corsa. Avevamo perso il senso del tempo, della natura, della vita.

Un piccolo virus ci ha costretti a fermarci.

Forse anche per noi vale la parola del profeta Osea: “Ti condurrò nel deserto e là parlerò al tuo cuore”.

Da settimane siamo tutti in esilio nelle nostre case.

I libri più belli e profetici della Bibbia sono nati nel tempo dell’esilio in Babilonia. Dante ha iniziato a scrivere la sua Divina Commedia mentre era in esilio.

Forse l’aver vissuto la quaresima in tempo di quarantena, l’aver chiuso le chiese, l’aver vissuto un lungo digiuno eucaristico, l’aver sperimentato la famiglia come piccola chiesa, potrà aiutarci a capire quanto è prezioso e sacro il tempo della vita.

E’ nella vita che possiamo incontrare Dio. E’ nella vita che possiamo celebrare le nostre vere eucarestie, la nostra vera Pasqua di resurrezione.

Come Comunità cristiana siamo chiamati a vivere questo momento di crisi come una nuova opportunità per riscoprire nuove forme di sacramentalità laica. Ripensare un nuovo modo di essere chiesa, comunità, parrocchia. Un nuovo modo di vivere il rapporto tra il prete e la comunità.

L’eucarestia domenicale è importante, ma è nella vita che possiamo riscoprire il senso vero e profondo del vivere da risorti.

Non abbiamo bisogno di riti e nemmeno di surrogati. Abbiamo bisogno di liturgie “vissute” che profumino di umanità.

IcaR, rimandato al 2021

Gentilissimo/a,

vista la drammatica diffusione del COVID-19 non solo in Italia ma in tanti paesi del mondo, abbiamo ritenuto fosse opportuno rinviare il convegno ICAR7 e il seminario internazionale a luglio 2021, mantenendo il medesimo programma scientifico.

Non appena saranno decise le nuove date, sarà nostra premura comunicarvelo.

Comitato organizzatore di ICAR7

http://centridiateneo.unicatt.it/it/centro_di_ateneo_studi_e_ricerche_sulla_famiglia

L’adozione è ricordare



Come mamma sono cresciuta pian piano. Dapprima con la consapevolezza che non basta avere il desiderio di un figlio per poterlo realizzare, poi con l’umiltà di riconoscere l’umano, prima di tutto dentro di me, e perdonarlo.

Ho sbagliato tante volte, ma come dice un detto “Non è importante quante volte cadi, ma quante volte ti rialzi”. Ed io mi sono rialzata. Mi sono guardata in faccia. Ho cambiato strada, se necessario. Ma, soprattutto, ho viaggiato dentro di me. A volte basta una buona lettura, un incontro, un aneddoto, di quelli che ti capitano giorno per giorno. Ho imparato anche a indebolire l’indice che ogni tanto mi trovo a puntare contro qualcosa, contro qualcuno.

Cosa succederà adesso?

Le adozioni si sono fermate

Credo che non ci siano dubbi che certi interventi siano stati più che necessari. La notizia di questi giorni che le adozioni dalla Cina abbiano ripreso il loro corso, un po’ mi ha rallegrata, un po’ mi ha inquietata. Credo, infatti, che sia prematuro dire “va tutto bene”. Comprendo la voglia di riprendere la vita di prima, il tempo che passa, i figli che aspettano, ma, a mio avviso, è da incoscienti fare finta di nulla. Qualcosa è accaduto. Fuori di noi. Dentro di noi. Soprattutto mi aspetto che sia cambiato qualcosa dentro di noi. Il desiderio di un figlio è più che legittimo, ma è un dono, non un diritto. E per raggiungere il mio scopo non ho il diritto di mettere a repentaglio la vita degli altri. Questo è un invito al buon senso anche da parte degli enti. E all’accettazione da parte delle coppie.

Ci sono tanti bambini in stato di bisogno

C’erano anche prima. Da sempre, c’è pieno il mondo. Eppure le adozioni sono centellinate, i paesi aprono e chiudono a seconda di legislazioni più o meno severe oppure solo per alzare la posta. Ci ho pensato tante volte: i bambini sono oggetto di scambio e di favori da parte di alcuni paesi. L’Italia è un paese che sta invecchiando, le coppie faticano a metter su famiglia, i tempi della procreazione sono stati proiettati in avanti quando donne e uomini non sono più all’apice della loro fertilità. Bambini in cambio di cosa? In cambio di favori politici/economici/bellici. Anche nell’attuale emergenza è risultata chiara l’influenza delle pressioni economiche su una poco tempestiva comunicazione del contagio.

L’adozione è ricordare

Io non dimentico che mia figlia proviene da un paese in cui c’è una distribuzione della ricchezza iniqua. Io non dimentico che i bambini che arrivano in Italia non hanno cure adeguate nel loro paese perché la Sanità è assente o, se c’è, è in mano ai privati. Non mi dimentico che le guerre sono alimentate da interessi economici molto spesso dei paesi occidentali che fanno affari con governi sporchi e corrotti. Non mi dimentico che le élite sono uguali in tutto il mondo: ti riducono alla fame per avere sudditi che scodinzolano allo spargere delle briciole.

La scuola è di tutti e per tutti

In questi giorni sono poco su Facebook, ma mi è bastato una frase per farmi sobbalzare sulla sedia. Alcuni genitori, privilegiati, si sarebbero espressi per classi differenziate per gli alunni che non hanno il PC e non possono seguire le lezioni da casa in tempo di Coronavirus. Mi è tornato alla mente il Maestro Manzi e la sua trasmissione RAI per combattere l’analfabetismo in Italia, nel 1960, in uno sforzo nazionale coeso. Se qualcuno pensa di avere più diritti di altri non ha capito niente. Se si pensa ancora che il tempo, la corsa, il privilegio siano un modo per superare la fila, non c’è stata maturazione. Forse più che un virus, ci servirebbe  un Arlecchino che fa le pernacchie per sgonfiare l’autoreferenzialità di taluni.

L’adozione e lo stigma

Mi sento molto vicina a quelle famiglie che hanno figli con bisogni speciali pur non essendo bambini/ragazzi adottati. Vedo tante similitudini con alcuni dei nostri figli: l’isolamento, la difficoltà ad interagire con i compagni, il bullismo, arrancare ed essere sotto pressione sempre per non arrivare ultimi. Cerchiamo di liberarci dallo stigma dell’adozione parlandone bene anche quando le cose proprio non vanno. Ho incontrato tante famiglie che rifiutano di frequentare gruppi o associazioni perché non vogliono avere un marchio. Ma è davvero così che ci si libera di uno stigma? Non è meglio uscire allo scoperto? Io sono orgogliosa di essere mamma adottiva e ne parlo volentieri, con zone di luci e ombre. Credo sarebbe lo stesso se avessi un figlio biologico perché sono fatta così, non mi piace essere né compianta né esaltata. Questa è semplicemente la strada che sto percorrendo, con i suoi alti e i suoi bassi.

Che cosa rimarrà, dunque, dopo il Coronavirus. Spero poco. Quel giusto per alimentare un minimo di sicurezza. C’è un tempo per la battaglia e c’è un tempo per la ricostruzione. Se il mondo dell’adozione vuole ripartire occorre umiltà, collaborazione e amore dei bambini. Se sulla cima dei bisogni si mette il denaro e la fretta di dimenticare, non c’è amore per i bambini.

8 marzo 2020, omaggio alle donne che adottano bambini

Le donne nell’adozione hanno un ruolo importante. Di solito sono le donne che propongono l’adozione al proprio compagno che può accettare con entusiasmo come opporsi.

Accogliere un bambino “altro” non è per tutti ed è importante riconoscere i propri limiti ma anche le proprie potenzialità.

In occasione dell’8 marzo Italiaadozioni propone un quadro del pittore veronese Gianni Perazzoli per omaggiare le donne che decidono di accogliere una o più vite.

Una nuova iniziativa di questa associazione che nasce per divulgare la corretta cultura dell’adozione e dell’affido. La raccolta fondi servirà per finanziare i progetti scuola che portano i bambini a riflettere su che cosa è famiglia, come si formano le famiglie di oggi e cosa ha di particolare e gioioso l’arrivo di un bambino talvolta proveniente da un’altra parte del mondo.

Partecipa anche tu all’asta. Adozione è dono.

IcaR 2020 – UniCatt Milano

Ci sono ancora pochi giorni per partecipare come relatori a ICAR, International Conference on Adoption Research. L’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia – ospiterà l’evento nel luglio 2020.

Dear Colleague,

We remind you that the abstract submission for the 7th International Conference on Adoption Research (Milan, Italy, July 7-11, 2020) will close on

15th December 2019.

Please visit our website to see the guidelines for abstract submission (https://convegni.unicatt.it/icar-home-speakers).

You may submit your abstract by visiting the Ex Ordo system (you will be required to setup an account first): https://icar7.exordo.com/.

We are very thrilled to announce that there will be a Young Researcher Best Poster Award for student, PhD student, or postdoctoral researcher that are the first author of the submitted poster.

Winners will be announced during the ICAR7 conference.

For the first time in the history of ICAR, the conference will be preceded by two days of Summer School for graduate students, Ph.D. students and young researchers involved in the field of adoption.

Don’t forget to check our website and follow  ICAR7 Facebook page

Milan and the Università Cattolica del Sacro Cuore are looking forward to welcoming you!

Rosa Rosnati, Sonia Ranieri and Laura Ferrari

Natale tra gli ultimi del Brasile

Padre Paolillo, missionario comboniano che vive in Brasile a contatto con la realtà delle favelas, come ogni anno, ci ricorda cos’è il vero Natale.

Donare fa bene al cuore

LA GIOIA VERA VIENE DAL BAMBINO DI BETLEMME

Seguire Gesù non è facile. A volte significa “mettersi nei guai”, frequentare luoghi dove non vorremmo mai andare, entrare in contatto con realtà e persone scomode, affrontare sfide, provocare conflitti, fare i conti con incomprensioni, subire violenze fino al punto di essere appeso a una croce.

“Chi me lo fare!” è il dubbio in cui inciampa spesso chi decide di seguirLo. La tentazione di fermarsi a mezza strada e abbandonare tutto è molto grande. Perché imbarcarsi in un progetto di vita che costringe a rinunciare a se stesso, a rimpicciolirsi, a spremersi per passare per la porta stretta, a fare l’esperienza della solitudine e del fracasso, a relativizzare perfino gli affetti più cari, a circondarsi di persone che non contano, a prenderle da tutte le parti e a caricare una pesante croce?

Perché andare dietro a Qualcuno che non sembra preoccupato con i tempi, propone la realizzazione di un Regno di pace senza fissare scadenze mentre il male avanza a passi da gigante e vittime innocenti invocano giustizia?

Queste sono alcune delle domande che incalzano chi si ostina a seguire Gesù in questi tempi difficili, marcati dall’indifferenza, dall’individualismo, dall’odio, dalla mancanza di ospitalità, dall’avversione viscerale al Vangelo e da proposte attraenti che promettono soldi, potere e successo a condizione di non farsi scrupoli quando si tratta di calpestare gli altri, di distruggere la natura e di mettere da parte i valori.

Il Natale si avvicina ed io confesso che provo stanchezza. Ancora una volta, la liturgia mi invita a recarmi alla povera casa della periferia di Betlemme. La notizia arriva in piena notte, più tenebrosa del normale, quando sfrutto il meritato riposo dopo l’ennesima dura giornata di lavoro tra le miserie delle periferie esistenziali e le incomprensioni di chi il Vangelo lo legge a modo suo. Mi scaraventa giù dal mio comodo letto e mi obbliga ancora una volta ad infilarmi in strade malfamate con la paura di incontrare una brutta sorpresa dietro ad ogni angolo.

Sulla strada non sono da solo. Ci sono altre persone. Ma non è certamente una buona compagnia. Sono per lo più mendicanti, puzzolenti pastori, brutti ceffi, donne che vendono il corpo, delinquenti, adolescenti e giovani che fanno fatica a camminare sotto effetto di alcool e droghe. È una strana processione che si dirige alla stessa meta. Che cosa ci aspetta alla fine dei conti? Un imprenditore che ha deciso di donare ai poveri parte della sua fortuna? Un gruppo religioso che offre l´opportunità di fare una doccia e distribuisce un pasto caldo? Un babbo natale che dá le caramelle ai bambini buoni? L’ennesimo politico che sfoggia promesse in campagna elettorale? La soluzione miracolosa al problemi del mondo? Alla fine dei conti chi è che riesce a mobilizzare tutta questa gente?

Quale forza può trasmettermi un Bambino che ha bisogno di tutto? Quale speranza può infondermi nel cuore una creatura che viene al mondo in condizioni disperate? Che vita può scaturire da chi non sa neanche se sopravviverà alla povertà? Come potrà salvarmi uno che non riesce neanche a mettere in salvo la propria pelle?

Non vedo nessun motivo di allegria. Anzi, lo sconcerto mi travolge. Avrei avuto voglia di incontrare una soluzione rapida alle tante ingiustizie con cui convivo ogni giorno, un cambiamento radicale del mondo con un colpo di bacchetta magica, l’intervento miracoloso di un Dio forte che finalmente pone fine al dolore innocente. Invece c’è solo un bambino.

Ho voglio di tornare sui miei passi per continuare la mia stessa vita, facendo quello che posso. Da quella grotta, a prima vista, non mi viene nessuna ispirazione e nessuna consolazione. Ho l’impressione che sia l’ennesima fake news o l’idea delirante del sognatore di turno che ancora crede che sia possibile cambiare il mondo.

Eppure c’è un particolare che mi attrae. Nonostante la notte sia scura e fredda, malgrado l’estrema povertà della scena e dei suoi protagonisti, a dispetto della mia rabbia e delusione, c’è gioia dappertutto. Non viene dai beni materiali, non ce ne sono. Non scaturisce dal successo, c’è solo gente invisibile, costretta a vivere ai margini, nell’anonimato. Non promana dalle amicizie che contano, ci sono solo poveracci per i quali la porta non si apre mai, al massimo gliela sbattono in faccia.

C’è la gioia dell´incontro, dell´abbraccio, della solidarietà, della condivisione, dell’accoglienza reciproca senza pregiudizi e delle relazioni interpersonali impregnate d’amore.

Questa gioia mi attrae. In questo momento ne ho davvero bisogno. Lo so che costa caro. Non è facile intraprendere lo stesso cammino del Bambino di Betlemme. È un percorso in discesa che va in direzione opposta alla salita verso il successo e il potere. Semplicità, umiltà, povertà, pace, solidarietà, giustizia e gli altri valori indispensabili per vivere nella gioia sono sempre più scarsi sugli scaffali del consumismo che si veste da Babbo Natale e, grazie a una artificiale sensazione di bontà, seduce la gente a sentirsi generosi spendendo quattrini per farsi e fare regali.

I valori eterni sono doni che solo Lui può darci. Basta non avere paura, fidarsi di Lui, sapere sperare e non lasciarsi travolgere dalla fretta. L’aggressiva propaganda dell´economia di mercato offre una vasta gamma di surrogati di gioia a prezzi più accessibili e risultati immediati, anche se durano tanto quanto i fuochi d’artificio e portano con sé una lunga lista di effetti collaterali devastanti.

Si illude chi crede di oscurare il nostro orizzonte di speranza con le nubi delle sue perverse scelte o di distrarci con le sfavillanti luci dei suoi articifici propagadistici per impedirci di intravedere le scontille dell´alba dei nuovi tempi che, seppur in maniera piccola e fragile, scoppiettano da tutte le parti, incendiate dalla generosità e dal coraggio di chi è appassionato per la Vita fino al punto di rischiare la propria pelle.

Di scintilla in scintilla il fuoco dell´Amore incendierà il mondo. Vi garantiamo che noi continueremo a fare la nostra parte. Grazie a tutti voi che ci date una mano.

Ancora una volta vi auguro una profonda esperienza di Natale capace di inondare la vostra vita con la vera gioia.
Dio dica bene di tutti noi.

P. Saverio Paolillo
Missionario Comboniano in Brasile

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Chi volesse donare a Padre Paolillo per i progetti in Brasile:

Diventa un collaboratore. Manda il tuo contributo:
MISSIONARI COMBONIANI – MONDO APERTO ONLUS
CONTO CORRENTE POSTALE:
Nº 28394377
OPPURE
BONIFICO BANCARIO:
 UNICREDIT BANCA
IBAN: IT 67 M 02008 11708 000005559379
 BANCA POPOLARE ETICA
IBAN: IT 68 V 05018 12101 000000512250
Causale:
CEDHOR Santa Rita – Progetto Legal

L’adozione nel film Joker (USA 2019) di Todd Phillips

 

Joker è stato adottato o no?

Premetto che non avevo intenzione di andare a vedere questo film di Todd Phillips (USA 2019). Mio marito mi ha fatto vedere il trailer e l’impressione è stata di un film troppo violento per i miei standard. Poi una mamma, su un gruppo facebook, fa una domanda: “Avete visto “Joker”? Lui è stato adottato …” A questo punto mi incuriosisco e vado.

Cosa c’entra l’adozione

Il film si apre con la notizia di uno sciopero delle immondizie che dura da tanto, troppo tempo. Le strade sono invase dalla spazzatura e la gente sta diventando sempre più nervosa. Un mondo sporco. La solita contrapposizione caos esterno e tentativo di fare ordine dentro di sé. Ci prova Arthur (alias Joker) sebbene la sua vita sia già stata segnata da un internamento in un ospedale psichiatrico, non sa neppure lui perché. C’è poi la presenza di una mamma anziana che ha bisogno di essere accudita, ma con la quale ha un buon rapporto, e un lavoro da clown, ripiego del suo sogno di diventare un comico, che gli permette un minimo di sussistenza.

Ad un certo punto tutto comincia ad incepparsi. Anche quel poco di sicuro che c’è nella sua vita malandata e infelice, sfuma. Pestato da una gang giovanile, licenziato, tradito dal collega di lavoro, senza un affetto, con i sussidi tagliati, senza un obiettivo verso il quale andare …

“Non sono mai stato felice in nessun attimo della mia vita”. E’ una dichiarazione forte. Una richiesta di aiuto. Come quando, perso il lavoro e con la madre in ospedale, entra senza invito nella casa della vicina e afferma: “Ho avuto una brutta giornata”.

Non mi dilungo oltre nella trama. E nemmeno voglio fare una recensione. Ce ne sono già tante, molto profonde ed articolate. Il film ha di sicuro diverse chiavi interpretative. E’ un progredire di solitudine, angoscia, sfighe, violenze, disamore. Tutta la trama, tutte le scene sono attraversate da una implacabile denuncia sociale, dove gli invisibili non contano proprio niente e chi non è allineato viene soffocato.

Arthur, allora, è stato adottato o no? Perché si è deciso di inserire l’adozione nella trama? L’adozione dà spessore al personaggio?

Io non sono sicura che Joker sia stato adottato sul serio. E’ quello che gli vogliono far credere. Ho visto il film due volte. Si, proprio due volte! Ad un certo punto, quando legge la lettera della madre e scopre di assere figlio di un noto personaggio politico, la madre gli spiega che lei e suo papà erano giovani, che si dovevano salvare le apparenze, che allora le hanno fatto firmare un sacco di carte. La mamma di Joker e il noto politico non erano dei pari: lei era una delle tante serve di casa, anche piuttosto carina…

Altra scena: Joker si avvicina alla casa del suo presunto papà e fa giochi di prestigio con il suo presunto fratellino, ben più piccolo. Arriva la guardia del corpo, non certo simbolo di libertà di pensiero,  e alla scoperta dell’identità di Arthur gli ride in faccia dicendo che sua madre è una svitata e che si è inventata tutto. Lui in realtà è stato adottato.

Altra scena legata all’argomento adozione: Arthur chiede la documentazione della madre negli archivi dell’ospedale psichiatrico dove era stata ricoverata e sottrae all’impiegato l’incartamento in cui c’è la documentazione dell’adozione. Scopre così di essere stato oggetto di abusi e violenze da parte del convivente della madre.

Ultima scena attinente: nel bagno del teatro dove incontra il suo presunto padre, Thomas Wayne, questi lo schernisce e dà della psicopatica a sua madre che si è inventata tutto. Arthur, in realtà, è stato adottato. Ripete un po’ le parole della guardia del corpo, la verità ufficiale.

Ora, l’interpretazione più semplice è accettare la versione dell’adozione. Ho letto in alcune recensioni che Arthur sarebbe il risultato di una mamma bipolare, di un’adozione dove il papà adottivo avrebbe abusato di lui. Ma è davvero così?

Sarebbe curioso spulciare tra le regole americane in vigore negli anni ’80, visto che la storia si svolge a quel tempo: i servizi sociali americani potevano essere così superficiali da destinare un bambino ad una donna con disturbi della personalità? O ad una coppia che faceva uso di alcol e droghe? Qualche dubbio emerge, in effetti.

L’adozione in mano ai potenti

Pure la lettera della mamma è scritta con una scrittura fluida ed equilibrata, ben lungi da essere quella di una malata mentale cronica. Non potrebbe essere piuttosto lei stessa vittima della sua debole posizione sociale? Una serva, quanto conta una serva? Meglio far cancellare le tracce. I potenti possono questo ed altro, anche far passare per adozione una nascita naturale, se scomoda.

E quella della madre non potrebbe essere una malattia legata alle violenze subite prima e dopo la gravidanza? Prima violenze psicologiche (negare, sempre anche l’evidenza!) e poi quelle determinate da droghe e stupefacenti per dimenticare? Magari crollata dopo l’abbandono in una depressione post-partum? Lasciata sola da chi non vuole prendersi cura di lei e del figlio da nascondere? Sembra la storia di tante mamme dei nostri figli.

E’ interessante, questo sì, osservare come secondo questa versione l’adozione sarebbe adoperata con intento manipolatorio , come copertura di una gravidanza indesiderata. Usandola al contrario: mio figlio non è mio figlio perché dalle carte risulta che tu l’hai adottato. Carta canta.

Qual è l’immagine dell’adozione nel film?

Che orrore! Si trasforma per l’ennesima volta un istituto splendido come l’adozione in uno strumento diabolico in mano ad adulti che pensano di avere diritto di vita e di morte sugli altri.

“Riguarda solo me o stanno tutti impazzendo?” – L’adozione dà spessore al personaggio o serve per sollevare il nostro spirito? A noi non può capitare perché non siamo stati adottati e non abbiamo subito certi traumi. E’ proprio vero? Io credo che l’adozione debba essere guardata con molto rispetto. Offre segnali anticipatori. Sa cogliere le contraddizioni del nostro tempo. Si ribella ad esse. Ma non può essere usata come attenuante delle nostre responsabilità di cittadini, uomini e donne. Se un bambino sta male io sono responsabile. Noi adulti lo siamo tutti. Bambino adottato o non adottato. Nessuno si senta in pace. E al sicuro.

Morale. L’adozione è stata usata nel film perché una bambino solo o una donna sola sono simbolo di fragilità. L’uso dell’adozione come strumento manipolatorio per nascondere la verità è un raffinato effetto moltiplicatore dell’accusa contro il potere perverso delle èlite di cui è intrisa tutta la trama. 

Adozione e film: “Maudie, una vita a colori” di Aisling Walsh (Irlanda/Canada 2016)

Maudie e suo marito nella loro casa in Canada

Trama. Maudie è una ragazza canadese ammalata di artrite giovanile. Dopo la morte dei suoi, e la palese indifferenza del fratello, trascorre alcuni anni a casa di una zia. Ben presto anche la zia diventa insofferente alla vista della ragazza così Maudie decide di andarsene di casa. Lavorerà da un uomo piuttosto burbero e grezzo nei modi che sta cercando una donna di servizio. L’incontro tra due diversità fa scoccare un’unione particolare, tanto che i due decidono di sposarsi. L’attività del marito fa scoprire il talento di Maudie che disegna cartoline e le distribuisce ai suoi clienti. Una signora di Boston acquista un quadro e fa conoscere oltre confine l’arte della donna tanto che la Casa Bianca acquista due dipinti su commissione. La coppia diventa nota, arrivano da tutta l’America per intervistarli e ben presto la loro casa è luogo di visita di turisti che acquistano i quadri di Maudie. Ma i due non si montano la testa e continueranno a vivere nella loro modesta dimora, tutta decorata dalla piccola moglie, finché lei non morirà.

Ci sono due passaggi del film che hanno a che fare con l’adozione. Il primo è riferito al marito di Maudie: orfano è vissuto in orfanatrofio e alla maggiore età ha raggiunto la sua indipendenza. Pur essendo rispettato dalla gente del posto, per la comunità porta il marchio dell’istituto avvalorato dall’eredità di modi poco garbati.

Il secondo riguarda Maudie che, secondo quanto rivelato dalla donna prima delle nozze, a vent’anni avrebbe avuto un figlio deformato morto subito dopo il parto. Ma alla fine del film la zia ormai anziana le rivela che era tutta una storia inventata, che in verità la bambina nata sana è stata adottata da una famiglia del luogo. Un giorno il marito la porta in macchina nelle vicinanze della casa dove vive la ragazza, in modo da dare la possibilità a Maudie di vedere sua figlia. Neppure un cenno ad interferire nella vita della ragazza, ma si apprende la grande emozione di Maudie nell’osservare questa “sua” figlia sane e bella nella pacifica vita familiare.

La delicatezza con cui è stato trattato l’argomento della ricerca delle origini mi ha indotto a delle riflessioni: chi cerca? Il figlio? La madre? E poi che si fa? Maudie ha fatto una scelta generosa, quella di non interferire in una vita serena. Eppure la figlia le era stata tolta con l’inganno. Avrebbe potuto urlare, farsi avanti, pretendere. Ciò non significa che bisogna accettare i soprusi o l’ingiustizia. Ma chiedersi, questo sì, cosa sarebbe successo altrimenti è doveroso. Forse vale la pena di pensarci.  

Morale: la semplicità si fa arte e mostra che la diversità sa essere gioiosa e rispettosa delle vite degli altri.